Che dire?

Eh, che dire.
Me lo dico tutte le sere, quando arrivo ad aprire la pagina del blog: “che dire?”.
Poi arrivano tutte le cose da fare, e tra il fare e il dire, vince il fare. A casa mia, ovviamente, altro che governo.

Insomma, inizio a scrivere e dopo magari i pensieri acquisteranno dignità, avranno un bel soggetto e un bel verbetto attaccato, magari, se sono pure brava, ci metterò un complemento.
Chissà. Speriamo bene.

Partiamo da dove ci siamo lasciati.
Il matrimonio.

Nel caso in cui non si fosse capito, io non amo i matrimoni. Mi sembrano situazioni pesanti, dove sei costretto a stare per delle ore con persone che non conosci e che (magari) non ti stanno simpatiche, impacchettato in un vestito che spesso è troppo rigido, o troppo stretto, e ti impedisce i movimenti o semplicemente ti impedisce di mangiare quanto vorresti. Inoltre ci sono ore e ore da riempire con quelle conversazioni idiote che fai con i semisconosciuti se non direttamente con gli sconosciuti.
E non ti puoi MAI lasciare andare, perché se per sbaglio ti viene da fare un commento divertente su un altro invitato, ecco arrivare il famoso sputt*namento: ma quello è mio fratello/fidanzato/figlio/marito etc…
Insomma, i matrimoni sono situazioni surreali, per me sono semplicemente faticose.
E poi gli sposi: dovrebbero essere i festeggiati e invece li vedi sfiniti, abbruttiti dallo stress dei giorni precedenti, impegnati a fare mille cose tra le foto, la torta e passare tra i tavoli, senza un attimo di tregua, non hanno nemmeno il tempo di abbracciarsi… al matrimonio a cui sono andata a luglio gli sposi, a dire la verità, non mi sono sembrati nemmeno innamorati.
Ma in generale, i matrimoni mi sembrano faticosi.
Durano troppo, c’è sempre troppa gente, si mangia troppo, i piedi fanno sempre troppo male (perché ovviamente per nascondere la panza ti sei messa quei due metri e mezzo di tacchi che dopo due ore ti chiedono il conto).
In generale io ai matrimoni rispondo: no, grazie.

Questo di solito.

[Salto temporale]

E’ successo che quattro anni fa (la prendo lontana, lo so) io ero appena tornata dalla Spagna e svernavo (anzi meglio, autunnavo) a casa dei miei. Avevo un sacco di belle idee (diventerò padrona della mia vita! Senza uomini!)e buoni propositi (mi laureerò alla specialistica!) e mi applicavo con metodo e disciplina (uno dei pochi momenti della mia vita in cui quello che mi proponevo alla sera lo facevo alla mattina) (mai più successo).
La tradizione familiare non scritta ma saputa preveda che se uno dei figli viene a casa, e a casa c’è un altro figlio, il figlio che è a casa accompagni papà all’aeroporto a prelevare il figlio in arrivo.
Sembra contorta, ma molto semplice.
Il viaggio del ritorno dall’aeroporto prevede nell’ordine: chiamata di mamma al cellulare del papà, a cui puntualmente risponde il figlio appena atterrato, e sosta all’autogrill. Sempre. Non si è mai capito il perché, visto che da casa dei miei ci sono cinque aeroporti a un’ora di distanza, ma papà ci tiene ai suoi piccoli riti, e noi, in fondo, anche.
All’autogrill papà prende il suo cappuccino di orzo, io dipende, ma spesso un caffè, mia sorella di solito mangia (se c’è un tramezzino, sicuramente quello, e sempre sicuramente dicendo “sìììì!!! Un tramezzino!!!” con fare entusiasta e subito dopo lanciando la famosa occhiata della morte che solo mia sorella sa fare al tizio che le ha appena fregato il posto in fila) e mio fratello un caffè.
Quella volta io e papà andammo a prendere mia sorella.
Come tradizione vuole, arriviamo all’aeroporto in anticipo (“non si sa mai il traffico” dice sempre papà, ma dico io, ma che traffico ci sarà mai nelle zone depresse della Placida Pianura Padana? In realtà, ci sono due motivi: uno) papà AMA arrivare in anticipo, due) papà non vuole che MAI AL MONDO succeda che noi atterriamo e non troviamo nessuno ad aspettarci) ci mettiamo davanti alla porta degli arrivi con quella almeno mezzora abbondante di anticipo, scorgiamo mia sorella, papà emozionato la abbraccia, io aspetto e poi l’abbraccio e inizio a sfotterla per qualche capo d’abbigliamento eccentrico che la sorella in questione ama indossare.
Sono andata a prenderla con papà credo mille e duecento volte all’aeroporto, di tante mi sono dimenticata, ma di quella mi ricordo bene.
Arriva, attraversa il portale degli arrivi, papà la abbraccia, la abbraccio anch’io, e le dico: “ma cos’è sta mozzarella che hai in testa?” (in quel momento mia sorella portava un basco bianco di dubbio gusto), lei ride, andiamo verso la macchina.
Dopo mezz’oretta arriviamo all’autogrill.
Papà entra, io dietro e dietro di me mia sorella che mi tira per una manica.
Mi giro e mi fa cenno di fermarmi prima delle porte.
Obbedisco.
Papà entra senza accorgersi che noi rimaniamo fuori, io la guardo incuriosita.
Lei abbassa gli occhi vicino alla macchina delle palline colorate, all’ingresso dell’autogrill.
Vedo che sta cercando le parole, confuse dall’aereo e dall’abitudine a pensare in inglese, e mi dice: “C’è un uomo”.
Io spalanco gli occhi, trattengo il commento sarcastico (“Dove?”) e sorrido.
Dentro di me penso: finalmente!!! Ma le accarezzo forte su e giù un braccio vicino al gomito, come faccio sempre quando sono emozionata e non so cosa dire. Vorrei chiederle mille cose ma non so quale sia la domanda giusta con cui iniziare.
Ogni volta mi viene in mente quella parte del Piccolo Principe in cui si lamentano dicendo che non facciamo mai le domande giuste quando vogliamo saperne di più su una persona, chiediamo sempre cose inutili come “quanti anni ha?” “quanto guadagna?” “che lavoro fa?” invece di chiedere le cose importanti.
E mentre mi sforzo a pensare quali potrebbero essere le cose importanti da chiederle, l’unica domanda che mi esce è: “sei contenta?”.
Annuisce più volte nel giro di un secondo, sorridendo un po’ imbarazzata e un po’ intimidita d’averlo già spiattellato, a mezz’ora dall’atterraggio.
Nei giorni successivi mi racconta di aver aspettato un’amica al bar che le aveva dato appuntamento una domenica pomeriggio. Lei entra, l’amica non è ancora arrivata, fa due chiacchiere con il barista, si siede. Aspetta.
L’amica manda un messaggio: cambia luogo dell’appuntamento.
Lei saluta il barista, ungherese, e se ne va.
Sulla porta però ci ripensa.
Il barista è proprio carino ed è stato proprio gentile.

E allora cosa fa?

Nasconde i guanti dentro la borsa.
Torna dentro.
Torna al tavolo dov’era seduta, cerca.
Non li trova.
Va dal barista e gli racconta di aver perso i guanti. Dice che ci tiene molto.
Lui, molto gentilmente, va con lei al tavolo, li cercano assieme ma niente: non li trovano.

Fa per andarsene ma sulla porta si gira, torna al banco e dice al barista: senti, io a quei guanti ci tengo molto, sono un regalo.
Se li trovi me li fai avere?

Questo è il mio numero.

(Sono quattro anni che lui cerca quei guanti)

L’anno scorso, io mi ero appena trasferita in Svezia. Stavamo ancora in albergo.
Mi chiama mia sorella su Skype.
Mi dice che ad agosto avevano fatto il cammino di Santiago.
Una delle ultime sere, si trovavano in una di quelle trattorie alla buona che solo in posti come Italia e Spagna puoi trovare.
Ad un certo punto lui, con fare noncurante, le dice in inglese (è la lingua in cui comunicano) di aprire la guida per vedere dove sarebbero andati il giorno dopo.
Lei apre la guida e trova un biglietto.

Scritto in italiano.

C’è scritto “Ti devo parlare”.

Lei si agita, si innervosisce, in una parola: ha paura.

Lo guarda, interrogativa.

E lui inizia a parlare, in italiano.

E le dice: “Ho tre domande da farti”.

Mia sorella sta per fare un colpo.
Lui non parla italiano.
Si era preparato il discorso.

Lei rimane muta, di sasso. (E per chi conosca mia sorella, sa che è un mezzo miracolo)

“La prima domanda è: mi ami?”

“Sì”

“La seconda domanda: vuoi stare con me?”

“Sì”

“La terza domanda è: mi vuoi sposare?”

Tre settimane fa si sono sposati.

E il matrimonio è stata una delle feste più allegre e divertenti a cui abbia mai partecipato in vita mia.

Gli sposi sono innamoratissimi e sono bellissimi.

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5 thoughts on “Che dire?

  1. Ma che bella storia! Sono cose come questa che mi fanno credere che il mondo non sia un posto così terribile dopotutto!
    Felicitazioni (sono sentite, anche se la sola parola trasuda vecchiume da tutte le parti…)

    Mi piace

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