“No te preocupes” mi ha detto la colombiana “llega un momento en el que el cuerpo se acostumbra… al maltrato”

Ecco, devo.

Stavo tornando a casa stasera, e mi è venuto in mente che non ero stata a quel matrimonio a Settembre. PErchè improvvisamente mi era caduto un lavorone addosso e non ce l’avrei mai fatta ad essere in tre posti d’Italia distanti almeno cinquecento km l’uno dall’altro in tre giorni.

Ma non era solo questo.

Ho fatto viaggi peggiori, dato esami in un’andata-ritorno Spagna-Italia in un giorno, con scalo a Girona, non parliamone. Quindi no, non era solo il dover essere in più posti in poco tempo.

Il fatto è che ero stanca. Ero stanchissima. E nonostante fossi nelle migliori condizioni psicofisiche (sole, bel tempo, nessun malessere, amata e benvoluta) insomma ero stanca.

E stasera, mentre tornavo a casa, uscita dalla stazione della metro mentre fuori il cielo fa ciao ciao  e l’aria punge pensavo che io da settembre in poi non ho più smesso di essere stanca.

I sogni che faccio alla notte sono pieni di simboli che significano: perdita di energie, perdita di autostima, perdita di fiducia nelle proprie relazioni, non certezza di recupero, consapevolezza di aver creato una situazione negativa etc… insomma, pieni di belle cose.

Ma io non mi voglio lamentare, almeno non nel blog.

Il blog è sempre stato quel luogo dove non mi avvelenavo, dove cercavo di guardare il lato positivo della vita, che c’è, che c’è sempre.

In questo periodo ho ripreso a leggere, ho un libro sul comodino, uno in borsa e uno in bagno e in quello in camera c’è scritto che bisogna scrivere. Che scrivere fa venire a patti con il mondo, che scrivere è un modo di rendere l’infinita insensatezza del mondo leggibile.

E io voglio riempirmi di letture e di scritture. Sorrido, certo che sorrido, anche ora.

Mi sento solo un po’ meno sicura di me. Visto che per questa volta non sono io l’unica persona che decide.

Questo un po’ mi condiziona. Vorrei che non fosse così, perché vorrei essere più serena rispetto al fatto di stare con qualcuno che ad un certo punto piglia e ti porta al Polo Nord (si vabbè, un po’ più sotto, ma ci siamo capiti).

Parlavo con una ragazza polacca qualche giorno fa e le dicevo “ma c’è un momento in cui ci si abitua a questo clima? A questa vita? A questo posto?” lei ha sorriso e mi ha detto ” sai qual è la differenza? Che io ho scelto di stare qui”. Ed è proprio questa la differenza.

Pochi giorni fa una mia amica spagnola ha scritto una frase che diceva più o meno ” cosa prendi per essere felice? Decisioni”.

Io prendo decisioni, le prendo tutti i giorni.

L’ho presa per venire qui.

Ma per la prima volta non sono con i piedi in due posti, non sono iscritta all’università in Italia, non ho il fidanzato in Italia, non ho più niente in Italia che mi faccia dire “devi assolutamente tornare perchè…” e quindi è la prima volta in vita mia che stare lontana dall’Italia è una cosa continuata e senza interruzioni.

Negli altri posti, ogni due, massimo tre mesi facevo un ritorno a casa. Ora no. Non so nemmeno quando sarà la prossima volta in cui tornerò. E non posso farci niente, ma il solo pensiero, il solo scriverlo, mi fa venire il groppo in gola.

Non è che qui io stia male, si sta bene, lavoro parecchio, faccio quello che mi piace, in un modo più challenging di una volta, imparo molto e dò molto.

E poi sono molto amata. Molto.

E non potrei negarlo, perché sarebbe un torto a chi non l’ha mai avuto un amore così.

E poi c’è che non voglio far pesare a nessuno nè vicino né lontano il fatto che a volte certe giornate mi sembrino gonfie, mi sembrino difficili, mi sembrino indecifrabili.

Perché so che se ne parlo con le amiche di casa, o con i miei genitori, loro non farebbero altro che stare in pensiero per me, dirmi “torna” o prendersi un volo per venirmi a trovare.

Ma io non sono una malata, non sono una depressa, non sono sul baratro. Non ho bisogno di essere salvata.

E non riesco a far sentire qualcuno in pensiero. Soprattutto se so che è qualcuno a cui voglio bene.

E allora non rispondo, non mi faccio trovare, parlo del tempo.

E mi sembra assurdo averlo capito ora.

Quando studiavo le lingue da piccola trovavo incomprensibile che ci fossero interi capitoli dedicati al tempo meteorologico (sì, l’ho guardata storta anch’io questa parola) nei manuali di lingua ma ora capisco. Parlare del tempo che fa impedisce di parlare di quello che si pensa, di quello che si prova.

Ultimamente sto diventando un’esperta del tempo.

E no, non voglio e non volevo che questo post finisse per essere un post lagnoso, che sembrassi un’esiliata.

Non sono un’esiliata: ho scelto, come sempre nella mia vita, dove volevo essere.

Ora devo provare a starci nel miglior modo possibile.

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6 pensieri su ““No te preocupes” mi ha detto la colombiana “llega un momento en el que el cuerpo se acostumbra… al maltrato”

  1. lisecharmel ha detto:

    anch’io sono una che cerca di non far stare in pensiero le persone. perché poi finisce che oltre al proprio malessere bisogna gestire anche la loro preoccupazione 🙂
    però, credo che questo lo sappia anche tu, non potrebbe esserci donna più adatta di te a fidanzarsi con uno che la trascina a pochi chilometri sotto il Polo Nord.

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    • virginiamanda ha detto:

      Brava!
      E poi bisogna pure consolare -loro, gli altri- perchè stiamo male noi! Ma la gente avrà manie di protagonismo… 😉
      Già, speriamo di essere adatta ed adattabile. Ci vuole tempo, dicono. Io continuo a intendere quello atmosferico: quando sarà sempre chiaro e più caldo starò meglio anch’io!
      Un abbraccio!

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  2. formica ha detto:

    ciao!
    volevo solo dire che secondo me la differenza e la capacità di adattamento stanno tutte nell’aver scelto o meno il paese in cui si vive. Io ho vissuto con gioia in olanda, australia e cile e ora mi “ritrovo” in Germania. ho scelto la germania per amore e per lavoro, ma l’ho scelta comunque con la testa; la germania non era mai stata neppure nella top20 dei paesi in cui avrei voluto vivere. e infatti il processo di apprendimento della lingua e di integrazione stanno procedendo a passi lentissimi, con scarso interesse da parte mia….
    vabbhè, scusa, non è che ora voglio raccontarti tutta la mia vita….
    cmq ti leggo da poco, mi piace il tuo blog e sto cercando di recuperare le puntate precedenti….

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    • virginiamanda ha detto:

      Cara Formica,
      grazie per avermi scritto!
      Anch’io trovo che stia tutta lì la differenza: aver scelto un posto. Forse quando inizieremo a ri-conoscerci un po’ in quello che abbiamo intorno, l’integrazione sarà avvenuta e ci sentiremo di aver scelto quel Paese. Forse sarà come quei fidanzati che ti corteggiano a lungo e quando gli dai una possibilità scopri che sono da sposare… Chissà! In bocca al lupo per la vita in Germania 🙂

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  3. verbasequentur ha detto:

    la mia migliore amica un anno fa era nelle tue stesse identiche condizioni (dall’altra parte del mondo però, ancora più lontana), e sono stupefatta dalla precisione con cui riesci a rendere la sensazione.
    solo che la sgamavo appena apriva skype (e lo apriva poco), e quindi una parte di questo malessere filtrava…e che commento senza senso che sto scrivendo.
    volevo solo dire che 1. scegliere una persona, invece che un posto, è comunque una scelta, una decisione che ti appartiene, e intendo nel senso bello dell’appartenere. 2. lo sballottamento da “oddio, non scelgo più solo io” ti coglie anche se resti nella tua città, con la tua famiglia ed i tuoi amici, te lo giuro, ne sono la prova vivente. Per qualcuno abituato ad “essere uno che vale uno”, tanto per citare uno slogan caro a Grillo, cercare delle redini condivise nella vita è un incubo. 3. è uno stato d’animo che poi cambia, detta così sembra una cazzata, ma ho letto – vorrei ricordarmi dove – le fasi degli stati d’animo degli expat “definitivi”, cioè come dici tu non quelli “al momento all’estero”, ma a tempo indeterminato, paragonate agli stadi di elaborazione del lutto, ed era veramente simile, ben pensata.

    Eppoi quest’anno l’italia, ed il veneto in particolare, hanno deciso di assecondare le tue scelte, climaticamente parlando: fa un freddo becco pure qua!

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  4. fughetta ha detto:

    Io volevo solo dire che penso di capire non-sai-quanto! Se riuscissi a trovare le parole giuste magari saprei ringraziarti perchè a volte vedere che non si è da soli nel proprio marasma aiuta.

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