Sul battello

Ecco l’istantanea di questo momento: tavolino bianco ikea, appoggiato sopra si trova il pc, le mie mani appena sopra, a sinistra un bicchiere viola, un telefono rosa e dei tovaglioli verdi. Più in là una bottiglia di Ripasso vuota. A sinistra una tazza bianca (sempre ikea, ça va sans dire) piena e fumante.

Aggiungo: coperta verde di lana e luce soffusa. Più una certa malinconia. Eccomi, sono diventata una foto di Tumblr.

E invece no, sono proprio io. E sono io così, i due minuti dopo la chiusura della porta. Ci siamo fatti ciao ciao, e ci siamo detti non essere triste. Io in ciabattine e leggings, lui in camicia e giacchetta, sembravamo proprio una coppia anni ’50, catapultata per caso nella Svezia del 2012.

Ed ora mi addentro in questa Svezia da sola, complice un viaggio di lavoro che lo terrà via per tre giorni.

Ieri abbiamo fatto una di quelle cose “da turisti” che ti fanno sorridere già finchè le stai facendo, figurarsi quando te le ricordi dopo anni. Abbiamo preso il battello e abbiamo fatto il giro delle isole. Solo quelle centrali, perché per quelle dell’arcipelago ci vuole una forza di volontà che al momento non abbiamo  la sveglia molto prima (di domenica!) (i.e. non lo faremo mai).

Siamo stati fortunatissimi: abbiamo beccato il momento del sole ancora alto un’ora prima del tramonto, quindi siamo partiti con il sole e siamo tornati con tutte le luci della città che illuminavano il porticciolo. Non lo dico, sennò sembra che voglia tirarmela, però, oh, è vero: stupendo.

Mentre facevamo questo giro, avevo uno a fianco che scattava foto (quello che appare scritto assieme a me nel contratto d’affitto come locatario dello stesso appartamento) trasformato in perfetto giapponesino, uno davanti che invece era un vero real giapponesino (con superfotocamera al collo e le pose attorno all’obbiettivo). Io mi sono sorpresa di guardarmi da fuori e trovarmi inspiegabilmente calma.

E’ ovvio che tutto quello che stavo vedendo mi colpiva i sensi, mi sembrava bellissimo e meritevole d’essere visto, ma nell’approccio alla città, al Paese, a questa nuova vita, ecco come mi sento: calma.

E così mentre osservavo il mare ed il paesaggio, pensavo di sentirmi come un pugile che è stato preso a pugni troppe volte.

Forse avrei dovuto stabilirmi per più tempo nei posti dove sono stata. Forse stare sei mesi-quattro mesi- due anni- un anno- nove mesi- un anno in posti diversi mi ha reso un po’ satura. E’ come se i miei sensi fossero stati sottoposti a troppe sollecitazioni ed ora avessero bisogno di riscoprire anche il valore della meraviglia.

Lo stress e lo scombussolamento da trasferimento l’ho sperimentato così tante volte che ora -non è che mi sia indifferente, anzi!- lo prendo forse con più filosofia.

Da una parte penso che sia un bene: non si può vivere di tachicardie e ansie tutta la vita, dall’altra credo che sia una spia della vecchiaia: sono i pensionati  quelli che vanno in gita e sorridono ma  non si entusiasmano.

Forse è solo il periodo di ri-aggiustamento, forse mi ci vorrà più tempo delle altre volte. Forse il partire accompagnata scarica molto dello stress e mi fa stare più tranquilla.

Chissà.

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