Ai tempi del colera

Mi aveva detto un uomo di cui mi fidavo, che avrei dovuto leggere L’amore ai tempi del colera. Mi diceva che da lì avrei capito molte cose. Lo lessi, convinta che mi avrebbe entusiasmato, come era stato per Cent’anni di solitudine. Invece no, lo lessi in qualche giorno e non mi sembrò un granché. La trama mi sembrava scontata e la tenacia del protagonista quasi odiosa. Non ti vuole, non ti vuole e piantala, no? a che serve ricamarci su una vita intera, no?

Oggi ho trovato sulla prima rete nazionale L’amore ai tempi del colera, non lo sapevo, l’ho trovato a metà, mi sono trovata davanti Javier Bardem che trombava a destra e a manca, cambiavo canale e tornavo lì: stava conoscendo una, facevo zapping e tornavo lì: se la stava trombando. E così per le successive cinque volte. Allora ho pensato che forse dovevo dedicarci più attenzione.

Quando ho letto il libro ero al secondo anno d’università, dentro una camera doppia, sopra al mio letto c’erano cartoline colorate con i posti dov’ero stata (Spagna e Parigi vincevano a mani basse) sopra a quello della mia coinquilina (Chiara, che fine hai fatto? Eppure, sembravamo proprio amiche) un poster di Pulp Fiction. Leggevo questo libro fino al mercoledì, massimo giovedì e poi prendevo il treno. Dopo un’ora e quaranta di treno arrivava la stazione dell’uomo della mia vita che mi sorrideva, metteva il borsone sulla cappelliera e mi dava un bacio. Facevamo gli ultimi ventidue minuti dandoci i bacini e parlando fitto e poi scendevamo. Lui andava a prendere la macchina, ci metteva sopra la mia valigia e mi accompagnava a casa. Bacino, lui tornava dai suoi. Dopo cena veniva a prendermi, bacino e uscivamo. Non c’erano litigate, non c’era niente che non andasse. Dopo la maturità, eravamo usciti qualche volta, avevamo visto qualche film fino alle cinque sul mio divano e ci eravamo mandati qualche messaggio. Una sera abbiamo fatto una passeggiata e ci siamo seduti sulla strada, mi ha parlato di un freno che aveva ogni volta che cercava di amare qualcuno, ho detto anch’io. Abbiamo detto: proviamoci e siamo stati assieme più di tre anni. Ci volevamo davvero bene e progettavamo il futuro assieme. Eravamo una coppia con tutti i bei significati del termine. Poi un giorno, sempre su quel letto con le cartoline sopra Chiara mi ha proposto di andare a Parigi a trovare una nostra amica, siamo partite, felici e contente, e dopo tre, quattro giorni a Parigi mi telefona: devo dirti una cosa appena torni. Va bene. E da lì il patatrac.

Io leggevo quel libro e non mi immaginavo che potessero esistere amori tormentati. Io stavo bene, avevo avuto un amore liscio che mi riempiva le giornate di attenzioni. Non potevo capire nè comprendere un amore che dura una vita anche se viene intervallato da altri amori.

Ora è passato un po’ di tempo. Sono passati un po’ di amori. Alcuni struggenti. Alcuni infelici. Alcuni contorti. Alcuni per niente lisci. Quello che una volta mi sembrava incomprensibile, ora forse mi sembra una delle storie d’amore più bizzarre, più trasognate, più assurde ma più immedesimabili mai scritte.

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2 pensieri su “Ai tempi del colera

  1. effesessantasei ha detto:

    Lo sto leggendo da un aeroporto, luogo ideale per la vita in transito. Una lettura che si addice a questo non luogo, a questo essere sempre in movimento.

    Mi piace

  2. lisecharmel ha detto:

    questo post è bellissimo. io ho adorato “L’amore ai tempi del colera”, perfino più di “Cent’anni di solitudine”, anche se non avrei mai pensato che potesse insegnare qualcosa.
    io non so se potrei amare qualcuno all’infinito aspettando finché non diventiamo vecchi per vivere la nostra storia. l’unico uomo che mi viene in mente e che è stato per un certo periodo la mia ossessione è davvero sepolto nei miei ricordi (anche perché una volta l’ho incontrato per caso e si era imbolsito da morire, perdona il cinismo)

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