Case, libri, auto, fogli di giornale […] se sto così sarà la primavera, ma non regge più la scusa. (Un post a cui sarebbe piaciuto chiamarsi: “la tua bianca schiena”)

Stavo aspettando una canzone per iniziare a scrivere e toh, è spuntata questa, che guarda caso, potrebbe pure c’entrare con quello che voglio dire.
Questa sera tornavo in metro con la signora Silvana, che io chiamo signora perché sì, è una signora, ha quarantacinque anni, ma è pur sempre vero che neanche io sono più una ragazzina.
L’ho conosciuta per caso, quel caso che dopo le presentazioni in inglese senti un nome che ti fa chiedere all’unisono “italiana?”.
E prima di andare a prendere la metro e prima di conoscerla, la signora Silvana, stavo pensando proprio a questa italianità sospesa.
Ormai sono quasi cinque mesi che non vedo l’Italia.
E’ il periodo più lungo che io abbia mai passato lontana dal mio Paese.
Il mio Paese, la mia famiglia… diceva in una scena famosissima Lo Cascio, ma non c’entra. O forse sì. Ma molto obliquamente.
Sono stata in posti caldi, però in quei posti sono crollata a piangere in mezzo alla strada e nessuno mi ha mai chiesto perché. Ma forse sono solo stata sfortunata.
Ricordo uno dei miei primi giorni all’estero. Avevo una stanza in affitto nel “quartiere malfamato” della città francese dove mi trovavo, e la sera in cui ero arrivata il tassista accompagnandomi mi aveva consigliato paternamente ma perentoriamente:”Trovati una stanza da un’altra parte prima di subito, qui pochi mesi fa bruciavano le macchine per strada”.
Per arrivarci dal centro dovevo prendere il tram e poi l’autobus. All’epoca mi sembrava una sciocchezza. (Sì, tanto una sciocchezza che prendendo l’autobus sbagliato mi trovai in Germania, una volta) (e una volta prendendo il treno sbagliato mi trovai nel mezzo del Nowhere, il posto dove tutto era scritto in tedesco e nessuno parlava inglese – nemmeno io se ci penso ora- e c’era un binario solo, di andata e di ritorno e il treno passava una volta all’ora. E sì, l’avevo appena perso per chiedere informazioni ad una signora che rispondendomi in teutonico mi aveva detto qualcosa come “Arrangiati” ma cordialmente) Uno dei primi giorni mi trovavo sul tram e stavo andando a prendere l’autobus. Ero alla penultima fermata, in piedi vicino alle porte. Ed ecco entrare una ragazza. Si mette vicino a me e inizia a singhiozzare. Si aggrappa al palo e continua a piangere. Io rimango immobile, vorrei chiederle qualcosa, dirle che non si deve preoccupare, io da lì avrei perso un sacco di treni e di autobus, sarei pure finita in Germania per sbaglio, dopo poche settimane avrei lasciato l’amore della mia vita, avrei sofferto, avrei trovato una sfilza di cretini che mi avrebbero buttato tra le braccia del meno peggio che mi avrebbe ridotta a pezzettini in un marciapiede di una strada lastricata di Spagna in pieno agosto mandandomi email nei giorni pari dall’India promettendo un amore che ogni volta dopo due giorni non era più sicuro di poter mantenere, avrei pianto disperata sotto il sole nel mio vestito arancione, sarei stata sorda agli amici e mi sarei dimenticata di mangiare per dieci giorni consecutivi, sarei atterrata a Venezia e sarei scoppiata a piangere tra le braccia di mio padre. Ma avrei potuto dirle che dopo sarei sopravvissuta, avrei incontrato altre liti e altre persone, avrei deciso di lasciare la Spagna dopo due anni e avrei impiantato una nuova vita in una stanza di legno d’ottobre in Italia, che mi sarei sentita spaesata, nullatenente ma cuorcontento, che poi le cose sarebbero migliorate e che dopo qualche mese mi sarebbe arrivata una lettera di ammissione per la Turchia e che dopo pochi giorni avrei incontrato una camicia con dentro uno che mi avrebbe chiesto: ma come mai in Turchia? E che sarebbe rimasto ad aspettarmi e che dopo avermi annusata e fiutata e allargato le braccia alle zone incomprensibili mi avrebbe amata senza disperazione e senza sofferenze, e che saremmo venuti insieme a vivere in Svezia, dove il cielo è buio ma solo per permetterti di godere quando decide di non far più scendere il sole.
Avrei potuto dirle tutto questo, ma avevo paura che mi uscisse un accento troppo italiano, che le persone attorno a me mi sentissero e mi qualificassero come “la solita italiana che non si fa gli affari suoi” ed ero appena arrivata all’estero e tutto mi sembrava strano, difficile e mi sentivo braccata.
Una signora vicina mise la mano in borsa, prese il pacchetto di fazzoletti e ne porse uno alla ragazza.
La ragazza in lacrime sorrise.

E da allora è quello il gesto che faccio anch’io ogni volta che vicino a me uno sconosciuto piange.

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