Le cose che a ventun anni mi ero promessa di non pensare mai. (Questo può essere il fine del tuo vagare?)

Era il primo anno di università.

A me sembrava che intorno a me fossero tutti più bravi e più intelligenti di me. Mi sentivo inadeguata, con il mio accento veneto, la mia panzetta nei jeans a vita bassa, l’alcol che non riuscivo a bere, la birra che non mi piaceva, i miei gusti troppo da provinciale come gli scrittori che trovavo in sconto alla libreria del centro commerciale nella pausa pranzo quando rimanevo il pomeriggio al liceo per “ripassare”, “studiare latino con quelli del gruppo Latino”, “fare le prove di teatro”, partecipare al “Progetto per il benessere a scuola”, etc etc.

Avevo un guardaroba a metà tra una liceale alternativa e una strappona non sapendo calibrare paroloni come “eleganza”, “buonsenso” , “buongusto”, “contesto”.

Mi sentivo contenta, certo, facevo l’università, studiavo quello che mi piaceva, anzi: mi piaceva così tanto che a novembre avevo già finito di preparare tutti gli esami della sessione di gennaio.

Poi mi guardavo intorno e mi sentivo un po’ spaesata: ero lontana da casa, la mia coinquilina studiava fuori città e tornava solo alla sera tardi, gli altri coinquilini studiavano Architettura ed erano fuoricorso da almeno diec’anni. Diec’anni in più, per me che ne avevo venti, erano veramente tanti.

Le persone che incontravo in Facoltà, quelle che seguivano i miei stessi corsi dai nomi lunghi e poco raccomandabili come “Storia della Musica fino ai madrigali cinquecenteschi”, “biblioteconomia”, “Storia della lingua italiana”, “Letteratura cavallerisca” mi sembravano tutti degli schizzati. O degli snob.

Ed io non mi sentivo pienamente inserita in nessuna delle due categorie.

Ma poi, quello che veramente mi faceva sentire inadeguata era che io, a ventanni ero stata solo in gita all’estero. Ero fortunata, certo, avevo frequentato un liceo linguistico all’avanguardia che ogni anno ci permetteva una settimana (un anno pure dieci giorni) all’estero. Non era poco nell’epoca ante-ryan air.

E comunque, con la mia settimana a Parigi, a Praga, a Vienna, ad Amsterdam e nel sud della Spagna ero tra tutte le persone che incontravo quella che aveva viaggiato di meno.

A me questo scocciava da morire.

Mi ricordo che mentre aspettavo il mio turno all’esame di Letteratura Cavalleresca quella davanti a me mi aveva riferito che appena finito l’esame si sarebbe presa dieci giorni per riposarsi.

In Egitto.

Mi rodeva e non solo: mi sentivo anni luce lontana. Loro erano dei viaggiatori, erano stati de quà e dellà, non rispondevano al telefono perché erano in Grecia, facevano i weekend fuoriporta a Monaco o a casa dei genitori in Costa Azzurra, magari andavano a trovare il fidanzato in erasmus a Berlino. A lezione di lingua, al momento di “dove sei nato” rispondevano a Rio de Janeiro. Avevano tutti fatto almeno una volta il mese estivo in qualche college inglese. C’era chi aveva iniziato l’università in ritardo perché “prima” aveva voluto farsi tre mesi a Londra.

Io li invidiavo.

E li ammiravo.

E pensavo: anch’io un giorno avrò girato tanto, avrò visto tanti posti, avrò viaggiato… anch’io sarò di quelli che dicono “quando stavo in Portogallo…” Anch’io sarò di quelli con la sciarpetta che “ha viaggiato tanto ” ed è “tornato cambiato”.

Allora, nell’estate dei miei ventuanni decisi che non c’era fidanzato che tenesse: io sarei andata a fare l’inter-rail.

Passai ventiquattro giorni di settembre tra Francia, Spagna e Portogallo.

Mi divertii abbastanza ma soprattutto passai tantissimo tempo in coda nelle biglietterie, sfoderai tutto il francese, lo spagnolo e il portoghese che avevo imparato e dormii in treno, negli ostelli e nelle pensioni poco raccomandabili.

Tornai felice, abbronzata ma sfinita.

E non mi sembrava mai abbastanza.

Per quanto io girassi (e negli anni seguenti la cosa sarebbe diventata abbastanza frequente) non riuscivo a raggiungere il livello di quelli con la sciarpetta.

Ora, dopo aver girato un po’ (ma ancora non abbastanza) rivedo nella mia testa quelli con la sciarpetta che andavano a spasso all’estero a spese del papà.

(E li rivedo anche in facoltà, quando ci passo, visto che alcuni di loro non si sono mai laureati.)

Ma soprattutto li rivedo nella mia testa e capisco che è bello avere dei miti aspirazionali ma che il viaggiare, come le lingue, è solo un contenitore.

Il contenuto lo metti tu.

Annunci

3 pensieri su “Le cose che a ventun anni mi ero promessa di non pensare mai. (Questo può essere il fine del tuo vagare?)

  1. lisecharmel ha detto:

    io la gente che ha viaggiato tanto la invidio ancora. specie quando progettano il prossimo fine settimana a londra/lisbona/parigi e io al centro commerciale a scegliere le piastrelle. però in effetti non è che siano sempre a prescindere persone da ammirare
    🙂

    Mi piace

    • virginiamanda ha detto:

      Già, è da quando hai scritto questo commento che ci penso. Forse io non sono ancora capace di scindere la persona da quello che fa…
      E comunque il fine settimana a scegliere le piastrelle è quello che si fa quando si ha una casa insieme, e anche la convivenza è un bel viaggio 🙂

      Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...