Manga, oh många…

“Manga” è una parola che mi segue da un po’. Quando stavo in Spagna l’Ispanofono la usava spesso per “rubare”, a quanto pare da quelle parti è sinonimo di “fregare” ma con una visiva etimologia: “mettersi nelle maniche”. E a me ha sempre fatto ridere. Non lo so perché, in spagnolo mi fanno ridere le parole più innocue e sono capace di offendermi quando gli italiani si divertono sulle parole più semplici, quelle che ricordano quelle italiane arcaiche.
Poi, appena tornata dalla Turchia ho iniziato a lavorare tutti i giorni con una ragazzina che adorava i manga, quelli giapponesi, e che ogni volta che prendeva un bel voto la mamma gliene regalava (non uno) cinque. E quando prendeva un brutto voto… pure. Ma vabbè lasciando perdere i metodi educativi di certe mamme italiane, era tanto brava e si impegnava.
Ora qui in Svezia (senza una conoscenza dello svedese manco lontanamente strumentale) mi sono ritrovata circondata da questa parola “manga”, “manga”, “manga”… sulle pubblicità, alla televisione, sui giornali.
E così, dopo un po’ l’esercizio “come sarebbe in inglese, pensalo in svedese” ha aiutato il cervellino a stabilire che “manga” (la prima a avrebbe il pallino sopra: “många” ) deve essere “many”, molti.
Quindi oggi “manga” è il nome del post: ho tante cose da dire e farò una lista. (Sì ok, la prossima volta che ho voglia di fare una lista la pianto subito e scrivo “faccio una lista due punti” senza passare per la storia della mia vita, va bene. Che poi alla fine sono solo tre, ma comunque sono più di due e più di due, diceva sempre l’Ispanofono “es multitud” anzi “es multiduz”)

1) La prima cosa è la cosa più banale. Sto bene nella relazione in cui sto. Ho sempre avuto un certo pudore ad ammettere “sono innamorata”, a dirlo, a scriverlo. Credo sia un’atavica scaramanzia, una paura tramandata dalle favole: se nomini una cosa poi scompare. Però mi addormento innamorata, mi sveglio… un po’ meno visto la suoneria della sua orribile sveglia, ma durante la giornata mi re-innamoro di nuovo. Mi piace quando va ad aprire la porta agli operai a petto nudo vestito di solo asciugamano, mi piace quando gira per casa con l’ipad che fa da vassoio alla tazzina di caffè e al cellulare, mi piace quando fa la telecronaca in napoletano alle partite (“Mannòvai!!! Maròòòòò!!! Negher di m****!!! Noooo Boateng, nooooo, noooo!!! Macchiccazzz stav a guardàààà!!! Ma vedi stò provoloneeeeee!!! Nà coousa hà fatt benn!!! A marònnn!!! Mannaggia à traversa!!! Mannaggia!!! Parev’ à Rrobinho!!! Stù cazz’è Sforzini mò ò fann’ jucà contru ò Milan!!! Uààà!!! Rigore nettissim’!!! Mavaffangù st’ cazz’ è Njang!!! Vai Balo, dacc’ nà shpallata!!!”), mi piace quando torna da lavoro e io sono in ciabatte spettinata e mi dice “sei bellissima”, mi piace quando mi ascolta lamentarmi della politica italiana, dei miei genitori, del lavoro etc etc etc, mi piace quando mi abbraccia dopo cena sul divano, mi piace quando ci facciamo le sessioni “film che non avevamo avuto il tempo di vedere nelle nostre vite passate”, mi piace quando piomba in camera dove io sto andando a dormire dopo una fresca giornata pre-pre-pre-primaverile e mi dice “vedi come te lo dico, ho preso i biglietti, tra due settimane andiamo in Sicilia”.

2) Dopo questa prima big big issue, avrò annoiato metà dei lettori single, e che ve devo dì, pazienza.

3) Sto imparando molte cose. La Svezia e questa situazione in generale mi hanno fatto inizialmente dubitare di molte caratteristiche che ormai davo per assodato mi appartenessero. Pensavo di essere una persona paziente, adattabile e con una certa predisposizione alla solitudine e al cambiamento.
La Svezia, la lingua, le abitudini alimentari ed orarie (per non dire climatiche!) completamente diverse mi hanno riposizionato le convinzioni dove dovevano stare, ovvero al livello di “cose a cui credi solo tu”.
Ora, un po’ alla volta, dopo aver dis-imparato com’ero, sto imparando come diventare. Non è facile, ma ci si prova a voler bene a se stessi anche se non si riesce ad assecondare sempre le proprie aspettative.

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