Cose che ho imparato in Armenia (in progress)

Sono tornata ieri pomeriggio, è stata un’esperienza molto strana. Ero partita con delle aspettative che ho dovuto ridimensionare: ero convinta che il “corso” a cui avrei dovuto partecipare mi avrebbe insegnato qualcosa, invece il corso (pagato con i fondi della Comunità Europea, sì, la stessa che non ne ha) è stato una farsa e quello che ho imparato l’ho imparato su altri aspetti, dagli altri partecipanti.

– i giovani d’oggi sono sempre connessi, forse un po’ troppo. La sera in cui sono arrivata mi sono trovata davanti a sei persone, che vedevo per la prima volta in vita mia, con le quali avrei dovuto condividere la settimana successiva a stretto contatto, tutte sotto i ventisette anni e nessuna mi ha degnato di uno sguardo. Erano armeni, georgiani, ucraini ed erano tutti incollati allo schermo del loro tablet, telefono, mac air… Ho pensato di disturbare se mi presentavo. E mi sono chiesta chissà cosa ci sarà di così importante da dire ai propri amici (erano TUTTI su Facebook) all’una e un quarto di notte di lunedì.

– esistono spagnoli alti, biondi e con gli occhi azzurri. E che non rompono ogni due secondi per irse de copas o irse de fiesta. Sì sì, nativo spagnolo, spagnolo d’origine controllata. E spagnoli laureati in matematica che non cercano di farti sentire inadeguata ogni due per tre.

– georgiani, polacchi, armeni, ucraini, bielorussi tra di loro si capiscono parlando una lingua comune, che non è l’inglese.

E’ il russo.

– la gente per strada, i tassisti, i baristi, le commesse, le cassiere, i panettieri, i tabaccai armeni ti capiscono subito se gli parli in russo.

– sì, ma l’Unione Sovietica si è disintegrata vent’anni fa, in teoria i russi erano quelli brutti e cattivi, e a noi c’hanno raccontato che la lingua comune, la lingua del futuro, la lingua connecting people è l’inglese.

Non era vero. Qua con l’inglese ci vai a ciocche.

– vicino all’Armenia c’è un posto che si chiama Nagorno-Karabakh. Nominarlo fa abbassare gli sguardi a parecchie persone tra armeni e georgiani (e immagino, pure azeri, ma gente dell’Azerbaigian non era presente al nostro corso). Da quello che ho capito leggendo qua e là si tratta di un territorio dell’Azerbaijan che però si sente armeno e che l’Armenia qualche anno fa ha pensato bene di occupare. Si è scatenata una guerra che è costata molti morti. Ora, questo pezzettino di terra grande come l’Abruzzo e con nessuna ricchezza se non un’agricoltura di sussistenza, si trova con città fantasma, due capre e pochi vecchietti. Ma soprattutto senza riconoscimento internazionale. Non si può visitare se non dall’Armenia. Ma se si prevede di andare dopo in Azerbajian, è meglio evitare di farsi mettere il visto sul passaporto, just saying, che lo so che adesso volete tutti andarci.

– armeni, georgiani e azeri (ma pure turchi) sono popoli fulminati (è proprio il caso di dirlo: sulla via di Damasco). Senza voler generalizzare, ti ballano fino all’alba, ti accolgono come fossi un figlio, un fratello, un nipotino e poi come niente ti organizzano una deportazione e si fanno una guerra. Come niente. L’ultima in queste zone è stata nel 2008, per dire.

Ho delle magliette più vecchie.

– I cool di tutta l’aerea, i fighi dell’ultimo banco, i festaioli che vogliono bene a tutti sono i georgiani. Sono quelli fricchettoni, che vanno d’accordo con tutti, gli unici ad avere tutte le frontiere aperte con tutti i paesi confinanti. Il georgiano un giorno mi ha detto: “eh sì, l’Armenia ha una storia bloody, ma meravigliosa. Ma solo perchè non hanno voluto convertirsi, da noi anche sono venuti a dirci “convertitevi o vi ammazziamo” e noi abbiamo pensato bene di convertirci, ci è sembrato più… pratical“.

Prossima destinazione: Georgia!

– i soldi che la Comunità Europea sta investendo su questi Paesi sono, qui lo dico, e qui non lo nego, sostanzialmente BUTTATI. Nessuno qui sa niente di noi, pensano che siamo un pozzo senza fondo e che le nostre crisi non siano comparabili con le loro. E’ un po’ come dare soldi al figlio drogato. Lo fai per aiutarlo ma non sai dove alla fine li impiegherà. E quando finirai di darglieli ti si rivolterà contro.

– i paesaggi dell’Armenia (nonostante le strade disastrate, io e i rumeni recitavamo rosari misti a risate, non sapevamo più a quale san Gregorio Armeno votarci e si che c’è da dire che il traffico a Bucarest e in Italia certo non brilla per correttezza e che i nostri conducenti sono gente per niente perbene) sono tra le cose più emozionanti che ho visto in tutta la vita.

Non vedo l’ora di tornarci

– Non esistono i buoni o i cattivi, come ci fanno credere i nostri sussidiari. Armeni sempre buoni.

Chiedi in giro.

– La prossima volta che vado nel Caucaso (e voglio tornarci presto) devo portarmi un’ottima farmacia personale. E’ da un giorno che sono a letto. Speriamo di riprendermi presto.

– Inoltre devo assicurarmi di andare a letto presto, non c’ho più diciannove anni…

– Nel Caucaso e nell’Est Europa ci amano tutti. Tutti.

– I volontari internazionali che si trovano in giro sono sempre, SEMPRE, gente con qualche rotella fuori posto e con qualche problema di adattamento alla società civile.

– Ci sono due cose che nella vita ho sempre dato per scontate CHE NON LO SONO:

acqua e carta igienica.

– Ho sempre una parola buona per tutti

– All’ultimo giorno di corso tutti (armeni, georgiani, polacchi, ucraini, portoghesi, rumeni, bielorussi) mi hanno scritto che ADORANO il mio senso dell’umorismo.

Ok, se mi trovo in difficoltà, mi si apriranno le porte di un cabaret di Yerevan.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2 thoughts on “Cose che ho imparato in Armenia (in progress)

  1. Come dici altrove, il contenuto in un viaggio lo metti tu, e qui ce n’è parecchio; ad ogni modo si può imparare per addizione (tanti viaggi), ma anche per sottrazione (facendo la tara). Poi, a un certo punto, bisogna cominciare a utilizzare ciò che si è appreso e qui cominciano i guai (e/o il divertimento).

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    1. Sì, di sicuro ho imparato tanto, anzi, tantissimo.
      Però eravamo andati tutti per partecipare ad un corso sulla manipolazione dei media e la maggior parte di noi lavora come reporter, addirittura c’erano giornalisti specializzati nelle zone di guerra o molti altri avevano un titolo universitario in giornalismo.
      Praticamente il corso consisteva in fare cartelloni colorati come all’asilo e non abbiamo ricevuto nessuna informazione. Davvero nessuna. Non c’erano dispense, opuscoli, presentazioni… niente.
      Questo è stato l’aspetto deludente… (perchè ti viene da pensare: ma i soldi che hanno ricevuto per farci il corso dove li hanno messi?)
      In compenso, sotto mille altri punti di vista è stato come dici tu molto molto ricco e sono comunque contenta di esserci andata!

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