B1 in lingua dei segni

“Se solo avessi le parole” iniziava così una canzone del secolo scorso.
Ma non centra niente la canzone, né la malinconia per le serate seduta sugli scalini a parlare di niente e di balsami per capelli dentro a magliette bianche troppo grandi e squadrate con gente che aveva allora la mia età e che oggi ha almeno cinquant’anni di più. No, non c’entra. Ma potrebbe c’entrare, chi lo sa. Di sicuro certe associazioni potrebbero non essere del tutto casuali.
Comunque, veniamo a noi: non ho le parole.
Strano, eh?
C’è stato un momento, il momento dopo-Turchia probabilmente, o il momento dopo-Spagna pure, a pensarci bene, in cui io, abituata a raconntare tutto ed ad avere una soglia della riservatezza null diciamo pure molto bassa, mi sono ritrovata ad una cena il giorno di Natale, circondata dai miei amici più cari, che non vedevo da mesi a non spiccicare una parola.
E quindi, quella frase che ripetevo sempre quando la stupidità di qualcosa mi over sovrastava, ovvero “non go paroe”, ad un certo punto si è avverata: non ho parole.
Non ho più parole.
Forse mi è successo quello che temevo. Sono diventata competente in altre lingue, ed ho abbassato il livello di competenza della mia.
Non ho più le etichette per esprimere i concetti. Ma non solo nella mia.
Crescendo e cambiando posto alla fine mi sono imbattuta in conversazioni banali e superficiali ed ho smesso di dover cercare i nomi per i concetti più sofisticati, o per le emozioni più profonde.
Mi sono fermata. Sono ad un livello B1 nella lingua delle emozioni e non penso di poter fare nessun corso che mi ri-dia le parole che ho perso.

Nello specifico, non so come raccontare e che termini usare per descrivere questa sensazione che non mi fa dormire la notte. La bocca dello stomaco è chiusa, la lingua in fiamme, vorrebbe bere, parlare, aria, fiato, calore, le gambe non trovano pace sotto le lenzuola, le orecchie sentono rumori impercettibili e c’è poca aria, pochissima. Come si chiama tutto questo?
Forse non ne parlo perché parlarne non si può. Non ho proprio voglia (e non sopporterei) retoriche e psicologie spicciole dalle persone che sanno una virgola di quello che sento (che dire, neanche io se è per quello) e ne capiscono ancora meno.

Allora quando è così, quando mi rendo conto che “gli altri”, questa entità composta da facce che un tempo reputavo amiche ed ora sono solo facce che abitano troppo lontano, non potrebbero ascoltarmi né darmi conforto, cerco di trovarlo in me stessa, e mi pongo delle domande, partendo da quelle più semplici.
“come stai?”
Sembrerebbe una domanda semplice, ma la risposta non lo è affatto.
Come sto?
Non lo so come sto.
Ad essere sincera, e non a dare la risposta edulcorata che dovrò dare tra qualche giorno in Italia davanti agli sguardi apprensivi dei miei genitori e quelli entusiasti delle amiche che non mi vedono da troppo tempo, non lo so.
Non lo so proprio come sto.
Un po’ contribuisce la mancanza di obiettivi.
No, non esageriamo: non ho intenzione di suicidarmi, tranquilli.
Solo che i posti dove avevo abitato prima avevano rappresentato opportunità. E sfide.
Avevo ben chiaro fin dall’inizio cosa volessi ottenere da quell’esperienza e anche se in un caso (Spagna) non avevo deciso quanto sarebbe durato, sapevo cosa avrei voluto portarmi a casa.
Ho dimostrato a me stessa che quello che mi proponevo poteva essere raggiunto.
E poi botobom, è arrivata all’improvviso la Svezia.
“E all’improvviso l’incoscienza!” recitava un famoso slogan di un programma televisivo anni fa.
E più o meno potrebbe andar bene anche per me. Da incosciente, in un mese che è stato pieno di novità e sorprese e lavoro ho preso l’aereo e mi sono trovata qui.
Non mi aspettavo niente.
Non avevo obbiettivi da raggiungere.
Non sapevo niente.

L’unica cosa che mi teneva qui era la decisione di lavorare per costruire una relazione.
Lavorare, costruire. Non sono scelte lessicali casuali.
Io ci credo davvero che una relazione sia anche fatica e sudore.
Fatica e sudore, intendo, non lacrime e sangue. E’ ben diverso il concetto.
Non starei mai con qualcuno che mi facesse soffrire (e mi chiedo come facciano quelli che accettano quel genere di rapporti) ma sto con qualcuno che mi vuole bene, che mi ha visto nelle crepe più profonde, nei momenti più bui e nei silenzi e che non mi vuole cambiare. Mi vuole proprio così.
Una persona con cui io mi sento serena. Praticamente con cui non devo mai fare fatica (a parte domani che mi vuole portare in canoa, ma sto già covando una uhhhhh altissima febbre che non avrei mai pensato amore mah sarà stata l’arietta ieri sera, vai tu nontipreoccuparestaròmegliooo!).
Però ogni tanto, quando ho la giornata storta, quando le cose non vanno come vorrei, quando succedono mille cose (o semplicemente i miei mi chiamano su Skype e scaricano i loro malumori -sì, si sentono anche se non li raccontano-) c’è bisogno di ricordarsi che mi sono impegnata a far “fatica” per “costruire” questa relazione.
Ci vuole anche la fatica.

Ma non è questo il punto.
Il fatto è che, come i più arguti dei miei neuroni dedicati alla scoperta di questo oscuro sentimento che provo ultimamente avranno notato, l’obiettivo della mia presenza qui non può essere solo un rapporto, per quanto fatto di sentimenti belli.

E non può esserlo per vari motivi banali, tra cui la considerazione di sé, l’autostima, la noia, la sete di scoperte, la vanità, l’ansia, il bisogno di novità, lo stress, il freddo, la rava, la fava…

Ma questo non è un erasmus. (Che, peraltro, non ho mai fatto).
Non è “un periodo”.
Non è “un’esperienza”.
Non è che “se qualcosa va male puoi sempre tornare”.

E’ la vita, porcaputtana, è la vita vera.
E non possa farci niente e a tutto questo mi ci devo abituare e non sono ancora in grado.

Ecco cos’è che non mi fa dormir la notte.

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Pubblicato in: aria

2 pensieri su “B1 in lingua dei segni

  1. Topper ha detto:

    La persona che ti vuole portare in canoa (o che nel frattempo ti ci ha portato) quella lingua e quel livello li conosce benissimo. Forse è semplice: inizia da lui a scoprire questa nuova vita vera, ne sarà felice. Sfruttalo. Otterrai qualche risposta, dormirai meglio e presto troverai il tuo spazio.

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