Love, love, love is the only way, iz di onli uèèèii!* (Dime: en qué lado quieres estar?) / Un post che parla di mercati, età e di imparare, e che richiederà mezzora del tuo tempo che nessuno ti ridarà mai indietro, tanto più che ogni giorno aumenta…

*La canzoncina allegra è questa

Insomma, sono bastati pochi giorni a casa e so a memoria le notizie di tgcom 24 ore.
Più o meno come quando stavo a Milano dall’Orsetto nella comune con i suoi amici e in due giorni sapevo tutte le notizie di Sky Sport, lasciato pure la notte. Ovviamente quando mi capitava di starci era sempre periodo di mercato quindi praticamente le stesse due indiscrezioni (mai vere) ripetute per ventiquattro ore, da giornalisti diversi.

Pochi giorni a casa ed ho già discusso con papà di tutti i bizzarri personaggi che compongono la mia famiglia, visto tre volte le foto del matrimonio di mia sorella e cercato almeno venticinque lavori diversi.

E visto le puntate arretrate delle mie serie preferite (ovvero una, ed era un’unica puntata: non c’ho messo molto, devo ammettere).

E chattato con tutti i miei fratelli (che sono due, neanche lì c’ho messo molto) e pure con mia cugina.
Insomma, direi che l’aspetto familiare è quasi download completed.

Stamattina ho pure accompagnato mamma al mercato.
Mamma ha tante qualità, grandi e brillanti come purtroppo i difetti.
Uno dei difetti è che parla. Sempre.
E inizia i discorsi e non ti lascia mai parlare. E vuole sempre aver ragione.
Siccome da qualcuno sarò pur uscita (e mater semper certa est) anch’io parlo sempre. E voglio sempre aver ragione.
Quindi andare al mercato con mia mamma è un’esperienza snervante.
O esilarante, dipende dal punto di vista.

In ogni caso ho comprato tre maglioncini deliziosi per prezzi che nel mitico Regno di Svezia non mi prendo neanche tre panini. (E comunque i panini svedesi fanno schifo, nel caso ve lo chiedeste, quindi vincono i maglioncini in ogni caso)

Ovviamente mia mamma è riuscita a tirare sul prezzo pure con la cinese, per dire.

Ho letto tutti i blog a cui sono affezionata (che sono tanti).
E uno potrebbe dire: e esci, e leggiti un libro, e vai a fare l’aperitivo.
Sì sì sì.
Tanto venerdì sera vado a Milano e mi si riempirà la vita di mondanità (seeeeeeeee…) per ora i miei momenti più vivaci ed elettrizzanti sono quando il cane si alza dalla sua poltrona e mi fa: uof!

(Tipo ora)

Se non fosse per i retro pensieri, che a quanto ho capito, più cresci, più vuoi bene, più ne hai, starei anche bene.
Sono addivanata, ho i miei intorno e ci starei per sempre (non fosse per il pericolo di culo quadro) (ma poi in fondo anche lì: chissene).

Insomma, so che dovrei fare vari post diversi, ma non saprei che titolo mettere e questo mi sembra onnicomprensivo.

L’altro argomento che vorrei toccare oggi è: l’età.
L’età che avanza, il tempo che passa blablabla dirà uno che passa di qui per caso e si è già stancato.
Il mese prossimo faccio ventinove anni e saranno dieci anni che piango ogni volta che compio gli anni.

Ma ecco, io pur essendo una dura per molte cose, sono di lacrima facile per l’inadeguatezza e c’è da dire che ho sempre pianto davanti alle tappe della vita.
Ho pianto di disperazione prima di andare in prima elementare, dicevo a mamma che volevo tornare all’asilo, che non ero “grande abbastanza” e che volevo “restare piccola”.
Ho pianto di disperazione pure prima di entrare in prima media.
Alle superiori no, che ormai bisognava.
Ma quando alla gita in Spagna della quarta superiore ho scoperto che non bastava piu’ dormire PER FARSI PASSARE LE OCCHIAIE IL GIORNO DOPO, non avrò pianto ma ci sono rimasta parecchio male.
Quando sono arrivata agli esami di maturità la mia amica mi ha detto: “ma non hai paura? Finora è come se ci avessero trattenuto per le redini, da adesso in poi siamo cavalli senza briglie, lanciati in mezzo al mondo”. Eccome se avevo paura, ma avevo un sacco di entusiasmo e di grinta.
Piangevo per la paura di non farcela (come al solito) ma non per quello che perdevo.

Quando ci si lascia si dice spesso “come farò senza di te?” e la risposta è: si farà, si farà, si farà uguale.
Si continua a vivere e non c’è niente da fare.

E stamattina, al mercato pensavo a quelle donne che continuano a dire di avere un’età che non hanno più.
Come se cambiasse qualcosa.

Prima di partire un mio collega mi ha raccontato che quest’estate la madre gli ha finalmente svelato di avere ottantun anni. E tutta la famiglia era convinta ne avesse settantanove. E allora un’altra collega ha collegato con una madre di una sua amica che diceva di avere sempre ventinove anni.
E a me è venuta in mente la madre della mia compagna di banco, che fin dalle medie obbligava la mia amica a dire “siamo sorelle”.
E così, ci pensavo domenica mattina a messa: al mio fianco c’era una signora con i capelli rossi, appena acconciati, con un trucco perfetto ed un cappotto bianco elegante.
La signora non avrà avuto più di sessant’anni ma non ne aveva meno di quarantacinque.
E per un’associazione di idee mi è venuta in mente la “vecchia imbellettata” di Pirandello. Ma io non l’ho mai letto. Nella mia testa c’era il giorno in cui la professoressa delle medie, sempre con il suo tailleurino frì-frì addosso, e un bell’accentino veneto su una voce roca da fumatrice (solo che non l’ho mai vista fumare e forse non ha mai fumato, ma sarà la nebbia, capita a parecchie qui nella pianura padana depressa -depressa perchè sotto al livello del mare, MA NON SOLO) e parlava con disprezzo di questa donna che ormai aveva un’età avanzata e si truccava per apparire più giovane, risultando ridicola.
Ridicola.
Ridicola.

Sì, perchè Pirandello era un uomo.
E a lui, una donna, con tutta la pressione sociale che ha dovuto sopportare nella vita, con tutti quei simpatici appellativi da “cozza” a “racchia” a “vecchia babbiona”, e forse anche interiorizzato, che cerca di sembrare più “carina” (perchè è quello che ci si aspetta da lei) sembra ridicola.

La pena è un sentimento troppo sottovalutato oggi.

E comunque neanche questo è quello che volevo dire, c’entra solo in parte.
Pensavo che è complicata questa cosa dell’età.

Ci pensavo stamattina, tra le bancarelle del mercato.

Perchè l’età di per sé non vale niente, non è un valore, come invece ci fanno credere oggi, che se sei giovane e bravo allora sei bravo di più, perchè sei giovane.
E se sei giovane e basta, sei comunque bravo, per il solo fatto di essere giovane.

Ecco, io questo non lo riesco a capire.

L’essere giovani lo posso considerare al massimo un’attenuante ma non un valore.
Un po’ come l’essere italiani.
La gente che dice “sono orgoglioso di essere italiano” come se veramente avessero fatto qualcosa per essere italiani e non invece fossero nati in un posto come un’altro nella lotteria della geografia…

Comunque, non voglio perdermi un’altra volta, ed è dell’età in rapporto ai valori che voglio parlare.

Quando lavoravo all’aeroporto vivevo un po’ sulle nuvole: ero in un Paese che amavo (la Spagna), facevo un lavoro per niente faticoso e non avevo problemi di sorta. Ricevevo uno stipendio, imparavo una lingua che già adoravo e conoscevo persone dalle storie affascinanti.
Un giorno conosco questa collega, bionda (che in Spagna non è tanto comune) e molto curata. Bel sorriso, bella.
Facciamo amicizia. A distanza di anni siamo ancora amiche per dire.
Io dell’aspetto non mi sono mai curata troppo, nè del mio nè di quello degli altri. Le uniche due volte in cui mi è capitato di uscire con ragazzi “considerati” molto ma molto belli da tutte le ragazze che conoscevo non mi sono sentita a mio agio finché non ho capito che veramente ci tenevano.
Ma in generale, non ho mai avuto gusti troppo omologati. Almeno credo.
Anche nelle amiche donne, non mi è mai importato se fossero “belle” o “brutte” (tra virgolette, perchè poi magari secondo me erano bellissime, ma non divaghiamo un’altra volta).
Un giorno, lei, la bionda mi dice che ha dei problemi con la capa. La direttrice del nostro dipartimento era una tizia abbastanza scontrosa, secca e diretta quando impartiva ordini e con un atteggiamento che spesso mi spingeva a pensare se non stesse di proposito aspettando la minima azione fuori posto per attaccar briga.
Questo era quello che vedevo ma che, per fortuna, non vivevo sulla mia pelle.
Forse per il mio essere sulle nuvole, forse per non andare mai a lavoro truccata (in un posto dove, si suppone, m’avessero preso anche per il fatto di non essere bruttissima, ma chi può dirlo) forse per non darle mai veri motivi di ira, non avevo affatto un brutto rapporto con la direttrice.
Non siamo mai uscite assieme, beninteso, ma non mi maltrattava mai.
La bionda invece, si sentiva vessata, pur comportandosi ineccepibilmente ogni giorno (tanto che ha continuato a lungo a fare quel lavoro). Un giorno, all’ennesimo sfogo, le dico: “non capisco perchè ti tratti così, in fondo ti comporti bene, non le dai motivo di sentirsi provocata, davvero non capisco…” e lei mi guardò come se mi vedesse per la prima volta o come se un bambino le avesse appena chiesto se era un maschio o una femmina, con quella faccia da “davvero non capisci?!”.
E la mia risposta era, da ingenua quale sono sempre stata: no, non capisco.

E lei: “perché siamo donne e io sono più giovane di lei”.
Me lo disse con una tale abituata rassegnazione che non le feci altre domande.

E ci pensai a lungo.
L’essere più giovani non solo è un valore per alcuni.
E’ anche un difetto per altri.
O meglio, un motivo per essere invidiosi.

Io non voglio diventare invidiosa.

I miei anni in più non sono valori in quanto tali, rappresentano solo le esperienze che ho fatto in più rispetto alla me più giovane.
Ma non è solo quello.

Aver fatto esperienze non servirebbe a niente se non ci avessi ragionato sopra.

E ragionarci vuol dire comparare le esperienze successive e riconoscere i punti in comune e saperle scartare se il risultato di quella precedente non è stato buono per noi.

E’ sapere che uscire con un ragazzo dolce e tanto sensibile equivale ad uscire con un ragazzo insicuro e con tante domande.
E’ sapere che lasciare una classe divertirsi senza dare istruzioni precise significa trovarli la volta successiva ancora più selvaggi.
E’ sapere che non partecipare agli eventi importanti della famiglia fa stare male e fa sentire soli.
E’ sapere che dire una frase che si pensa ma che non è così necessaria può ferire qualcuno e magari perderlo per sempre.
E’ sapere che accettare di assecondare un desiderio che ci sembra totalizzante può farci perdere le cose care e le persone care per cui abbiamo a lungo lottato.
E’ sapere che rinunciare a qualcosa per pigrizia è avere la coscienza pesante per giorni se non per sempre.
E’ sapere che vestite in quel modo saremmo fighe ma sicuramente scomode.

Tutte queste e molte più di queste sono le esperienze che dieci anni fa non potevo avere, su cui non potevo aver ragionato ma di cui parlavo.
Ho preso decisioni dieci anni fa sulla base del nulla, visto che non conoscevo niente.

Ora molte cose le ho vissute, molti momenti li so riconoscere. E so decidere quello che mi piace di più, quello che penso ne valga la pena.

Ecco, io non credo che l’età sia un valore.
Non lo è se si fa finta di essere sorelle della propria figlia, non lo è se si smette di compiere gli anni a ventinove anni, non lo è se si costrette a passare davanti allo specchio a truccarsi per mascherare i propri anni più di mezz’ora del nostro tempo ogni giorno.

Perché vuol dire che tutte quelle esperienze, tutti quei ragionamenti, sono passati invano.

E poi certo, per accettarsi con serenità bisogna volersi bene. A se stessi prima di tutto.

Già, love is the only way.

Ma poi penso: la mia esperienza, che alla fine forma i miei anni non è perfetta.
Io non sono perfetta.
E non posso pretendere, di sapere cosa è giusto o sbagliato semplicemente basandomi su quello che ho sperimentato io e su quello che ha ferito me.
Se ognuno di noi ha sensibilità diverse, con che diritto mi metterò a consigliare ad altri più giovani cosa fare?

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