L’ombra e la gomma

Non ho niente da leggere questa sera.

La tesi mi guarda, rilegata, azzurra, un po’ più cicciona dell’altra volta.

Mi piacerebbe essere una di quelle persone che sanno raccontare, che sanno descrivere quello che pensano e quello che provano.

Stasera tornavo a casa, ero un po’ preoccupata, e mentre avanzavo verso il portone ho visto con la coda dell’occhio l’ombra di qualcuno che mi stava seguendo.

Ero io.

Era la mia ombra.

Senza volerlo mi sono specchiata sul finestrino di un’auto parcheggiata proprio lì, e mi sono vista bellissima.

Nessuna linea, la luce soffusa restituiva solo l’ovale, i due occhi, le labbra, il naso.

Mi è venuta in mente quella frase famosa di Anna Magnani -chissà se l’avrà mai detta, poi- quando ad un truccatore disse: “non mi faccia sparire neanche una ruga, sa! C’ho messo una vita a farmele venire!”.

Io non sono così.

A volte sono come la Magnani, penso che le rughe, i segni che abbiamo sul volto siano le esperienze che abbiamo vissuto, ci facciano più “noi” e vadano conservati.

Altre, come questa sera, tornando a casa con la mia ombra, vorrei avere una gomma, e cancellare le occhiaie sotto alle palpebre, segno delle notti insonni degli ultimi due mesi passati a scrivere la tesi, delle sveglie troppo arzille delle persone che avevo attorno, dei treni che si fermano quando hai appena preso sonno, dei rumori di mattina che non ti fanno dormire, dei messaggi che non arrivano e si fanno aspettare, delle serate in cui vorresti andare a casa ma siccome non guidi rimani un altro po’ a sbadigliare…

Una gomma per cancellare le linee sulla fronte, segno delle mail della relatrice che arrivavano piene di parole strane e poi piene di parole buone, segno dei dialoghi surreali con gli impiegati della segreteria, delle proposte di lavoro bellissime ma da rinunciare, delle conversazioni incomprensibili e della sensazione di inadeguatezza davanti a gente più grande, più preparata, più brava a parlare.

Una gomma e cancellarmi queste sopracciglia, segno che le ho trascurate dalla bellissima linea in cui le tenevo, segno di aver passato il tempo a scrivere, a fissare lo schermo, a correre in copisteria senza passare dalla doccia il tempo necessario per rendermi presentabile.

Una gomma e cancellare le mani, queste mani che sono servite a scrivere sulla tastiera, veloce, sempre più veloce ma non sono riuscite a tenere papà mentre cadeva, non sono riuscite ad accarezzare mamma mentre temeva il peggio, non sono riuscite a chiamare i miei fratelli per dire loro che ci sto male se non mi vogliono bene.

Una gomma e cancellare l’unghia, quest’unghia che è passata da viola a rosso fuoco, segno di quanto sono incapace a ventisette anni di fermarmi ad un livello accettabile, di gestire le emozioni, di controllare la mia forza, di comportarmi con maturità, di dire basta quando è ora, di essere elegante quando dovrei, di crescere.

Una gomma e cancellare questa cicatrice sul labbro, segno di quanto sono una caricatura terribile di me stessa quando per paura di essere troppo scorbutica bevo e divento ancora più scorbutica, ma soprattutto pericolosa, e non per gli altri, ma per me.

Una gomma e cancellare questa gola, segno della mia passione e della mia professione, segno di quanto sono fragile, segno dei mille mieli e propoli assunti negli anni e della fragilità aumentata, segno di una notte di metà maggio, con una maglietta gialla, a farmi prendere da uno sconosciuto e farmi gettare in una stanza blu senza poter parlare.

Una gomma e cancellare questa incoscienza, segno di un’adolescenza mai finita del tutto, che mi fa decidere le cose all’ultimo momento, ristabilire le priorità all’ultimo secondo e poi pentirmene e poi pentirmi d’essermene pentita.

Una gomma e cancellare queste voci nel cervello, che parlano e discutono e decidono sempre la cosa peggiore, da fare nel momento peggiore.

Una gomma e cancellare questo cuore, che ha battuto così tanto ed ha pianto nell’ultimo mese, al telefono, al mattino, al ristorante, davanti alla paura, per i troppi caffè.

Una gomma e cancellarmi, e ridisegnarmi da capo, con una consapevolezza diversa di me stessa, una marcia in più, una conoscenza approfondita del mondo che non mi facesse dire in mezzo ad una discoteca un venerdì sera, in mezzo a sconosciuti ti amo all’orecchio dell’incredulo che ha sopportato i miei pianti, le mie stanchezze, le mie linee sulla fronte, le mia corse, le mie crisi, le mie urla, le mie unghie, le mie voci, la mia ombra, la mia incoscienza, le mie cicatrici.

Ma poi penso: se per arrivare alla sua espressione nei cinque interminabili secondi successivi ci fosse voluto tutto questo, tutte quelle azioni, quelle linee, quelle parti di me, così sbagliate…

e allora la gomma no, allora forse aveva ragione la Magnani.

Lasciamele tutte le mie rughe, sai, tu che mi hai guardato con lo stupore più bello del mondo in quei cinque secondi in cui temevi di non aver capito bene, c’ho messo una vita non solo a farmele venire ma a trovare te che le potessi amare.

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2 pensieri su “L’ombra e la gomma

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