Otto mesi: inverno, amore e disordine. (Convivenza: how to)

Il 27 si è festeggiato alla grande da queste parti: eravamo sul volo Trapani- Skavsta, io ero incollata al finestrino e salutavo ad una ad una le onde sotto di me quando mi sono ricordata: è il 27! Otto mesi da quando ci siamo trasferiti! Mi sono girata con i lacrimoni e lui mi ha detto: “che bello! Non sei contenta?” e mi ha fatto il baciamano. La mia faccia, ecco, era eloquente. (Nel senso che nel vocabolario sotto “contentezza” c’era probabilmente la foto di un’altra, non certo la mia in quel momento, che ero stata al caldo e al mare per due giorni e dovevo ripensare in un attimo al mio amaro inverno a MENO VENTISEI).
Ma, per fortuna, il tempo ballerino ha continuato a dire la sua: la Svezia mi ha accolto con 20 gradi (SOPRA lo zero, stavolta!) e la temperatura si mantiene costante. E la gente su Facebook si lamenta che in Italia piove e fa freddo. E’ il contrappasso my dear, potevate fare a meno di sfottermi quest’inverno. Ora ve lo ciucciate tutto… a giugno!
Ma, in realtà, non volevo parlare del tempo che fa (per quello mi basta aprire la home di Facebook…) ma del fatto che otto mesi sono tanti o sono pochi, a seconda dei punti di vista, ma sono di sicuro abbastanza per tracciare un bilancio.
Per me questo trasferimento ha coinciso con molti cambiamenti, non solo quelli più scontati come cambio di posto, di clima, di lingua quotidiana, di moneta etc etc etc… ma anche con una novità temuta: la convivenza.
Certo, non partivo svantaggiata.
Quando ci siamo conosciuti lui abitava da solo e io con due amiche, non siamo partiti come due fidanzatini che tornano a casa ogni settimana con la biancheria sporca.
Sono andata ad abitare fuori dalla casa dei miei dopo la maturità, e da quel momento (omg, fatto due conti: già dieci anni fa!!!) (meglio non pensarci) ho cambiato coinquilini, case, metrature, città, Paesi, contratti, turni delle pulizie etc…
Mi sono fermata e le ho contate: ho cambiato diciannove case, quella dei miei esclusa.
A parte i sei mesi in Francia, ho quasi sempre abitato con altre persone.
E sono SEMPRE, e dico SEMPRE, stata quella che puliva di meno (casa dei miei inclusa).
C’est la vie, ed ad una certa età una ha imparato a fare i conti con se stessa ed ad accettarsi per quello che è. Credo faccia parte del fatto di essere disordinati, anche se è agli occhi degli altri che sono disordinata. A me piace avere tutto sotto controllo, e dove posso avere sotto controllo nel modo migliore? Davanti agli occhi.
Quindi in pochissimo tempo nelle mie scrivanie, tavoli, tavolini, comodini, divani si accumula tanta di quella roba che metà basterebbe per riempire la biblioteca comunale.
Ma non ci posso fare niente.

Ovviamente nella mia testa è sempre scattata una linea di confine tra la mia camera e gli spazi comuni. La cucina o il salotto o il bagno li ho sempre considerati come posti da pulire diciamo così: per forza.
Stranamente però, non ricordo litigate per questo.
Solo in una delle case c’erano i turni per la pulizia, e manco quella volta li ho rispettati. Ho sempre pulito quando mi pareva il caso. Comunque, per farla breve: pulisco.
Solo che pulisco quando pare a me.
E la cosa mi va benissimo.

Ma poi, la vera preoccupazione della convivenza era: ce la farò?
Io che sono disordinata, che pulisco quando mi va, che faccio degli orari strampalati e che vivo con il fuso di Buenos Aires… ce la faremo???

Da quando sono tornata dalla Turchia (un anno dopo esserci conosciuti) abbiamo iniziato a dormire quasi sempre insieme, e poi a cenare quasi sempre insieme, e finchè preparavo la tesi, pure a pranzare insieme, visto che lui abitava in questa casetta sperduta senza manco la connessione internet ed io potevo starmene tranquilla fino all’ora in cui tornava da lavoro.
Per cui, ecco, non siamo partiti come due persone che non hanno la più pallida idea di condividere spazi ed ambienti con gli altri. E anche ci conoscevamo abbastanza bene anche nelle nostre abitudini e orari.

Ma io ero preoccupata lo stesso.
Abituata a fare come mi pare e se mi rompi prendo in treno e torno a casa mia, qui non avrei più potuto farlo.

Allo stesso tempo però, bando ai romanticismi banali, lui mi sembrava la persona giusta con cui farlo.
(Anche perchè la domenica mattina faceva le lavatrici e stendeva e non faceva “à” né “bà” sui tavolini ingombri di carte e libri che componevo tutti i giorni.)

Insomma dopo otto mesi posso dire una cosa: non ho una casa che splende.

Ma vivo con un tavolino perennemente pieno di libri, guide, giornali e carte, uno stendibiancheria continuamente carico con i vestiti che potrebbero iniziare da un momento all’altro a camminare verso l’armadio, ma soprattutto con un cazzone come me e sono contenta.

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