il 21 dicembre

C’è stato un periodo in cui mi segnavo tutte le date e un altro molto lungo (che è durato finora) in cui non avevo bisogno di segnarle per ricordarmele.

Oggi è il 21 dicembre, sono sicura che è una data importante ma non riesco a ricordarmi perché, forse è il compleanno di qualche amore perduto, ma non mi sembra, forse un anniversario di qualcosa, ma non ricordo, non so.

Comunque oggi è il 21 dicembre, e volesse anche non dire niente, questo significa che siamo a dieci giorni dalla fine dell’anno.
Se fossi una brava blogger scriverei la lista delle cose belle e quella delle cose da buttare.

Ma io sono di origine contadina e sono cresciuta dove si dice “del maiale non si butta niente” e per me buttare uno spreco: uno spreco di opportunità.

Anche le cose brutte servono, così poi ci si sta male un po’, ci si medita sopra e si scopre cosa si poteva fare di meglio.

Però io sono arrivata da poche ore in Italia.
Sono frastornata dal viaggio, dall’alzataccia (alle 02:10 è suonata la sveglia), dal carico di umanità che ho dovuto incontrare in vari ambienti, della pena inevitabile che sento ogni volta per tutte queste persone (di cui io faccio parte, senza sentirmi mai troppo inclusa ma purtroppo neanche troppo esclusa) di serie b che partono nei voli alla mattina presto dagli aeroporti scalcinati delle compagnie aeree di seconda mano che si credono furbi ed in realtà è solo un “raccontarsela”, si raccontano di essere furbi e di aver speso poco e guarda quanto ho risparmiato, quando nella realtà vorrebbero svegliarsi tardi, andare all’aeroporto grande e vicino e arrivare all’aeroporto vicino a casa ma non se lo possono permettere.
E sono frastornata dall’incontro con l’umanità di serie c che ho trovato all’arrivo a Milano, in questo grande ma organizzatissimo ingorgo di furgoni, corriere e furgoncini in cui i marocchini da una parte e i rumeni e bulgari dall’altra allestivano mercati abusivi occupando due parcheggi e svariate strade attorno alla stazione dove sono stata scaricata.
E’ sempre faticoso fare questi pensieri e riconoscere e dare un nome alle sensazioni che si provano. Provo pena per le persone che vedo e finisco per provare pena per me stessa: sono diventata vecchia e cinica e non so più riconoscere l’affetto delle valigie straripanti compresse a forza, che sicuramente vogliono far arrivare “cose” ai propri cari e finisco per pensare alla mia mamma: ogni volta che parto mi ferma in cucina dieci minuti a cercare di far entrare nel mio bagaglio a mano la fetta di formaggio grana, la soppressa, qualche vasetto… Lo so io e lo sa lei che pagando un po’ posso trovare cose molto simili anche dove atterrerò ma lei vuole che io apra la valigia e pensi a quanto mi vuole bene, che facendo la pasta con il suo ragù io mi commuova un pochino pensando a lei e lei non lo dice e non lo ammetterebbe mai ma io lo so che è così, ed è anche così che puntualmente avviene. E se non ci fossero questi gesti che sono solo “cose”, solo “cibo” che fa ingrassare non ci sarebbero ricordi da raccontare e surrogati di affetto da toccare quando le persone a cui si vuole bene sono troppo lontane per abbracciarle.
E finisco per pensare che siamo uguali, io passeggera della serie b delle compagnie aeree, e quelli che prendono la serie b delle corriere per il Marocco e la Romania: in cerca di un posto migliore dove ci sia un lavoro e un po’ di soldi con cui comprare dei regali alle persone a cui si vuol bene che però rimangono distanti.
E’ vero che con l’affetto non ci si riempie la pancia, ma sono certa che quelle notti in cui non si riesce a dormire io e loro facciamo pensieri molto simili, perché abbiamo le stesse mancanze. Solo che io sono nata nella parte fortunata del mondo: a Natale vedrò i miei genitori, abbraccerò mia sorella e darò dei regali.
Non so mai come sia giusto sentirsi.
Mi sento in colpa a fare questi pensieri.
Buon Natale, vogliate bene.

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2 pensieri su “il 21 dicembre

  1. fughetta ha detto:

    Non ha molto senso il mio commentare, credo. Ma questo post mi ha fatto mettere a fuoco quel groppo che sento da qualche parte. La lontananza, la vicinanza, l’indipendenza e l’appartenenza. Tutte cose che di portiamo dietro, noi che saltelliamo da un paese all’altro, che ci inventiamo una rete di amicizie e relazioni. Noi che in aeroporto la vediamo l’umanita` incasinata che siamo anche noi.
    Alla quale, comunque, vogliamo bene.
    Comunque io per la prima volta ho viaggiato con una compagnia non-low cost. Che mi ha consentito di 1.non pagare il supplemento valigia 2.non svegliarmi all’alba/passare la notte in aeroporto 3.arrivare ad un orario civile (mia madre: “oh, arrivi alle 5:30? Di POMERIGGIO?!?”) 4.non dover viaggiare per miglia e miglia da e per l’aeroporto, di qua e di la`. E non credo di aver pagato piu` di quello che avrei fatto altrimenti. Just saying.

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