Stare tra gli expat

E’ un sentimento credo comune quello che mi trovo a vivere recentemente.
Il fatto di avere abitato in vari posti ha finito, per comodità dell’interlocutore, certo, per definirmi rispetto alla provenienza.
In realtà, credo che da sempre la gente si sia sentita identificata con la sua provenienza, e gli emigranti ancora di più.
Ma ha senso?
Ha senso dovermi sentire chiamare “l’italiana” se poi fuori dall’Italia sono stata per più di un terzo della vita?
E’ sicuramente strano, è come camminare sugli specchi, scivolare, farsi male, ri – scivolare.
Io non serbo rancore all’Italia, come invece fanno molti che incontro.
A me l’Italia non ha offerto né più né meno opportunità di quelle che mi offrono gli altri Paesi, e nel mio caso specifico l’uscita è stata una mia decisione, anzi, una mia “voglia” ma non una reale necessità.
Per questo non ho invidia per quelli “che ce l’hanno fatta in Italia” né rancore per l’Italia come sistema in generale.
E anche per questo faccio fatica a stare con quegli expat che passano il tempo all’estero criticando il governo, il cibo locale, Berlusconi, il clientelismo, i concorsi etc etc.
Faccio anche fatica a stare con quelli che “si ri-sposano”. Intendo quelli che prendono il nuovo Paese che li ha accolti come la Terra Promessa, vogliono sentirsi integrati in tutto e per tutto, e allora tutto è meglio, tutto è fatto bene, le persone sono più piacevoli, la lingua è più musicale oh che bello oh che bello.
A quanto pare, queste sono le due macrocategorie: gli arrabbiati e gli illusi trapiantati.
Forse per loro il processo di innesto funziona molto meglio che per me: i primi vivono una realtà schizofrenica in una bolla impermeabile e con la loro faccia arrabbiata sopportano ogni angheria pensando che comunque là da dove sono venuti “sarebbe pure peggio”, gli altri vivono una realtà schizofrenica, impegnati nel vano sforzo di non dare a vedere di non essere nativi.

E poi ci sono un sacco di altre persone che ho conosciuto. Quelli che sono usciti dal loro Paese perché non si sentivano perfettamente integrati nella loro stessa cultura.
Spagnoli che bevono il tè e non amano né le corride né il vino, francesi espansivi che amano le lingue e detestano cucinare, australiani appassionati che amano la letteratura e se fanno sport si spaccano una gamba, inglesi pettegoli e caciaroni, greci solitari…
Tutti questi non “scappano” dalla loro terra, ma non si sentono attratti da un senso di “ritorno alle radici”. Sono nati un po’ più liberi, o magari hanno avuto adolescenze senza troppi amici, in cui si sono coltivati interessi diversi da quelli della massa dei coetanei e al primo momento buono zac, se sono andati. Non se ne sono andati spargendo sale, non hanno bruciato i ponti, ma non sono ansiosi di tornare: sono curiosi di vedere se c’è un’altra cultura che si adegui di più a loro, se per qualche scherzo del destino sono nati nel Paese sbagliato.

Con queste persone sento una certa affinità. Ma è un’affinità malinconica.
A me piace l’allegria di alcuni di quei Paesi, mi piace la cucina… mi piace soprattutto avere a che fare con gente in pace con se stessa.
E tra gli emigrati è difficile trovarne, di gente in pace con se stessa.

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5 pensieri su “Stare tra gli expat

  1. Frou Svedese ha detto:

    Ho letto questo post qualche giorno fa e lì per lì non riuscivo a trovare parole per commentarlo. Ad oggi, continuo a non trovarle, ma volevo farti sapere che penso tu abbia ragione su tutta la linea!

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  2. liury ha detto:

    Non ho risposto subito perché volevo ponderare la mia risposta. Purtroppo io faccio parte della categoria “è tutto bello dove sto adesso” per via di tanti, tantissimi episodi dolorosi vissuti “dove stavo prima”. Però non ti nascondo che una piccola parte dentro di me (e questo l’ ho scritto anche in uno dei miei post) rivuole con tutte le forze tornare a vivere li per alcune cose che qui non ci saranno mai. Magari il fatto di dire “è tutto bellissimo qui” è solo una corazza che mi metto per evitare di ricordare…ciao al prossimo post!

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