Arrivarci da sola

Questo è un post che parte da lontano.
E fa così:
– oggi ho cercato in rete delle testimonianze di italiani “tipici” (tipici secondo il mio -insindacabile- sentire) su quello che avevano studiato, le loro carriere etc per fare un esercizio. Ho selezionato quelle che secondo me erano più rappresentative. Una in particolare, l’avevo presa per rappresentare “lo spocchioso studente di Lettere che fa lo studente tutta la vita e trova mille scuse di altissimo livello per giustificare di aver portato a casa una triennale dopo diec’anni con un voto basso”. Mentre la facevamo in classe ho pensato che non avrei saputo scrivere una parodia migliore: giri vuoti di parole. Sembrava di ascoltare un’interrogazione del liceo o un esame davanti ad un professore svogliato a Lettere, dopo.
E mentre leggevamo e commentavamo, ho sbirciato il soprannome dell’autore, mi sono partiti due tre quattro cinque connessioni mentali, mi si sono incastrate due sinapsi e mi è sbattuta la palpebra più volte.
Era uno all’università con me.
– poi, ho partecipato ad un concorso, sono stata esclusa, e per la prima volta in vita mia non ho reagito alzando le spalle, ma chiedendo (educatamente) un chiarimento.
Sono stata riammessa.
Avvertita con così poco preavviso però non posso comunque presentarmi.
La cosa buona è che Virgh vince sulla burocrazia. Educatamente. E che la burocrazia era quella italiana.
– I miei mi hanno detto “vai! Partecipa! Te lo paghiamo noi il biglietto! Ti ci portiamo noi! Olellelèè Ollallaà!” I miei sono tenerissimi. E io gli voglio tanto bene.
Quando fanno così sono proprio italiani. Nel senso bello: che credono nel futuro, che credono nelle possibilità dei figli, che spronano ad essere sempre migliori, a crederci sempre, ad arrendersi mai, a dirti vai, a dirti se non provi non lo saprai mai, a dirti brava, a dirti ci siamo noi.
E questa è una caratteristica bella dell’essere italiano.
Secondo me la dovremmo far proteggere dall’Unesco.
E se non ci riusciamo, almeno facciamo proteggere i miei genitori.
– Stamattina avevo la prima lezione del corso di svedese intensivo che dura quattro ore tutte le mattine dalle 8 alle 12. E uno dice ‘mmazza!!! E infatti, per fare quella brava mi sono puntata la sveglia alle sei. Che non ho sentito. E sono arrivata virghianamente (chi mi conosce dal vivo sa che la puntualità non mi ha mai incrociato manco per sbaglio) alle nove. Un’ora dopo e con la gocciolona di fare la figura della classica italiana in ritardo (che mi pregio di aver portato nel mondo a mò di conferma degli altrui stereotipi) (la gente, amici, ha bisogno di certezze) sono arrivata alla reception (dopo ovviamente aver sbagliato strada ed essermi ritrovata davanti ad una chiesa svedese -sbarrata- convinta di essere all’indirizzo giusto) dove, ansimando, ho chiesto: io, lezione, primo, giorno, ritardo, umilmente, scusa, infierisci e la tizia mi ha sorriso e ha detto: no problem, stanza tre, la tua teacher è Camilla. E io ho pensato ah vabbè, tipico svedese: non ti vogliono mettere in imbarazzo ma pensano male di te. E invece no. Quando sono entrata, con molta calma mi hanno fatto compilare un modulo e riferito che la lezione sarebbe cominciata.
Sì, ma alle 10:10.
– Volevo andarci al concorso. Ma ho avuto un barlume di coscienza. Qui è dove devo essere e qui è dove devo stare.
Quando gliel’ho comunicato, chiedendogli cosa ne pensasse, mi ha risposto: E’ quello che ho pensato dal primo momento. MA non potevo dirtelo io. Dovevi arrivarci da sola.

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