Come una volta

Oggi sono a casa, tranquilla (più o meno) ed ho voglia di scrivere un post, uno di quei post come una volta. Quando si scriveva e nessuno che ti conoscesse veniva a leggere, ma soprattutto dopo non veniva a chiederti perché, ma come, ma tu allora cosa volevi dire quando.

E’ ormai da quasi due mesi che sono in Svezia e da quasi un mese in questa nuova casa. Naturalmente sono cambiate molte cose, anche se non troppe. Mi sono portata, a differenza delle altre volte, un bel bagaglio con tutto l’occorrente per stare bene anche qui. Soprattutto il Sambo* (quello ha occupato una buona parte del bagaglio, e dei chili disponibili, pure).

Non lo so cosa mi aspettassi prima di partire, visto che ho avuto pochissimo tempo e spazio mentale per rendermene conto. Comunque ora sono qui: ho iniziato a non perdermi più per le strade, anche senza cartina, e anche senza usare il salvagente della metropolitana (vecchio turco: se ti perdi, chiedi sempre dov’è la metropolitana, da lì riuscirai sempre ad arrivare in una zona conosciuta). Mi ricordo che in Spagna un giorno mi si erano girate tutte le strade in testa e mentre pensavo di andare verso nord in realtà stavo andando verso sud e continuavo ad attraversare la strada per poi riattraversarla dopo pochi metri, e non capivo più niente. Ero lì da un mese o poco più, faceva ancora caldo, erano i primi di settembre credo, erano le cinque del pomeriggio. C’era questo incrocio in salita ed io che dovevo andare a pochi isolati a destra da lì. Avevo controllato la cartina prima di partire, era tutto semplice. Ero in una zona periferica della città dove non ero mai stata. Ma ero di corsa, dovevo trovare quel posto in fretta, non lo trovavo e continuavo a sbagliare strada.  Dopo minuti che mi sono sembrati interminabili mi sono sentita sfinita, ho fermato qualcuno, non sapeva, gli ho chiesto dove fosse una cabina telefonica (chissà perché proprio una cabina telefonica, avevo comprato un telefonino appena arrivata, eppure ricordo la cabina telefonica). Ricordo di aver composto il numero, aver detto che non mi sentivo bene e che non sarei potuta andare all’appuntamento. Di aver messo giù, di essermi appoggiata alla cabina, aver chiesto dove fosse una “boca del metro” e di essere scesa per tornare a casa. Boh, chissà perché mi è venuto in mente quel pomeriggio spagnolo con il sole ed il panico, ma a volte funziono così: non sono la donna meccanica che vorrei e mi arrendo.

Invece qui mi sono persa tante volte (continuo a perdermi) ma c’è un motivo! La città è fatta multistrato e multilivelli, ma non basta, eh no! Pure i palazzi sono collegati tra di loro, i negozi si aprono su altri negozi, e se entri nel centro commerciale, potresti sbucare fuori qualche strada più in là, da un bar, senza capirci niente.

Io infatti, ho smesso di voler capire. Credo che la soluzione sia: buio e freddo. Queste sono le due chiavi di lettura che mi sono imposta (c’è da dire che tutte le persone che ho conosciuto c’hanno messo il loro per renderle le uniche chiavi di lettura possibili: ora senti freddo? Vedrai a dicembre, quando sarà TANTO PIU’ freddo. Ora ti sembra buio? Vedrai a dicembre quando sarà TANTO PIU’ buio! Tanto hanno fatto cercando di spaventarmi che mi hanno resa curiosa, chissà a dicembre cosa succederà, attendo con impazienza).

E poi sono nel cammino chiamato “diventare una persona migliore”. Tipo che ho iniziato a pulire casa una volta a settimana, ad essere gentile con gli sconosciuti (e pure con i conosciuti, cosa per niente scontata) e… rullo di tamburi… a non rimandare.

Se devo spedire un curriculum non mi tengo più la pagina aperta per giorni prima di farlo, o la salvo nei preferiti perché “massì, lo farò poi”, se devo mandare un messaggio non me lo segno mentalmente perché “massì, lo farò poi”, se devo fare i compiti di svedese mi metto a farli subito, senza aspettare che sia la mattina prima.

Insomma, non riesco a fare tutto perfettamente, però ci sto riuscendo abbastanza bene, e sono contenta.

*Sambo in svedese significa convivente.

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