Un’Italia che non è la tua ma che ti manca.

Eccomi, appena ri- entrata a casa (concetto estendibile a piacimento, ma stavolta restringiamolo a: dove dormo di solito).
La Sicilia mi ha accolto con il sole, tanto sole, il mare, tanto mare, chili in più, tanti chili in più.
Non cercavo una vacanza, non cercavo altro da me, non cercavo un altrove.
Eppure anche solo per pochi, tanto pochi, giorni, mi sono sentita a casa (un’altra volta). I sorrisi delle persone quando si salutano per strada, il sorriso della barista, le coppiette sulle panchine dei parchi, le compagnie a mangiare la pizza e i camerieri che fanno i simpatici: tutto questo, ovvio, non solo questo, ma anche questo è Italia. E’ la parte bella dell’Italia.
Che mi fa sentire “a casa” (di nuovo) in un posto lontano mille chilometri da dove sono nata e cresciuta, ma che è “mio”, è anche mio. Un posto a cui io non appartengo, un posto che non mi appartiene ma che così simile alle strade ed ai profumi (la prima sera abbiamo parcheggiato in una vietta interna, appena scesa dalla macchina sono stata avvolta dall’odore della cucina: qualcuno stava preparando il brodo. Il brodo fatto in casa. Mi veniva da piangere. Da piangere per la mancanza, da piangere per tutte le cose che quel profumo di cucina può raccontare, da piangere per tutte le vite di mamme e di nonne e di zie che si mettono alle dieci di sera a preparare il brodo in casa perché quello con il dado non è buono, di malinconia per le chiacchierate attorno alla tavola, di mancanza per gli orari familiari, per essere in più di due attorno al tavolo, di mancanza per la condivisione, di assenza di affetto in quello che mangio tutti i giorni) che ho sperimentato, che ho vissuto, che sì, mi appartengono e fanno parte della mia storia.

E poi mi viene da piangere in aereo, quando il pilota dice che in Svezia ci saranno quattordici gradi e io l’ho visto, perché se non l’avessi visto sarebbe stato uguale, non mi avrebbe fatto così male, ma io l’ho visto che a Trapani c’erano ventisei gradi, e allora per forza mi viene da piangere, quale sano di mente lascerebbe un posto a ventisei gradi per uno da quattordici?
E mi giro, e sono in lacrime, davvero, che uno direbbe che sono una pusillanime, una debole, che non dovrei fare i capricci, e lui mi vede che sembro il gattino sotto la pioggia della pubblicità della Barilla di una volta, quella della bambina con l’impermeabile giallo e mi dice che non devo preoccuparmi, che me lo promette lui che in Svezia staremo bene, e io mi sento in colpa, perché lo so che staremo bene, lo so che mi vuole bene da morire e io per lui andrei a vivere anche a Ulan Bator e mi vestirei di pelle di montone ma non ci posso fare niente, dopo tante scelte mie sulla vita è arrivato il momento in cui la vita ha scelto per me e il peso di questo destino è sempre lieve, è sempre delicato, perché è pieno d’amore e di promesse e di passeggiate e di risate, e così è di solito…
…tranne quando sono su un volo che parte dall’Italia e mi porta in Svezia.
Lì diventa pesante questa scelta, e nei giorni in cui sono in Italia mi rimane la punta dell’ago sullo sterno, fastidiosa ma non troppo e mi verrebbe da fermare la gente per strada, mi verrebbe da scuoterla, mi verrebbe da fermare la ragazzina accigliata che “fa la parte” con il fidanzatino, mi verrebbe da entrare in uno di quei negozi nuovi per “sigarette elettroniche”, mi verrebbe da smontare una di quelle vetrine dove le uniche scarpe disponibili sono superiori ai dodici cm di tacco, mi verrebbe da prendere per le spalle uno di quei commercianti che non saluta, uno di quei vecchietti seduti sulle sedie di plastica bianca sul sagrato della chiesa e chiedergli “perchè??? Perché avete reso questo posto invivibile? Perché avete reso questo posto dal paradiso che è un posto da cui io debba andarmene alle sette di un lunedì sera qualunque con i lacrimoni?”

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6 pensieri su “Un’Italia che non è la tua ma che ti manca.

    • virginiamanda ha detto:

      Cara Zit, io ho voluto partire tante altre volte. Volevo conoscere, vedere, sperimentare… e adesso che ho passato sette anni fuori, ogni tanto sono stufa! Quando torno in Italia penso che in certi aspetti le cose sarebbero più facili, mi lascio un po’ vincere dalla malinconia…
      In realtà non mai “più facile”, e non dipende dal posto. Amo l’Italia e quello che ha, per il momento (e non per scelta mia) (cioè stavolta non per scelta mia diretta) ci posso venire solo in vacanza. Me lo faccio bastare, ma non lo considero nè lo considererò mai un addio.
      Tu, sei vuoi “provare” Londra, fallo. Se non te la senti, fa’ a meno. Non ci sono i premi coraggio, non esistono competizioni. Ognuno ha i propri mostri interni da combattere. Magari i tuoi stanno tutti a Milano e lì li devi combattere.
      Tu sai quanto sei disposta a sfidare te stessa e se ne vale la pena.
      Per me andare all’estero non è mai stata una prova di coraggio o una dimostrazione di “posso farcela anch’io”. Era curiosità mista a tanto altro. Ora sono a posto pure con quella parte adolescente di me e vorrei stare un po’ in Italia, Ma a quanto pare, non si può per il momento.
      Ti abbraccio forte e grazie d’essere passata 🙂

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  1. Frou Svedese ha detto:

    Non condivido il tuo voler rimanere in Italia, ma questi sono fatti miei. Però capisco il voler prendere la gente una per una e dirgli “ma che cazzo state combinando?”. Abbiamo (avete? hanno?) il paese più bello del mondo, con un umanità e una ricchezza di tradizioni, persone, usi, culture, che è difficilemente comparabile con ogni altro luogo nel mondo e voi cosa fate?
    Volete che vi tolgano l’IMU.
    Vi lobotomizzate davanti alla televisione.
    Andate a Sciarmelscieik a fare i Signori per una settimana all’anno.

    Amo l’Italia ma a volte faccio fatica.
    Consiglio questa canzone, dipinge bene l’Italia

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    • virginiamanda ha detto:

      Uhm, il mio non è “voler rimanere” in Italia. E’ solo che dopo tanto tempo capita (come immagino sarà capitato a te) di riuscire ad essere più obbiettivi e considerare l’Italia anche per le belle cose che da e per l’atmosfera che ti fa sentire quando arrivi. Non sono scappata, non questa volta almeno, e la differenza con le altre volte si sente. Eccome.
      Grazie per la canzone 🙂

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  2. Camilla ha detto:

    Amica mia, ti dico solo, e giá lo sai, che fin quando ci sarà qualcuno che ti stringe la mano e ti dice che andrà tutto bene e non ti fa sentire indegna di lui se ti manca l’Italia, andrà tutto bene. Ma tu mi manchi tanto e mi vengono i goccioloni quando penso che non ti posso chiamare per andare a bere vino rosso da 100 Sek a bicchiere. O quando vedo un cartello “Spritz 3 euro” e ti penso. Che triste mondo di goccioloni.

    Ciao Zitella, mando un bacio anche a te :* (ma Londra è figa peró) (e sicuramente meglio collegata all’Italia di Stoccolma)

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    • virginiamanda ha detto:

      Cara biribimba mia,
      anche a me manchi tanto! Però c’est la vie, e sono sicura che adesso un po’ d’Italia ti può fare bene.
      Sappi che ti penso tanto ma soprattutto penso che ce la farai 🙂
      PS: ma ti manco solo quando vedi lo spritz?!

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