Adolescente è il participio presente di Adolesco, crescere; il participio PASSATO è adultum

Lo scrivo ora, non ci posso fare niente, adoro le liste, si sa.

E’ solo il giorno undici del mese, ma a mia discolpa posso dire che il quindici prendo il volo per l’Italia  e poi inizieranno le tarantelle, i giri dai parenti, gli spritz con gli amici, l’attesa per mio fratello, che da bravo bambinello arriva sotto Natale, ma sempre con qualche giorno di ritardo (e poi dicono che la ritardataria della famiglia sono io).

Eccolo, appena sfornato nella gelida notte svedese, il post sul 2012.

L’anno, bisogna riconoscerlo, era partito bene: una tipa fulminatissima (sconosciuta) a Capodanno, vedendomi seduta ad armeggiare con il tovagliolo ed a sistemare le pieghe di un vestito impero mi aveva chiesto “ma sei incinta?”.

A parte le persone moleste, ero partita con grande entusiasmo: il 2011 era stato un anno così brutto, così pieno di buio, di nero, di tristezza, di piumoni, di silenzio (mai sperimentato una bocca chiusa come quella che ho tenuto nel 2011, mai), di angoscia, di notti in bianco, di spaesamento, di rifiuto, di pianti, di incomunicabilità e di inadeguatezza che ne ero sicura. Il 2012 avrebbe solo potuto essere meglio. Un anno peggiore non avrebbe umanamente potuto esserci.

Dal 2011 mi porto dietro un bagaglio pesante (proprio io, the irony!)  ed è il silenzio davanti a persone a cui avresti un sacco di cose da dire. In tutti i sensi: il silenzio davanti agli amici intimi che però non lascio più entrare nell’intimità, il silenzio davanti a sconosciuti alla prima castroneria che sparano. Una volta ero una caciarona, raccontavo tutto di me a tutti, anche cose molto private, ma soprattutto mi inalberavo non appena uno esprimeva un’idea che mi sembrasse sciocca o banale o stupida. Adesso no. Non so se è crescere. Spero non sia la sensazione di autostrada.

L’autostrada è una metafora della mia amica Gigia che fa così: se io sono già arrivata ad un certo punto, non ho nessuna voglia di tornare indietro a prendere un altro che tutta quella strada non l’ha fatta, stia dove sta. (Tale amica è la stessa che in occasione del dibattito sull’esigenza o meno per Tiziano Ferro di dichiarare la propria omosessualità ebbe a liquidare la faccenda con un elegantissimo: “anche a me piace il caz*o, eppure non sento nessuna esigenza di chiamare i giornali per ricordarglielo”)(Quindi mi sembra persona degna di fiducia in campo di metafore).

Gennaio, febbraio(rifiuto un lavoro in Argentina), marzo(rifiuto un lavoro in Turchia): li possiamo mettere tutti nello stesso calderone. C’ero io seduta sopra ad un letto, con il piumone avvolto attorno e il portatile sulle gambe che scrivevo la tesi. Quando non ero seduta su quel letto ero a ricevimento dalla relatrice (Santa Donna che ricorderò sempre per la famosa telefonata: “Cara, scusami se ti disturbo, sai, è uscito il calendario delle lauree e ci sei anche tu, ma com’è possibile che io la tua tesi non l’abbia ancora letta?” , la faccia che mi fece quando il giorno dopo a lezione le portai il malloppone di duecento pagine “Signorina, mi ha proprio voluto bene, eh?” e la difesa strenua della mia tesi in Commissione. Brava, disponibile, giovane, bella, preparata (ah, e pure con un figlio piccolo). Se tutti i professori universitari fossero come lei, l’Italia non sarebbe un posto di cui lamentarsi, ma di cui andare fieri).

Arriva Aprile, ero al galoppo ma ora posso tirare un sospiro di sollievo. Ho consegnato i volumi, fuori c’è il sole, ah si, c’ho pure un fidanzato che mi ha tenuto la manina tutto il tempo e a cui non ho quasi dato retta, ah si, ho pure degli amici con cui uscire, ai quali non ho quasi mai risposto in questi mesi, che bello: torno ad essere una persona. Le mie giornate non sono più cariche di sensi di colpa, frustrazione, inadeguatezza e ansia. Respiro, ricomincio a respirare.

Una sera, siamo tra le colline, ristorante vuoto. Si allontana per andare a salutare in cucina. Sono inquieta. Suona il telefono. Ciao, sono la mamma. Senti, ti dobbiamo dire una cosa. Domenica scorsa papà è caduto ed è andato in coma.

Mi alzo, non sento, come? Cosa stai dicendo? Dov’è? Come sta? Cos’è successo?  E tu? Dov’eri? E perchè me lo dici solo ora?

Perchè eri agitata per la tesi e non volevamo farti preoccupare. Se quelli di prima erano mesi al galoppo, questo è un mese costantemente a bordo di una ferrari. Sono sempre nervosa e preoccupata, quando sono via per l’università ho il pensiero di casa, quando sono a casa ho il pensiero di non poter fare abbastanza.

Inizio a rendermi conto che i miei iniziano ad esaurirsi. E non ci sono più ricariche. Un po’ alla volta ne scomparirà un pezzettino. E non si riformerà più. Il bello è già andato.

Arriva il giorno della laurea: sono una corda di violino. Certo, per la laurea. Ma soprattutto per papà: è la prima volta che esce di casa dal coma, sono agitata, gli sto sempre vicina, penso che è un pacco nascere per ultimi e pensare prima a vivere rispetto a laurearsi. I genitori non sono infiniti. E gioiscono meno dopo.

Mi laureo, saluto i miei, gli amici, ce l’ho fatta, mi giro verso il tato e tunc. A terra. Ci sono io appoggiata ad un carrello dell’Esselunga che mi trasporta in calo completo di zuccheri, energie, vita. M’hanno staccato la spina. Passo tre giorni a letto. L’uomo mi fa l’acqua e zucchero e mi accudisce, come se fossi una vera malata. Sono solo senza forze.

Maggio: sono a casa, con un occhio osservo papà, con un altro mando cv a non finire.

A metà maggio partecipo ad un bando.

A fine maggio mi comunicano che l’ho vinto. Via. L’Italia forse non è solo un Posto per vecchi.

A giugno lavoro, lavoro tanto, ma sono piena di vita, di vestiti nuovi, di sorrisi, di chili di meno, di colori chiari. Vado anche al mare, robe da non crederci.  Mi arriva anche un altro lavoretto.

A luglio il lavoro è finito, sono di nuovo dai miei ma sarebbe meglio dire che sono in bilico sul treno della tratta Nord-Centro Italia, un po’ genitori, un po’ amore, un colpo al cerchio, uno alla botte. (Rifiuto un lavoro in Nordafrica). A lui propongono un lavoro in Svezia. Ci guardiamo. E in un giorno organizziamo un giro Olanda-Germania-Danimarca-Svezia-Belgio di dieci giorni. Chissenefrega se ti prendono o no, noi intanto facciamoci il giro. Finalmente supero l’esame di Storia Romana, il prof mentre sto parlando mi guarda in faccia e mi dice: trenta, prendo, porto a casa e parto. Ci incontriamo a Lubecca, dove ci hanno organizzato una splendida accoglienza: il festival della birra.

E’ agosto, siamo in giro, torniamo, facciamo un anno. Chi l’avrebbe mai detto, eppure io ti voglio sempre più bene, pure quando mi fai arrabbiare (che è spesso). Lo chiamano: senti, il colloquio è andato bene, licenziati e porta anche la tua fidanzata, al resto pensiamo noi.  L’ultimo giorno della nostra prima vacanza insieme ci svegliamo in questo albergo retrò dalle lenzuola bianchissime e una vocina mi chiede: “Ma tu… ci verresti in Svezia con me?” Lo abbraccio: “Sì!”

Il galoppo riprende, siamo in corsa per riuscire ad organizzare un trasferimento di boh, anni? Lui intanto è in posto con pochissima connessione, gli preparo pdf di informazioni e liste di cose da fare ed organizzare, abbiamo solo un mese, quando dici che potremmo partire? il 26? No, magari il 27? e… suona il telefono.

“Dottoressa…?” Sì, mi dica. “La chiamo per informarla che da lunedì lavora per noi fino al 26 settembre.” 

Settembre: lavoro a ottantotto chilometri da casa, mattina sveglia alle cinque, ore ininterrotte, treno per un’ora e mezza e casa: preparare il giorno dopo, pensare in modo confuso alla Svezia che si avvicina e driiiin sono di nuovo le cinque del mattino. Sono stralunata e un po’ stanca quando arriva il 27 settembre. Passo la giornata da lui,  e mentre è in ufficio a salutare, io mando messaggi e mail deliranti a tutti i miei amici, sono curiosa, eccitata, stanca, assonnata, nervosa.

Siamo al gate. Abbiamo cinquanta minuti di tempo prima della partenza. Mi guarda e mi sussurra: ce lo facciamo l’ultimo spritz? Ovviamente acconsento, ed in realtà siamo al tavolino del bar, lo spritz in una mano ed il telefono con mamma e papà nell’altra. “Te li sei portati i maglioni pesanti?”. A Milano ci sono 30 gradi.

Atterriamo e metto il cappotto: in Svezia ce ne sono 20 di meno.

Ottobre: passato in albergo, in una stanza di venti metri quadri ad avere un po’ paura un po’ a capire cosa dovessimo fare per risolvere questioni che ci sembravano urgenti: casa, trasporti, manda cv. Il fine settimana usciamo a fare i turisti, e ci viene proprio bene. Una sera troviamo un posto dove fanno la polenta, è mio, dico, entriamo, vedo gli spritz sul listino, li ordino, mangiucchiamo qualcosa e ciao ciao. Lui fa la foto allo scontrino e la manda a tutti i suoi amici. Non riusciamo a capacitarci dei prezzi svedesi. Si stava meglio quando si stava peggio.

Novembre: iniziamo a vivere nella nuova casa. E’ bella, è nuova, e arriva la prima neve. La prima di una lunga serie. Intanto ho iniziato a lavoricchiare anch’io. Poco, pochissimo, ma almeno mi sento utile. Imparo a stare con i bambini. Proprio io, chi l’avrebbe mai detto. Conosciamo un po’ di persone, mi iscrivo al corso di svedese. Imparo a mie spese che devo fare meno la figa quando alla prima lezione ti chiedono quali lingue parli. Mi si appiccica un turco che non mi scollerò più di dosso fino alla fine. Inizia a fare sempre più freddo. Arrivano le prime visite: amici miei, amici suoi, i miei. Mi fanno i complimenti: ma come la conosci bene la città. Arriva anche il mio compleanno. Come da tradizione, piango tutta la notte precedente, prendendomela pure con lui. Lo prendo a calci. Mi porta rose rosse e Amarone, pace fatta. Arrivo a 28 anni con un sorriso ed un amore bello. Sono contenta.

Dicembre: here we are. Sono qui, in Svezia, con una persona che mi stima e che io stimo. Non solo, che rispetto. Mancano ancora un po’ di cose: un lavoro più stabile e continuativo, ma non mi posso lamentare.

Quest’anno ho fatto pace con un sacco di questioni sospese: mi sono laureata, ho finito gli esami per l’accesso alle classi di concorso, ho vinto due bandi, ho lavorato in due posti dove avevo sempre sognato di farlo, ho migliorato l’inglese, adesso è come avrebbe dovuto essere se non fossi stata così pigra sette, otto, nove anni fa; non ho incontrato nessuno dei miei ex. Ho iniziato a litigare con i miei da pari.

Il 2012 è forse l’anno in cui sono diventata adulta.

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