Riflettendo e sperando che non si rompa lo specchio

– Tempo fa ri-bloggavo dopo mesi un post sulla pigrizia degli utenti medi di internet disoccupati e alla ricerca di un lavoro. Sulla scarsa propensione a cercare notizie certe, leggere i bandi, trovare gli indirizzi e le modalità per partecipare ad una selezione e la invece ben maggiore propensione alla lamentela, al commento disincantato, deluso, abbaiante sui social network. Sono considerazioni che faccio ancora.
In particolare, raccontavo di come mi capitò una volta di partecipare ad un concorso e di aver ascoltato nell’attesa della prova orale una notevole quantità di lamentele dagli altri candidati su presunte raccomandazioni e sull’inutilità di stare lì che mi avevano amareggiato e demoralizzato non poco. Fatto sta che ebbi il posto. Raccomandazioni non ne avevo (e anche volendo, non saprei neanche da dove cominciare: la mia famiglia è modesta e senza conoscenze importanti, il concorso era in una regione distante dalla mia, il mio cognome neanche lontanamente simile ad uno famoso…) e non ne ho mai avute.
Da lì partivo per fare considerazioni su quanto ci piangiamo addosso (e la rete ha amplificato questo pianto in un una lamentazione collettiva che se avessi l’audio acceso ogni volta che accendo il pc dovrebbe partire questo) e su quanta invece poca voglia abbiamo di rimboccarci le maniche, preferendo le scuse che ci hanno insegnato (vincono solo i raccomandati, il tuo cv non lo guardano nemmeno, vogliono tutti che tu abbia esperienza ma come si fa se non te la fanno mai fare etc etc).
E un commento mi ha sferzata: “sì, ma non sui vinti che ci dovremme concentrare, bensì sui vincitori. Se guardiamo alle cariche alte: chi occupa quei posti? E’ perché se lo merita?”.
Io penso ancora che parte della disoccupazione ed in generale della situazione attuale dipenda dal disfattismo generale.
Però è anche vero che metterla sul piano “la colpa è dei vinti” non solo non è la soluzione del problema, ma è un modo per affondarli ancora di più.
E con il carico di lupini affondiamo tutti.

2. Ho letto la Jobs Act. Tralascio i commenti sull’inglese spicciolo e sulla forma, più adatta ad un’orazione che non ad un testo argomentativo… tralascio tutto.
Visto che il mio buon proposito per il 2014 è ottimismo e positività, io prenderei il buono. Visto che dice che gli possiamo mandare i nostri suggerimenti… ecco, io lo inonderei di email.
Come all’epoca inondai di email l’ufficio della Gelmini. (Allora non servì, ma vuoi mai sapere…)

3. C’è una cosa che il 2013 mi ha fatto capire ed è il valore della famiglia. Non mi stancherò mai di ripeterlo.
Ma nel mio caso (fortunato sicuramente, rispetto a tanti coetanei e conterranei) non è perché i miei mi abbiano prestato dei soldi o mantenuta, no. Ma perché mi hanno fatto capire che mi vogliono bene. E che è bello volersene. Guardo loro, dopo trentacinque anni ancora a battibeccarsi e ad essere innamorati e penso che l’amore, quelli che scrivono i romanzi o le frasi dei baci perugina dovrebbero venirselo ad imparare a casa mia.

4. Io sono la prima ad ammetterlo, il 2013 non è stato un anno facile. Con questo non voglio dire che sia stato un anno da buttare, anzi, ci sono state tantissime cose positive ed eventi degni di essere ricordati.
Una settimana fa sono andata dal mio medico curante, che non è (almeno credo) esattamente un cretino, mi cura da una decina d’anni e cura pure la mia famiglia. Ci conosce e mi fido. Abbiamo chiacchierato, mi ha chiesto della vita in Svezia, parlato del più e del meno, deciso le prossime visite e mi ha prescritto un farmaco.
Quando sono andata in farmacia ero molto tranquilla.
Quando sono tornata a casa ero un po’ inquieta. Quel nome mi diceva qualcosa ma non sapevo cosa.
Ho cercato e letto tutte le informazioni riguardanti quel farmaco.
Ed ho deciso di non prenderlo.
Io sono la prima ad ammettere di essere stata molto triste durante il 2013. Sono la prima ad ammettere che il trasferimento in Svezia abbia risvegliato una certa propensione al mutismo e alla solitudine. Ma sono ancora una persona che scherza e ride più volte al giorno.
Tutti i giorni.
Una persona che è molto innamorata e che in generale, nella vita è molto fortunata. Sia per le cose materiali che per gli incontri che ho fatto e che faccio continuamente.

Io ho deciso che non prenderò mai un antidepressivo.
Non mi importa niente del parere medico.
Punto.

Ripeto, come diceva Catone: ciò che ti servirà, prendilo da te stesso.
Questo mantra mi ha guidata sempre, e non ho ancora finito le scorte.

Buon 2014 a tutti, di nuovo, ne abbiamo tutti bisogno, di auguri, di speranza e di grinta.
Ciò che ci mancherà ce lo prenderemo da noi stessi.

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3 pensieri su “Riflettendo e sperando che non si rompa lo specchio

  1. mokassino ha detto:

    Devo sempre dare un soprannome alle persone ma con te non ce la faccio: Amanda è un nome troppo bello per essere storpiato. Ricambio di cuore gli auguri per un felice 2014. E così sarà perchè “vouloir, c’ est pouvoir” e mi sembra che tieni sotto due palle di ferro che neanche la Tatcher. Una che molla tutto per andare a far concorsi in altre regioni e a lavorare in altri stati pur avendo radici forti nella famiglia in Italia è al riparo da ogni avversità altro che antidepressivi. Una che è l’opposto della “choosy della Fornero”, ribalta mari e monti.
    Quel Porcio di Catone l’aveva capito già 2000 anni fa.

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  2. Cassandra ha detto:

    Grazie per questo post! Ti leggo da poco, ma c’è bisogno di gente come te. Ultimamente su internet trovo dei blog terribilmente deprimenti e negativi, che sicuramente esprimono il punto di vista di chi li scrive, ma che bene non mi fanno. Sono molto ggiovine (non ti dico quanto 😉 ) e avendo tanto tempo davanti a me voglio imparare a pensare positivo e a rimboccarmi le maniche…
    Buona fortuna per il tuo nuovo anno in Svezia!

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