Sono stata a Londra e mi sono venuti tanti pensieri

Eccomi tornata, oh come ti vedo rilassata mi ha detto l’irlandese con cui parlo ogni settimana ore 14 orario di Greenwich .
Ho fatto un giro proprio bello, non è andato storto niente, c’è stato il sole a Matera, il sole il giorno che abbiamo deciso di andare al mare, abbiamo fatto il bagno (“Com’è l’acqua? – Fredda, ha risposto l’amico materano e dopo cinque secondi si è girato a guardare una che scompariva a dieci, venti, trenta, quaranta metri dalla riva -ero io, in piena funzione vichinga che vede acqua e mare superiori ai 15° sente il dovere morale di entrare in acqua per lei e per tutti i sudditi di Sua Maestà il Re di Vichinghialandia) (“Ma come” mi ha urlato l’Orsetto, “tu che sei sempre freddolosa, che ti avvolgi in mille coperte e hai il piumone anche ad agosto?!” trafelato per starmi dietro, mentre io ridevo. “Chitticcapisc’ àttè!!!” si è messo a ridere e mi ha seguito in posizione stile libero alla vichinga ovvero “ho freddo ma non posso dimostrarlo, ne va della mia integrità”) (e gli amici materani a riva sentendosi sfidati nell’intimo ci hanno seguiti in acqua un po’ inebetiti un po’ “ma ti pare che ci facciamo battere dagli svedesi nelle acque di casa nostra?!”) (“risultato: noi ci siamo divertiti come bambini, ma eravamo gli unici in acqua nel raggio di ehm quindici chilometri). E c’è stata la pioggia a Londra, il caldino umidiccio che ci deve essere nella città più bella del mondo e tante foto nelle piazze e tra i ponti di quella che è anche un po’ la mia città ma che non smette mai di stupirmi per quanto è bella e piena di persone a cui voglio bene e a cui è facile volere bene (vi voglio tanto bene amici miei, e lo sapete e se non lo sapete appuntatevelo in testa, anche da lontano, anche quando faccio la distante sulle bacheche di Facebook, vi penso e per voi batte forte forte il mio cuoricino e non vedo l’ora di tornare, che belli che siete) e piena di incontri fortuiti che uno dice ” e come fai a incastrare montones con cabras tutti in un pomeriggio e una sera, come riuscirai a vedere tutta la gente che vuoi vedere e prendere il caffè con una e l’aperitivo con quell’altro e fare la cena con quegli altri?” E invece lì si può, perché anche se durante la giornata sei riuscita a vederne solo due, poi alla sera per magia ti appaiono gli altri, senza averli convocati e con un carico di fruttata amicizia che poi mi viene da esplodere se penso a quanto stia diventando sdolcinata (sarà l’età) e che invece questo doveva essere un post serio sulle scoperte che ho fatto meditando a Londra.
(Famoso luogo dove ci si raccoglie in meditazione).
Insomma, è andato tutto bene, ma non dirò: è andato tutto come previsto, perché, sostanzialmente: non avevo previsto niente.
Fino al giorno prima della partenza non sapevo neanche l’orario del primo volo (e dire che ce ne sarebbero stati altri cinque dopo, in dieci giorni) ma ero tranquilla. Manco avevo fatto la valigia per dire.
(Che poi, che la faccio a fare? In Italia i vestiti costano di meno e sono più belli: quale migliore occasione per dimenticarsi roba a casa?)
Sapevo solo le tappe: saremmo stati a casa di uno sconosciuto nel Sud della Svezia (“qui la vita è più rilassata” mi ha detto il tizio ” rispetto alla capitale” e mi è venuto da credergli, quando mi sono vista circondata da fricchettoni e punkettoni che credevo finora fossero solo una leggenda metropolitana sulla Svezia ed invece no, ci sono, e hanno le stesse facce che nel resto d’Europa, evviva evviva! Non ci sono solo i mutanti da fantascienza in questo Paese! Viva il Re! E che poi saremmo partiti per il Centro Italia, avremmo fatto capatina (ina ina ina -> ventiquattro ore contate non una di più) e poi avremmo preso un Pisa – Bari di mattina presto e da lì boh, in qualche modo, saremmo arrivati a Matera, forse saremmo pure riusciti ad andare il mare (ma tanto lo sappiamo tutti che in Basilicata ci sono due coasts, quindi ci saremmo riusciti per forza!) e poi forse avremmo fatto una capatina in Campania dalla Signora Mamma e dal Signor Papà (amen!) e poi saremmo ripartiti alla volta del fantastico mondo anglofono madrelingua, e dopo qualche giorno saremmo ritornati qui: dove splende il sole, i vicini se lo prendono tutto sul terrazzo (ma con la copertina sulle gambe) e c’è la bicicletta attaccata alla grondaia (e lì rimane, per il momento).
E tutto è andato bene. Non abbiamo perso neanche un volo (e chi l’avrebbe detto) e quel paio di voli che abbiamo preso senza dormire ci hanno fatto sentire come sotto effetto di qualche droga pesante.
Io mi devo ancora riprendere, per dire.
Comunque, questa era solo l’introduzione.

All’arrivo in Inghilterra sono stata accolta da questa considerazione: nonostante a Londra ci sia già stata, ogni volta faccio considerazioni diverse.
La prima volta ci sono arrivata dalla Francia. Era un fine settimana e papà aveva avuto questa bella ideona di farci riunire a Londra, io dalla Francia e lui dall’Italia, con la Sorellondra (che a Londra abitava e abita ancora, per l’appunto).
Io ero nel primo periodo prolungato all’estero: venivo pagata per fare il lavoro che mi piaceva e non mi ero ancora laureata della prima laurea, per dire quanto tempo è passato, mi ero lasciata da qualche mese con quello che avrebbe dovuto essere (o almeno, così s’era spacciato negli ultimi tre anni) l’uomo della mia vita, insomma, stavo “in grazia di Dio”. In quanto a fine mese, e ancora non consapevole del maneggio dei soldi, ero però: (due punti) povera.
Ma confidavo nell’arrivo del Papi (e della di li moneta pesante per le sue bambine).
Mia sorella era anche lei alla fine del mese, e quindi anche lei (due punti): povera.
Arrivai a Stansted (sì, l’aeroporto dei poveri, e l’unico di Londra che io abbia mai frequentato dovendo pagare io) e puntualissimo come l’aggiornamento dei voli sul pannello aeroportuale ecco arrivare un messaggio da mamma: Papà è bloccato dalla nebbia: il suo volo non parte.
Deglutii e cambiai i (pochi) euro che avevo in sterline e presi l’autobus proletario.
Raggiunsi mia sorella e nei due/tre giorni seguenti scoprii Londra per la prima volta.
Ero da sola, ed ero senza soldi: il modo migliore per scoprire una città.
Mi piacque, mi rimase impressa la Southbank, visitai i musei, vidi i posti principali e conobbi pure uno di Miami davanti a Buckingam Palace che mi disse di abitare a Granada e si offrì di accompagnarmi a Victoria, dove presi l’autobus (dei proletari) per tornare a Stansted e poi in Francia.

La seconda volta fu dopo qualche mese: partii con i miei dall’Italia. British Airways e aeroporto di Gatwich, sì, lo so, si capisce che non pagassi io. Feci pure il giro sul London Eye. Visitai un altro po’ di musei, era Pasqua, c’era il sole e andammo pure alla messa in italiano.

Poi passò un sacco di tempo, Sorellondra si trasferì quasi in Scozia ed andai a trovarla là. Era un posto dove c’erano così poche attrattive che per intrattenermi mi portò a correre al parco.
Io.
Correre.
Al parco.

Ovviamente da allora (era il 2008) non ho più svolto tale attività.

Sorellondra tornò a Londra ma prese a tornare in Italia con più frequenza ed a venirmi a trovare spesso: venne in Spagna due volte, a trovarmi dove studiavo in Italia almeno tre volte e in Turchia una.

Inoltre, la vedevo alle feste comandate in Italia a casa dei miei.

Poi: la Pasqua di quest’anno. Tutta la famiglia del mio coinquilino nonché tenutario del mio cuore, decide di venire in visita in quel di Svezia.
Sono nel panico.
Una settimana a fare finta d’essere la fidanzata perfetta può essere troppo. Perfino per me.
Urge piano B.

Che arriva con una telefonata del papi: su Skype mi comunica che l’husband-to-be di Sorellondra in vista del matrimonio ha pensato bene di iscriversi a catechismo (corso accelarato per upper-intermediate dal momento che è ortodosso) e che il prete Padre George (non mi ricordo il nome, ma a Londra ci sarà pure un Padre George, voglio ben sperare!) gli ha promesso non uno, non due, ma TUTTI i sacramenti in una botta sola!
(Prego pagare)

Ovviamente estrema unzione esclusa.

E la cerimonia quand’è?
Il Sabato Santo!!!

E possiamo noi, sua future family-to-be mancare all’appuntamento? (Visto che tutto questo lo fa al solo scopo di maritarsi- anzi, ammogliarsi- mia sorella, nonchè figlia primogenita dei miei genitori-in-be?)

Prima che io possa rispondere: Sono già all’aeroporto, papi aggiunge: il volo te lo pago io! (Forse si sente ancora in colpa per il volo annullato causa nebbia e le due figlie in versione punkabbestia a vagare per Londra con venti sterline nel 2007…)

Di conseguenza il sabato mattina saluto Orsetto e la Signora Famiglia Associata e me ne vado a Londra. Dopo sei anni.

Ma sono due giorni intensi e con un sacco di racconti (e tre ore -TRE!- di cerimonia in inglese in cui io faccio la traduzione inglese ecclesiastico-veneto dei campi sull’orecchio del papi “Let us pray – Desso preghemo” “Desso el prete toe ea candea e ne dà ea benediziòn”). Londra fa solo da sfondo.

Ed arriviamo a questa volta.
Atterro carica di sole e di amore (essì, pure di amore!) in un posto dove fa freddo, è grigio e piove la maggior parte del tempo.
Nelle tre ore di aereo assisto nolente ma purtroppo presente ad una sfilza infinita di luoghi comuni, sfornati senza sosta e senza abbassare il volume della voce da una ragazza barese seduta due file dietro di me che cerca di farsi carina agli occhi del tizio che le si è (malauguratamente per lui) seduto accanto.

Domitilla, la chiameremo così, è convinta di parlare un perfetto inglese e che TUTTO (ripeto TUTTO a Londra sia meglio). Nelle tre ore di aereo e nelle quasi due di autobus (indovinate dove si è seduta nell’autobus Stansted-Victoria?) (Esatto, dietro di me) informa me e tutti gli altri passeggeri che le università in Inghilterra sono un po’ più care (SOLO SETTEMILA EURO ALL’ANNO) ma che ti danno una formazione che in Italia ce la scordiamo, che molto meglio fare un Master a Londra che in Italia, che alla fine iscriversi all’Università in Italia MENO DI TREMILA EURO L’ANNO non ti costa (ma dove?) (Quella pubblica, sostiene lei!) e quindi è molto meglio farla in Inghilterra, che in Inghilterra è MOLTO PIU’ FACILE OTTENERE UNA BORSA DI STUDIO, altro che in Italia, dove le danno solo agli stranieri, e che lei, che si è laureata in inglese (in Italia, suppongo, visto che l’Università in Inghilterra era tanto meglio) queste cose le sa e poi gliele ha pure dette un amico suo.
Il vicino ne ha di meglio: dice che lui non ha fatto l’università perché non gli sarebbe mai servita, che in Inghilterra si va avanti solo con le raccomandazioni, che in Italia c’è la mafia, che UNO CHE ERA IN CLASSE CON LUI era tanto bravo a scuola ma PER RAGIONI ECONOMICHE non ha potuto iscriversi all’università e che invece ci sono altri che ERANO IN CLASSE CON LUI che perché non avevano voglia di lavorare si sono iscritti, pensa un po’, ad INGEGNERIA e sono ancora là all’università perché dicono che è troppo difficile.
Interviene una seduta lì (la punkkabbestia che era in fila con noi al checkin e che temevamo collassasse da un momento all’altro) e dice che Londra è una città che ti dà UN SACCO DI OPPORTUNITA’. Lei, per esempio, lavora per una catena dove fanno i panini (ipse dixit) e la pagano ben sette sterline all’ora.
Sfiorano la rissa quando si danno degli ignoranti a vicenda per aver insultato in modo forbito uno che prima sull’aereo aveva osato intervenire. (Ed ora si sarà guardato bene dal prendere lo stesso autobus, penso io).

Arriviamo da Sorellondra straniti e un po’ sconvolti.
Non sappiamo se sia la botta di freddo o la botta di chiacchiere a cui siamo stati involontariamente sottoposti.
(Pure l’orsetto, celebre per il suo proverbiale aplomb, mi sussurra nell’orecchio di non aver mai sentito “tante strunzat’ tutt’ insieme”).
Il giorno dopo prendiamo la metro, la prima di varie ed inizio ad osservare.

Le pubblicità recitano:
“vuoi conoscere la persona giusta? Iscriviti al sito balblablablapunto com, qui Jenna e Justin hanno trovato l’amore a marzo 2013!” (E TRE MESI sono abbastanza per definirlo amore? Veloci, stì londinesi!)

“Per riuscire a lavorare in modo efficiente anche nei tempi di trasporto: scarica l’applicazione per i grafici a blablabla, per essere efficiente anche quando viaggi!” (Manco quando sono in autobus mi posso rilassare? Devo sempre pensare al lavoro?)

“Hai bisogno di un donatore di sperma? Rivolgiti a nfibrgbgbky, specializzata dal…”

“Temi che tuo figlio sia sfruttato sessualmente? Primo: guarda se si comporta in modo strano, Secondo: fagli delle domande, terzo: rivolgiti a noi!”

Mi guardo intorno: ci sono tante persone, troppe persone. Spingono, strepitano. Ci sono mamme troppo grasse con bambini troppo annoiati che ogni tanto mugugnano o blaterano solo per attirare l’attenzione a cui le mamme ficcano in bocca cioccolatini (“dai che diventi come à mamma” sottolinea con fare didascalico l’orsetto). Ci sono persone troppo stanche, a qualsiasi ora del giorno e della notte, conducenti di autobus troppo sgarbati e ragazze che vanno al lavoro vestite troppo male. Abiti troppo consumati, ballerine troppo economiche e calze troppo strappate e lise.
Gli onnipresenti trench, carini e modaioli in qualsiasi altra parte d’Europa, qui sono l’ennesima pennellata di grigio, ad un grigiore quasi insopportabile.

E’ la prima volta che vengo a Londra e che ci sto qualche giorno potendola osservare senza ansia e senza fretta.
Entrambi ci siamo già stati, entrambi abbiamo già visto le “cose da vedere”, entrambi abbiamo già fatto “vacanza” nei giorni precedenti. Siamo lì per vedere se possibile qualcosa di nuovo ma non è importante. La cosa importante è stare un po’ con Sorellondra e l’husband-to-be e “vivere” un po’ questa città.

Il tempo passato con Sorellondra e Salàmìn è stato quality time, manco a dirlo.

Ma quello che ho visto di Londra mi ha lasciato un po’ di amarezza.
E mi chiedo: perché tutti questi italiani vogliono andare a vivere il London-dream?

Capisco il primo impatto: Londra è diversa dalle città italiane. E’ grande e ciò nonostante i trasporti funzionano. Capisco anche che per il ventenne trovarsi annunci di ricerca personale ad ogni bar sia oro che cola. Dà l’idea di un posto dove domani, se voglio, posso iniziare a lavorare, inserirmi nel sistema, imparare la lingua, essere a contatto con madrelingua, destreggiarmi in inglese.

Sì. E’ vero.
Ma dopo?

Davvero i nostri ventenni, venticinquenni, trentenni aspirano a fare i camerieri a Londra tutta la vita?

E’ una città veloce, pensata per andare veloce. Questa massa di persone che ogni giorno si deve muovere per andare a lavorare, per guadagnare in modo da poter spendere in affitti molto alti, in vestiti molto brutti ed in cibo molto scadente fagocita tutto, anche le cose belle, e le divide, tagliuzza e rivende in piccole confezioni acquistabili con pochi pounds.
Puoi innamorarti, al prezzo dell’iscrizione al sito di incontri.
Puoi avere un figlio, al prezzo dell’ammissione alla banca del seme.
Puoi anche gestire le tue ansie e i tuoi dubbi, al prezzo del consultorio o dell’analista.

Tutto è lì, a portata di mano, devi solo guadagnare un po’ di più, lavorare un po’ di più, massimizzare il tuo tempo.
Non è previsto che ti annoi, in città come queste.
Non è previsto che non capisci, in città come queste.

Devi tenere il passo, devi correre anche tu, sennò la città, con il suo eterno rumore di locomotiva incessante e sbuffante, ti calpesta.

Questo non mi è piaciuto di Londra.
Forse sarò l’ennesima a dirlo.
Forse un tempo avrei avuto paura ad esprimere questa opinione, perché la mia generazione (e quella prima) è cresciuta con il mito di Londra.

Ma una volta che anche il desiderio di uscire da una casa che sembra quella dei film di Hugh Grant è stato esaudito, cosa resta?

Il gioco vale davvero la candela?
Per quanto tempo uno scappato dall’Italia si accontenterà di lavorare a sette sterline all’ora e di spenderne duecento a settimana d’affitto?
E’ davvero il Regno delle Opportunità così come lo dipingono?

Io non ci credo.

Londra, non mi hai convinta.

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4 pensieri su “Sono stata a Londra e mi sono venuti tanti pensieri

    • virginiamanda ha detto:

      A dire la verità, ho quasi sempre abitato in città inferiori al milione di abitanti. L’unica volta in cui ho abitato in una capitale con 5 milioni di abitanti, era quella più vivibile e rilassata di tutte. Da cui comunque sono scappata per lo stress e le distanze e la troppa gente.
      Non credo sia l’abitudine alla Svezia, forse sono solo molto provinciale dentro 🙂

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  1. plettrude ha detto:

    esatto, Londra è proprio così. ci ho vissuto da poverissima (1000 sterline al mese, 500 in affitto ed ero *fortunata*), facevo onestamente una vita di merda, anche se certo, i musei gratis, i canali, la lingua bella e facile. ci son tornata di recente in vacanza con uno stipendio che in italia mi permette un tenore di vita decente, e niente, ero ancora troppo povera per fare quello che avrei voluto (il secondo cocktail, il vestito della marca che mi piaceva..)

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    • virginiamanda ha detto:

      Già. E questa disparità tra quello che la gente mediamente prende (perché non tutti lavorano nella “city”, come vorrebbero farci credere) e quello che deve spendere genera frustrazione, che si rivede nelle facce della gente.
      Una frustrazione che la città, con la sua continua pubblicità di felicità, aumenta incessantemente facendo sentire la persona media ad uno scalino dalla sua realizzazione, tralasciando che quello scalino molto ma molto difficilmente si potrà salire.
      Certo, la città è impressionante, il Tamigi, i musei gratis, la rava e la fava, però… non si può vivere di sola città impressionante, Tamigi e musei gratis (mentre su rava e fava, non mi pronuncio!)

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