I professori non chiedevano mai se eravamo felici.

Oggi è successo un fatto che mi ha turbata.
Dovevo fare un’ora di supplenza ad un collega che è appena diventato papà.
I ragazzi dovevano vedere un film sul bullismo negli Stati Uniti e poi discuterne insieme.
La classe era una settima, corrispondente alla nostra seconda/terza media.
Io, è vero, lo so e lo ammetto, sono particolarmente sensibile alle immagini forti. Non guardo film violenti, di terrore, espliciti, realistici, catastrofici, evito i film/telefilm in cui ci siano omicidi, morti o scene iperrealistiche di ferite, sangue, violenze. Mi copro gli occhi, come fanno i bambini.
Se avessi un piumone, mi metterei un piumone sopra la testa.
Sarà un atteggiamento infantile, sarò facilmente impressionabile… sicuramente, ma penso che nel mondo ci sia abbastanza violenza e disperazione per mettermi a guardare quella fittizia.
Ecco, questa sono io. E sono in questa classe.
Il film/documentario non mostra scene violente, non indugia in particolari morbosi.
E’ solo, terribilmente, schietto.
(Per chi volesse avere un’idea di cosa parlo è questo)
Io non riuscivo a concentrarmi sul film. Continuavo a sentire quei genitori americani dire nelle interviste del documentario “la scuola non ha fatto nulla”. “Ne abbiamo parlato con il preside, ma hanno sempre sorriso e detto: stiamo facendo il possibile”. “Nessuno ci ha dato una mano, nessuno ci ha ascoltato, nessuno ci ha aiutato”.
Noi non ci siamo abituati. Nel nostro Belpaese dove si sente il profumo degli aranci e dei limoni i ragazzi a scuola non fanno versi strani quando quello più fragile della classe prende la parola. Nel nostro amato Paese con le scuole senza soldi non abbiamo armadietti dove i ragazzi più grandi possano scrivere cattiverie ed insulti.
Nel nostro Paese pieno di contraddizioni abbiamo ancora mamme e papà così attaccati ai loro figli che se sentono qualcosa di strano fanno saltare per aria chiunque, vanno a scuola, denunciano e non hanno paura.
Nel nostro Paese povero e senza computer nelle aule, abbiamo ancora professori che sanno farsi rispettare e per questo quando vedono qualcosa di strano e ti intimano di stare buono vengono ascoltati.
Ma poi, mentre pensavo tutto questo, realizzavo di essere stata fortunata.
Ho fatto le elementari nella scuola del paese. Eravamo in diciannove. Divisi in tre classi.
Nella mia classe eravamo in quattro. Io l’unica femminuccia.
Era impossibile non distinguersi, impossibile non essere chiamati per nome dopo un giorno, impossibile non essere considerati (e interrogati).
Ho frequentato le medie nel paesino a fianco. Eravamo in sessanta. Compresi i cinque bidelli e i professori.
C’era il pluriripetente che fumava nell’angolino nascosto del cortile e c’era la ragazzetta che si faceva “toccare” sotto il salice. Ma erano gli unici un po’ particolari e non gli davamo corda. Non parlo con la lente della memoria, non sono offuscata. C’erano giorni terribili, in cui l’amica del cuore decideva che non eri più la sua amica del cuore, o passava tutta la mezz’ora dell’intervallo a parlare con quello che ti piaceva.
E non è che non me lo ricordo più.
Ovviamente c’era quella più brutta e c’era quello poco aggraziato.
Non mi ricordo episodi in cui ci fosse arroganza o prepotenza. Ci saranno anche stati, ma eravamo così in pochi, in uno spazio così ristretto, con insegnanti che vivevano così vicini a noi e conoscevano per nome di battesimo le nostre mamme e i nostri papà che era praticamente impossibile non combinare qualcosa senza essere scoperti in due secondi netti ed avere “la punizione” sul collo (la mia era: senza telefono/bicicletta per una settimana).
Al liceo eravamo in quattrocento. Ancora non abbastanza per perdersi come “numero”.
Se penso alla mia classe del liceo, diciassette persone, quelli più silenziosi in classe emergevano comunque in qualcos’altro (teatro, autogestione etc).
Non era il Paradiso, certo. Alcuni professori non particolarmente amabili, certo.
Ma non ricordo episodi spiacevoli.
Il massimo della trasgressione era lo spinello in bagno di qualcuno di quelli di quinta, non rendere la vita impossibile ad un compagno di classe.
Ma questa è la mia personalissima esperienza.
A me non è mai capitato di svegliarmi alla mattina e vomitare perché avevo una classe di m***a.
(E ad alcune mie amiche è capitato).
A me non è mai capitato di essere soprannominata in qualche modo poco edificante per cinque anni.
A me non mai capitato di non poter fare il corridoio della scuola senza sentire gli sguardi di disprezzo addosso. O sapere che per la scuola di spettegolava su di me. O peggio, sui miei genitori. O sulla mia famiglia in generale.
A me non è mai capitato di essere indicata da persone che non conoscevo.
E neanche (per fortuna) di dover stare da sola sempre perché nessuno volesse stare con me.
Non mi è neanche mai capitato di andare a casa in lacrime perché mi avessero strattonata, maltrattata, insultata o presa in giro. Neanche alle elementari.
Eppure succede.
Non ho frequentato scuole dove ci si perdesse. Che fossero così grandi da farti sentire un numero. Con classi piene di assenteisti. O di gente maleducata. O menefreghista.
Non ho frequentato istituti di migliaia di studenti. Dove ci sono angoli nascosti e corridoi dove chissà cosa succede.
Non ho mai preso autobus per tornare a casa. Non ho mai dovuto essere superata nella fila, né essere spinta.
Eppure succede.
Succede.
Succedeva anche allora.
In realtà non troppo lontane dalla mia.
E forse, mi sono guardata attorno sgomenta, forse succede anche ai miei ragazzi.
Eppure io cerco di stare il più possibile in mezzo a loro, sono gentile quando vengono a parlarmi e non è il mio orario di lavoro, sorrido sempre, se li vedo in difficoltà li incoraggio, cerco di parlare con tutti, con la mia classe di riferimento sono sempre disponibile, rispondo subito alle mail, cerco di essere sollecita e mi sembra che stiano tutti bene.
Eppure come si fa a sapere cosa pensano?
Come si fa a sapere che drammi vivono?
Se piangono la mattina prima di venire a scuola?
O quando tornano a casa?
Abitano nel mondo fatato del Welfare svedese, ma anche loro si sentono disperatamente tristi e soli.
E io, dall’altra parte, cosa posso fare?
Stamattina, sulla metro, mentre andavo a scuola, alle sette di mattina, pensavo a quanto lavoro comporta insegnare, e qui soprattutto, dove ci sono quarantacinque ore alla settimana di lavoro, e non sono mai abbastanza, e non per correggere i compiti o preparare le lezioni, come pensano quelli che non hanno mai insegnato in vita loro, ma per pensare, elaborare, progettare modi per rendere la scuola un posto più accettabile, il più possibile per loro. Ma non solo, ci sono milioni di carte da compilare, una burocrazia che distrugge ogni intenzione e una pianificazione al millimetro che crea solo stress e non porta risultati. Il regno dell’apparenza e della non sostanza. Tutto fumo. Zero arrosto. (E se trovo quel giornalista che scrive di quanto è bello e buono il sistema scolastico svedese paragonato a quello italiano perchè loro hanno i computer e parlano inglese, gli faccio fare un giro sulle mie mattine e sui miei pomeriggi e sulle mie sere, e dopo gli do pure un bel calcio in cu*o).
Pensavo a questo, pensavo a quante poche ore dormo, pensavo a quante cose devo fare, pensavo a quante ne dovrò fare il fine settimana, e mi veniva in mente Carboni “i professori non chiedevano mai se eravamo felici” e mi veniva da rispondermi: no, non lo chiedevano, perché non avevano tempo con tutte quelle cose che c’erano da fare e noi li consideravamo pure dei privilegiati…
E mi distrugge pensare a quanto poco, pur lavorando in continuazione, io possa fare per migliorare di un millimetro la vita degli studenti.
Niente nella “whole picture”. Niente.
E dopo aver guardato il film ho diviso i ragazzi in gruppo, hanno discusso e mancava pochissimo alla fine dell’ora. Scalpitavano per andare a mangiare, non erano interessati a condividere le loro opinioni. Tutti.

Tutti tranne una ragazzina.
Una ragazzina bionda, carina, che è anche una mia studentessa. La vedo due volte a settimana ed è sempre così carina, gentile, un po’ sulle nuvole ma che non sembra avere problemi di nessun genere.
E mi dice che ha qualcosa da dire.
La ascolto, la faccio parlare anche perché mi sembra particolarmente seria.
“I think schools are ignorant”.
Cosa intendi, le chiedo? Era chiaro che non era una provocazione.
Era serissima, e con un certo tremore nella voce e nella faccia, come chi sa che sta dicendo cose forti ma ne è molto convinto, e si ammazzerebbe dalla vergogna ma le DEVE dire.

Intendi le scuole americane, rincalzo, visto che il documentario di quelle scuole parla.

“All schools, in Sweden, in USA, all over the world, they are ignorant“.

About us“.

E’ vero.
Non sappiamo nulla di loro.
Questa ragazzina biondina e carina e senza problemi probabilmente sta soffrendo le pene dell’inferno e nel nostro magico mondo burocratico e della perfezione dei computer noi, io, non stiamo facendo niente.

Mi ha ammazzata.

9 thoughts on “I professori non chiedevano mai se eravamo felici.

  1. Questo post STUPENDO mi ha fatta pensare tantissimo ad alcuni post di Lucy (http://erolucyvanpelt.blogspot.it), lei è expat come te, ma in italia faceva la psicologa e lavorava anche coi ragazzini NELLE scuole. Ha scritto spesso delle sue esperienze e direi che di casi ce ne sono anche da noi, ma forse come dici tu abbiamo la fortuna di essere più piccoli, e quindi più attenti.

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  2. La ricerca della feliciità interiore che credo sia alla base di ogni esistenza umana, nasce proprio nell’età in cui si incomincia ad avere un uso piu’ profondo della ragione. E quelli che hanno un’interiorità piu’ sviluppata di solito fanno fatica a interagire con i compagni che non capiscono quello che queste persone provano. Spesso anzi vengono catalogati come strani, perchè dicono delle cose che i coetanei non comprendono. E di fronte alla difficoltà di comunicare con gli amici, avere prima di tutto dei genitori e poi dei professori che ti stanno vicino e veramente importantissimo.

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  3. Ogni cosa e’ perfettibile
    Nel corso dei secoli siamo arrivati fin qua e non è’ stato semplice
    Prima c era solo analfabetismo
    I nostri discendenti migliorerànno le cose come e’ giusto che sia
    Alla tua alunna devi far capire quanta fortuna ha a vivere in una scuola che s lei pare così schifosa

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  4. A me la scuola ha sempre fatto schifo e non l’ho mi nascosto. Preferivo studiare a casa col precettore. Non ci sono confonti. Altro che scuola… Ho insegnato pure io, a sprazzi. Capisco.

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