Amore ricordami IL MOTIVO per cui viviamo ora in un posto dove fa MENO DICIOTTO

Questo è uno di quei post che andrebbero sotto il nome “sono viva e sono qui per raccontarlo”.

Volevo scrivere un post sulle differenze tra Italia e Svezia mettendo i voti etc etc, ma facciamo che scrivo prima questo, che la mia vita in questo momento mi sembra una priorità.

Vengo contattata da un paio di tizi che sono molto entusiasti all’idea di avere una professional teacher tutta per loro, a domicilio!

Benissimo, dico io, due euri in più vengono sempre bene, e visto che al momento il mio portafoglio è in mezzo alle gambe (una frase che mi ha detto oggi la mia nuova amichetta estone e che diventerà la mia fraseacidità per il prossimo anno) perchè no?

Dove vivete, dico io, in uno degli scambi di mail più lunghi della storia. In periferia, dicono, abitiamo a Sukajainaklom* , no problem, dico io dopo un rapido controllo su googlemaps. Potenza delle perfette linee metropolitane svedesi (e del fatto che àcapitale è comunque estesa più o meno quanto un paesotto italiano) ma da casa mia ho solo venti minuti di metro. Wonderful, mi dice questa, siamo tutti e due very excited!

Mah, a me la gente entusiasta mi puzza sempre, ma insomma, alla fine in tante cose anch’io risulto un’entusiastina della prima ora per cui empatizzo e vado oltre.

Si può fare dopo lavoro? Chiedono. E chi lavora? mi verrebbe da rispondere ma dico Of course certo che sì a che ora vi va bene? Alle sette dicono. Va bene, tanto qui il sole tramonta alle 14 (true story, e io che non volevo credere al buio inverno scandinavo, porcavacchisssima) ok, no problem, sarò lì. Mi danno l’indirizzo. Controllo su googlemaps, c’è da arrivare con la metro, girare a ovest, attraversare un parchetto per 58 metri, svoltare a destra su Hughughguhgngatan* e ta dà, ci sono. Ottimo, neanche la fatica di pensare. In più, io dalla terza elementare so il trucchetto:  est è contenuto nella parola destra quindi ovest è sinistra. Non posso sbagliare.

[Piccolo dato meteo: nevica da una settimana, ieri faceva meno undici, oggi la temperatura prevista è MENO DICIOTTO° . Massì, se ce la fanno gli svedesi a vivere (mica smettono di vivere per un po’ di freddo d’altronde, no? In fondo anche da noi quando d’estate fa +40° non è che la gente smetta di vivere, lavorare, uscire perchè fa troppo caldo. Sarà uguale, ma al contrario. Impariamo da loro, no? E poi ho anche un super colbacco bianco che mi ha regalato l’omm’ mio per il compleanno, ce la farò)]

Bene.

Esco dalla metro, sta nevicando ma piano, è sopportabile, giro a sinistra, ok, proseguo per cinquattotto metri, dovrei trovare un parchetto.

Invece no.

C’è un’autostrada, tra l’altro senza nessuno che abbia anche solo lontanamente mai pensato di spargervi il sale sopra. Tutto bianco e grigio per le scie delle macchine e il nulla intorno. Se mi giro attorno alla fermata della metro sembrano esserci luci, condomini, un po’ di gente che esce dalla metro (ma poca) ma lì, dove mi trovo io: il nulla.

No problem, no panic, fermiamo un psichello. Sorry, I cannot help you. E com’è che non can? Te l’ha detto la mamma che non puoi parlare con gli sconosciuti? Ma guarda che io sono buona, c’ho pure un coniglio in testa! No, non fare quella faccia, è finto, è pelliccetta sintetica, si vabbè, ciao. Mi giro, mi guardo intorno, continua a nevicare.

Torno indietro e trovo due svedesotte in tenuta uhm come dire, opensource con mezzo ettaro di tetta di fuori (rammento che sta nevicando e che per oggi è previsto -18°) che sembrano disponibili (in tutti i sensi, ma a me ne interessa uno solo) e mostro speranzosa il mio post it. Soffocano le risate e mi dicono: è da tutta l’altra parte.

Bene, continua a nevicare e sto già arrivando in ritardo.

Vado nella direzione indicata, passo oltre alla fermata della metro e le luci diventano sempre più rade. Però eureka! C’è un parchetto.

Uhm, veramente non è proprio un parchetto ma è un parco immenso, con pure la casetta di Babbo Natale senza Babbo Natale e alcune persone che camminano. Andando tutte in direzioni diverse. Effettivamente è tutto innevato e le stradine del parco non si vedono.

Bene.

E’ tutto bianco e sta continuando a nevicare. Uhm, ora (sempre se questo è il parchetto che vedevo su googlemaps) dovrei girare a destra su Hughughguhgngatan.

Sì, va bene ma… dove?

E’ tutto bianco e i cartelli stradali sono completamente coperti dalla neve.

Ma io non mollo, da espertona, mi guardo intorno. I pochi che ci sono nel parco sono troppo occupati ad andare a casa e a fissare il suolo per non scivolare per dare retta a me, piccola italiana mora bassa e con una taglia di reggiseno che viene confinata nel minuscolo repartino small sizes (quando in Italia è un’onestissima seconda!) e con un coniglio bianco in testa.  Continuo su  quella strada (almeno, sembra una strada) e intanto nevica. Trovo un sottopassaggio. Ed ecco che inizia a materializzarsi il pensiero negativo creato dal panico (che per comodità chiamerò pe.ne. cre. pa. -e chi ha orecchie per intendere intenda- e verrà evidenziato dall’uso di virgolette).

“Sono nella periferia di una capitale. La settimana scorsa hanno ammazzato uno nella metro, così, colpo di pistola in mezzo alla gente e ciao ciao. Sono in un posto che non conosco e non ho mai frequentato neanche di giorno. Sono senza credito sul cellulare. Non ho prelevato quindi non sono anche senza contanti. La gente da dove sono ora non si vede neanche più. Non so come fare a tornare indietro. E’ tutto bianco. Continua a nevicare. Ho freddo. Il suolo in alcuni punti è scivoloso e rischio di cadere. Non ho la più pallida idea di dove devo andare. Le vie non si leggono. Qui c’è solo un’autostrada, un parco e dei casermoni immensi dall’altra parte della strada. Se crepo qui, non lo scopriranno mai.”

Decidendo quindi di non avere niente da perdere, continuo a cercare la strada che mi serve, non potendo leggere i nomi delle vie e non potendo chiedere a nessuno, vado a naso.

Com’è, come non è, dopo venti minuti di erranza, trovo la via.

Sono a cavallo.

Per strada non c’è nessuno.

Ma chi se ne frega, ho trovato la via!

Bene, questo è il numero 2, io devo andare al numero 33. Ok, seguirò la via fino a quando non troverò il 33.

Bene.

Bene, continua a nevicare.

Bene.

Attorno al numero 16 rimane solo la parte dei numeri pari. Il lato di strada dove si trovavano i numeri dispari (e dove in teoria dovrei andare io) non ci sono più costruzioni.

Uhm.

Nevica.

E’ tutto bianco.

Chissà perché non hanno più costruito dopo questo numero e wwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwrrrrrrrron.

E’ un treno.

C’è un treno che passa a pochi metri da me.

Esattamente dove dovrebbe proseguire la numerazione pari.

Così, senza recinzioni. In mezzo al bianco. Roba che mi sarei trovata sotto due secondi dopo.

Continua a nevicare.

Dentro di me penso: “ok, se nevica vuol dire che non fa poi così freddo”.

Mi stupisco subito dopo di essere arrivata al punto nella vita in cui una frase del genere mi può rassicurare.

Continuo a camminare per la via dei numeri pari, sai mai, magari gli svedesi hanno una numerazione diversa. Mah.

Una cippa hanno una numerazione diversa: ci sono solo numeri pari.

Al 32 trovo un supermercato, evvai, almeno farò una ricarica e li chiamerò chiedendogli dove minch*a si trovi stò benedetto 33.

Entro, chiedo al tizio (moro, quindi probabilmente non svedese) se gli è giunta voce di dove si trovi stò numero 33.

E se già che c’è mi fa una ricarica.

Sorry, mi dice, le ho finite.

(Mannaggiàbuttana come dice l’amore della mia vita ogni volta che si sveglia alla mattina e va addosso al cassetto del comodino che non ha chiuso la sera prima)

Però si offre di aiutarmi (ok, definetely non è svedese) e dice che posso usare il suo telefono.

Sì, non dev’essere svedese, e mentre sono persa in queste elucubrazioni etniche, riesco a chiamare uno dei due fulminati che mi ha dato appuntamento stasera.

Ok, il tizio che mi risponde sarà pure svedese ma parla inglese peggio di me (punto all’Italia, alla faccia delle vostre small sizes!)  e mi dice don’t worry che se sono al supermercato non sono troppo lontana, devo solo ATTRAVERSARE la strada, perché, you know, sai, sei dalla parte della numerazione pari.

E grazie al supercaz*o! Lo so pure io che sono dalla parte dei pari, ma amoremio scandinavo, tu lo sai che c’è un binario in mezzo?

Mi stai dicendo che devo attraversare i binari??? Con la neve che cade? Con il ghiaccio per terra che se scivolo mi sventra un treno?

Ma sei normale o mangi sassi per colazione?

E lui, sereno come solo uno svedese davanti alla neve che cade, ai treni che passano senza recinzione in mezzo ai condomini, al buio pesto che fa fuori da almeno cinque ore può essere, mi dice: ma non ti preoccupare, devi arrivare alla petrol station e lì potrai attraversare. La vedi la petrol station? Mi fa. Sinceramente no, gli dico io. Beh, don’t worry, la vedrai. Ah ah ah. Simpatici sti svedesi.

Riattacco e chiedo alla buonanima nonsvedese quanto devo pagargli la telefonata. Bluffo da morire visto che non ho una corona in tasca e dovrei al massimo pagargli con il bancomat. Un milione mi dice, ah ah, fa lo sguardo buono, ma va, figurati! Non è svedese, ormai assodato, scusami, gli chiedo, un’ultima cosa: sai mica dov’è una petrol station?

Mi fa una faccia come a dire e mò che minch*a è una petrol station? e io inizio a gesticolare dicendo parole connesse tipo oil, gas, whatever mi passi per la testa che assomigli a qualcosa che possa avere a che fare con una petrol station (io non so guidare e non ho mai fatto benzina una sola volta in vita mia) e lui, ansioso di liberarsi di me mi dice “uhm sì, è a destra, anzi no, è a sinistra!”

Grazie mille, gli dico e me ne vado poco convinta verso la sinistra (sempre che abbia azzeccato la sinistra, io che fin da piccola non ho mai capito la differenza tra sinistra e destra e per capirla devo mettermi a scrivere in aria, quella che non scrivo è la sinistra). Arrivo ad un incrocio dove passano solo fuoristrada e c’è una fermata dell’autobus.

Ottimo, mi dico, ci sarà una cartina, con l’indicazione “voi siete qui”.

Si, certo, e anche un disegno della tu mà.

Una sega c’è la piantina e io inizio a sentire Eros nella mia testa che canta “perso in periferia, dove i tram non passan neanche piùùùù” e continua a nevicare. Proseguo.

Nessuna petrol station.

Ma in fondo in fondo, oltre i binari, vedo un cerchio illuminato, massì, quella deve essere la petrol station, è lei!

Attraverso un parcheggio, cammino, salgo su una montagnola e ta dà.

Eccomi.

Sono nel bel mezzo di un bosco.

E’ buio.

C’è la neve e scivolo ad ogni passo.

Continua a nevicare.

A fianco a me ci sono dei binari.

“Potrebbe passare un treno da un momento all’altro”.

In giro non c’è nessuno.

Nevica.

Decido di tornare indietro.

Ri-attraverso il parcheggio e toh! magicamente appare un sottopassaggio che non avevo visto prima.

Attraverso, e ho davanti alcuni casermoni rossi.

Vabbé, dico rincuorata, dovremmo esserci.

La strada non si vede più.

E’ completamente coperta dalla neve che continua a cadere.

Si alza il vento.

Raggiungo i casermoni.

Fatico a camminare: c’è tanta neve, c’è vento e nessuno sembra essere passato di lì: non ci sono sentieri nella neve, solo bianco.

Passo vicino ad un parcheggio: c’è uno dentro ad una macchina con il cofano aperto.

Nnamo bene.

Ogni tanto scivolo.

Arrivo vicino ad uno dei casermoni e cerco di trovare il numero civico.

Trovato!

SETTE.

Sette, capito, sette!

Non ho spazio mentale per imprecazioni che non siano rivolte a me stessa ed al Terùn del mio cuore che mi portato in un posto dove fa meno diciotto e nevica e i casermoni sono anonimi e mi tocca fare una strada controvento con la neve per risalire fino al trentatrè quando mi trovo al sette.

Un momento.

Si vede il nome della via.

La leggo.

E…

E’ la via sbagliata.

E’ un’altra via.

Nonostante io mi trovi dalla parte giusta, quella dei numeri dispari di quella che percorrevo prima, invece ha un altro nome.

Non so se mettermi a piangere, tossire, suonare a uno qualsiasi e chiedergli se mi offre un letto per stanotte…

quando penso: “no panic, la mia salute vale più di tutto, io a questi li mando a quel paese e me ne torno a casa”.

Sì brava.

Ma come?

Non saprei mai più rifare la strada che ho percorso fino a qui, e tra me e la zona dove c’è la stazione della metropolitana ci separa il binario del treno.

Che io sicuramente non ho intenzione di attraversare “a piedi nudi così, sul ghiaccio, mentre tira vento e nevica e potrebbe arrivare un treno da un momento all’altro mentre sono stesa a terra”.

Trovo una specie di strada più grande. Un sottopassaggio (ma ormai non mi fanno più paura, penso che “se volessero violentarmi dovrebbero prima riuscire a spogliarmi e con leggins felpati, calzini, jeans, canotta, maglietta, maglione, giacca e giubbotto si stancherebbero sicuramente prima”), una specie di pista ciclabile e eccolo il passaggio a livello pedonale (cose che solo gli svedesi si possono inventare).

Vedo un tizio che passa e via, passo anch’io, correndo tanto da sembrare una deficiente.

Vedo da lontano delle luci.

Sono salva, quelle devono essere le luci della fermata della metro.

Le raggiungo con il cuore ancora in gola.

Arrivo alla metro.

La porta scorrevole non si apre.

Vado all’altra.

Si apre.

Sono salva.

Prendo la metro, arrivo alla fermata di casa, continua la bufera di neve ed io continuo a pensare a cosa dirò al Terùn del mio cuore appena lo vedrò.

Quando mi sarà passata l’influenza, ovviamente.

 

Al primo che mi dice che non ama l’estate, che d’estate fa troppo caldo che d’inverno AL MASSIMO MI COPRO, ecco, vi prego, chiudetemi da qualche parte. Potrei non rispondere delle mie azioni.

Come???

 

Certo che anche d’inverno si può stare bene.

Chiusi in casa.

 

 

 

 

* Sukajainaklom è (come si può facilmente intuire, anche se con lo svedese è meglio non scherzare) un nome di fantasia

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8 pensieri su “Amore ricordami IL MOTIVO per cui viviamo ora in un posto dove fa MENO DICIOTTO

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