Il momento di “indignazione” del giorno*: i capaci di tutto ma buoni a niente**

Quando facevo le medie i miei avevano preso un computer più bello e più nuovo di quello schermo nero e verde che avevamo.

Avevo Icq. Mi sono fatta la mail con Supereva. Avevo un blog che si chiamava “Megasito” ed era un blog ante-litteram.

Dalla terza superiore in avanti ho passato i pomeriggi a studiare e a cercare informazioni su Virgilio.it. Quando dovevo aspettare che le pagine si caricassero, giocavo al solitario.

Scrivevo sui forum e ho pure conosciuto uno.  Leggevo Clarence. Dopo Macchianera, dopo il Daveblog, dopo, cinque anni e mezzo fa ho aperto questo blog su Splinder.

Tutto questo per dire che certo non sono un genio informatico (la mia soluzione per ogni impallamento consiste nell’alzarmi, preparare il caffè, bere il caffè, tornare quando tutto si è sistemato) ma che la rete la frequento da un po’.

Quando avevo sedic’anni passavo parecchio tempo al computer e in rete cercavo qualcosa che assomigliasse ad un lavoro, qualcosa che desse forma a quello che volevo fare dopo, una volta finito il liceo.

Da quando ne avevo diciassette sapevo che avrei cercato di partecipare a quel bando lì e poi, una volta laureata, a quel bando là, e poi magari avrei lavorato là.

Volevo immatricolarmi a  quella facoltà là, in quell’Università lì. Punto. Non c’erano santi. A luglio mi ero stampata il Manifesto e avevo sottolineato le parti che riguardavano l’immatricolazione, gli indirizzi, i documenti.

Mi sembrava così facile: digitavi, cercavi un po’, aspettavi che la pagina caricasse, e poi ta dà, tutto pronto. Tutte le informazioni che mi servivano erano già lì. Bastava leggerle.

C’è stato un periodo, dal primo al secondo anno di università, che leggevo quel primo bando a cui volevo partecipare quasi tutti i giorni.

Siccome i portatili non erano poi così diffusi, l’avevo stampato a casa dei miei, e in appartamento mi ero messa ad evidenziare le cose che mi sembravano importanti. Avevo perfino scritto la brutta copia del modulo su un quaderno giallo ad anelli, che ho ancora.

Era da un anno che ci stavo attenta, sapevo i requisiti e aspettavo il giorno in cui sarebbe uscito di nuovo. Poi ho partecipato, ho scoperto di essere idonea, dopo un mese di aver vinto. Era una sciocchezza, era un tirocinio retribuito all’estero, niente di sensazionale. Però per me voleva dire tanto: volevo dire iniziare a fare il lavoro che volevo. Essere vera, non campata per aria. E che qualcuno, che neanche mi conosceva, sulla base dei miei risultati mi diceva: sì, lo puoi fare.

Ovviamente dopo ne è passata di acqua sotto i ponti, ho iniziato a non aspettare i bandi ma a bussare alle porte, a rompere le scatole, insomma, tutto quello che si fa quando si capisce che il mondo è grande e non si può rispettare ogni scadenza o stare fermi ad aspettare.

Dopo tre anni circa, sono ricapitata per caso sulla pagina di quell’altro secondo bando a cui la me stessa di sedic’anni diceva “io un giorno sarò laureata e potrò partecipare”. Ed ho pensato che glielo dovevo. Senza un’eccessiva convinzione mi sono messa a compilare l’ultima sera disponibile, ho spedito, pah, vinto. La me stessa sedicenne era molto orgogliosa di me.

 

In questi giorni, navigo parecchio.

Devo cercare sempre qualcosa di nuovo da fare, e anche se un po’ alla volta le cose si muovono, mantengo l’attenzione alta.

 

E’ così che mi accorgo che quel bando, il primo, quello a cui partecipai io nel 2006, viene ripubblicato.

Ma qualcosa nel mondo di internet è cambiato.

Le informazioni non vanno più cercate. Quel bando viene ripubblicato in ogni sito attinente, in ogni sito che “celebra” gli italiani all’estero***, in ogni forum più o meno generico di “offerte di lavoro”.

Ed io, ingenua, visto che ho partecipato anni fa, penso di essere utile.

Ma internet è cambiato.

Adesso la gente schiaccia “mi piace” e parte a commentare.

E quelli che scrivono sotto si lamentano.

Si lamentano tutti.

C’è sempre qualcosa nel bando che non va bene.

E’ colpa del sistema, è colpa dell’Italia.

Il bando (che è per un tirocinio) prevede come limite d’età 30 anni.

E la gente si lamenta: io che ne ho 31 sono da buttare??? Questo è un Paese che non valorizza noi giovani!!!

Allora io dico: maporcaputtana, tu dove sei stato gli ultimi diec’anni? Ogni anno quel bando viene pubblicato con l’età limite di 30 anni. Ma non potevi partecipare l’anno scorso?

Ma poi, ri-porcaputtana, a 31 tu sie ancora lì ad aspettare che escano bandi (tra l’altro con pochi posti) di tirocinio??? Ma non hai mandato curriculum in giro? MA se volevi andare all’estero, non potevi prendere un Ryanair e iniziare a bussare alle porte?

MA dovevi aspettare un bando che è palesemente per quelli bravi nello studio più giovani di te???

Poi io non ce la faccio.

Io cerco di mantenere in rete lo stesso comportamento che mantengo nella vita reale.

Ovvero: sono consapevole che la vita riserva momenti spiacevoli, che la gente sia stupida, che ci siano argomenti terribili. Li evito. Cerco di vedere il buono nelle cose e nelle persone e di non andare vicino al male, nè di provocarlo. Poi, visto che non sono perfetta, commetto le mie cafonaggini, ma davvero, cerco di essere buona.

Ecco, io davanti ad uno scimunito che a 31 anni sta perdendo il suo tempo ad aspettare bandi a cui non potrà mai partecipare, io perdo tutto l’aplomb.

Io mi chiedo: dove sei stato nella vita, che persone hai conosciuto, che genitori ti hanno cresciuto per essere arrivato a 31 anni a considerarti un giovane?

Quando mi permetto in modo calmo di osservare che non ha senso prendersela con il bando (sì, ci sono affezionata, va beneeeee??? Oh là!)  in questione, perché quei limiti ci sono sempre stati, beh… apriti cielo.

“Beh, ma in Italia bisognerebbe considerare che ci si laurea attorno ai 30 anni e che uno fino ai 30 anni non ha fatto esperienze lavorative”,

In Italia???

MA DOVE?

Nel tuo mondo dei puffi forse!

Ecco, questo è un esempio, di uno che mi è capitato tra le mani (solo metaforicamente, per fortuna per lui!) in questi giorni, ma a me fa riflettere.

Siamo una generazione che si nasconde?

Non siamo choosy.  

Secondo me siamo pigri.

Non ci mettiamo neanche a leggere le offerte, i bandi, siamo superficiali.

Leggiamo il titolo e via, a criticare.

E’ un Paese per vecchi, è un’offerta ridicola, io non ci vado, che prendano un altro.

Usando poi sempre le solite scuse.

All’unico concorso che ho partecipato che prevedeva un colloquio, la gente in coda era terribile: tanto prendono sempre gli stessi, bisogna conoscerli, se guardi le altre volte  vedrai, capirai, io ormai sono stufo, in questo Paese è tutto in mano agli stessi, tu ti fai il mazzo e poi scelgono un altro, io la prossima volta non vengo più, ma chi me lo fa fare, tanto si sa già, è già scritto, vedrai, a me l’altra volta mi hanno chiesto una cosa assurda, ma tanto sanno già chi prendere, ma io con tutto quello che ho studiato non è possibile che sono ancora qui, alla mia età, in fila per il colloquio, è una vergogna…

Poi hanno preso me.

Che non conosco nessuno, sono poco socievole e sono, come si suol elegantemente dire: l’ultima degli stron*i.

E abbiamo bisogno di alibi. E non dobbiamo neanche fare fatica: i giornali, i nostri genitori, quelli che parlano per sentito dire ce ne forniscono a bizzeffe.

E poi siamo arroganti.

Il posto ideale non aspetterà te, imbecille. Datti da fare, se non riesci a studiare.

E poi non ne posso più.

Quando ero più piccola sentivo gente dire: eh, ma a 14 anni è troppo presto per scegliere la scuola superiore.

E adesso sento la gente dire: eh, ma a 18 anni è troppo presto per scegliere l’università.

No, non è troppo presto, è troppo tardi.

E’ troppo tardi per darti dù ceffoni e farti svegliare.

Conosco, leggo di gente laureata in Scienze Politiche che si chiede come mai il mondo del lavoro gli chiuda le porte in faccia.

Forte, dovrebbe chiudertele.

Sul naso.

* Alla sera, prima di dormire, esprimo sempre la mia indignazione per qualcosa che ho letto in rete con l’uomo più paziente del mondo che dopo avermi ascoltata pazientemente, mi risponde con: “Sì… ma non ne avevamo giù parlato?”

**Espressione del papi, che usa per definire quella manica di ciarlatani (affettuosamente detto, eh!) che è quella parte di famiglia a cui lui non appartiene. Sì, ci vogliamo tutti tanto bene in famiglia, embè?

 

 

*** Che poi bisogna finirla con questa storia: “all’estero è tutto meglio!” Ma non è vero! In Italia si sta ancora troppo bene (per quello che vi meritate, intendo)

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