Stefania ha 28 anni, 300 euro e tanta rabbia

(disclaimer: non è un post per dire quanto sono brava, è per dire quanto avere un punto di osservazione sereno possa aiutare)

L’altro giorno ho letto la storia di Stefania, ventottenne che vive a Milano con 300 euro di un tirocinio e deve essere sostenuta dalla famiglia per pagare l’affitto.

Dalla storia emerge tanta amarezza, un bel po’ di rassegnazione e una buona quantità di invidia sociale per quelli che “hanno avuto il posto fisso”, che “in moltissimi casi non ha nemmeno la metà della mia preparazione e delle mie competenze eppure si lamenta perché non ha soldi, ma ha la casa di proprietà, auto e moto in garage, vacanze in località balneari e uno stipendio ogni mese garantito a vita”.

Il racconto prosegue, con rabbia Stefania parla di come si divida i trecento euro tra la spesa, le sigarette (!!!), l’abbonamento, le uscite al sabato sera, dice che si sente delusa, perché le “hanno rubato i sogni”. E lei non vuole andare a fare al lavapiatti o a raccogliere pomodori.

Tra i commenti inizia il dibattito: c’è chi gli dice emigra, chi gli dice “ma le sigarette sono indispensabili?”, chi se la prende con i genitori che la mantengono (chi invece li giustifica), chi con lei.

Lei allora si sente di specificare e puntualizzare: ha già emigrato, ha abitato quattro anni in Spagna e uno nel Regno Unito, che è laureata in Scienze della Comunicazione, che sta facendo il tirocinio in un albergo.

Uhm.

A me tutto questo lascia un po’ perplessa. Dover chiedere soldi ai genitori è una situazione che conosco, anche se io non chiedo mai.

A grandi linee, si potrebbe dire che le nostre storie si assomigliano.

Una però è la differenza, senza voler dare lezioni a Stefania, o chiunque sia la persona dietro a quell’articolo.

Io non mi lamento.

Non mi posso lamentare di niente.

E perché?

Perché in fondo sono ottimista.

Non ne faccio una colpa a quelli che sono venuti prima, a quelli che hanno le conoscenze, a quelli che non avevano le competenze eppure stanno dove stanno, a quelli che avevano i contatti…

Ho iniziato a lavorare non solo prima di laurearmi, ma prima di diplomarmi. Il primo anno (a quindici anni) ho lavorato in un maglificio (sì, otto ore, muta, ad attaccare etichette), a sedici non volevo ripetere quell’esperienza ed ho chiesto al chiosco della piscina se avevano bisogno di una. Ci sono rimasta quattro anni, gli ultimi due d’inverno i fine settimana facevo la cameriera nell’enoteca dello stesso proprietario.

I miei non sono ricchi ma non sono neanche poveri ed hanno sempre apprezzato che mi dessi da fare. Sapendolo, non hanno battuto ciglio davanti alle mie scelte: l’unica figlia che con cinque università a chilometro zero avesse voluto iscriversi ad una lontana, la prima che andava all’estero, la prima che invece di cercare erasmus cercava borse di studio a copertura totale per andare all’estero… mi hanno sostenuto in ogni passaggio forse non troppo lineare della mia vita finora. Non solo economicamente (quando ce n’è stato bisogno), ma anche e soprattutto credendo in me.

Perché vedevano che non mi davo per vinta, che spiegavo quello che volevo senza battere i piedi e che l’avrei ottenuto comunque, con o senza il loro aiuto.

Forse il loro credere in me ed impedirmi di arrendermi davanti alle piccole cose mi ha spinto ad essere più ottimista ed a volermi bene.

Nessuno mi ha rubato il futuro.

Non mi sento un’illusa a cui hanno rubato il sogno. Perché quello che volevo fare (insegnare) è da sei anni che lo faccio, e quello che dovevo fare per farlo (laurearmi) lo farò tra due settimane (yeee!) . Ma soprattutto perché so che se andrà male, potrò cercarmi qualcos’altro, e imparerò qualcos’altro, o mi trasferirò da un’altra parte…

Questa è la differenza tra quelli come me e quelli come Stefania, mentre quelli come Stefania passano il tempo a lamentarsi, quelli come me sorridono e stanno sereni, anche con trecento euro al mese, perché magari già si stanno guardando intorno per cercarsi un altro lavoro (magari il fine settimana, magari invece quel tirocinio a trecento euro non l’avrebbero mai accettato, ma avrebbero chiesto quanto prendeva la donna delle camere ed avrebbero mandato il cv per quella posizione, magari prenderebbero una bici per evitare l’abbonamento ai mezzi, magari smetterebbero di fumare, magari metterebbero degli annunci per fare ripetizioni di spagnolo ed inglese -visto che dovrebbe averli imparati- magari non vivrebbero in una città cara come Milano, magari chiederebbero alla coop il contratto del fine settimana… ), e magari lo soffiano proprio a quelli come Stefania, che invece sono impegnati a criticare la “generazione precedente” (che comunque, ancora le paga le bollette).

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3 pensieri su “Stefania ha 28 anni, 300 euro e tanta rabbia

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