Stran(ier)ezza

Il fatto della giornalista sarda m’ha fatto riflettere.

Ognuno di noi, potrebbe confezionare (molti lo fanno già) una promozione di se stessi molto invitante.

Basta travestire le proprie cavolate da “esperienze formative”, i viaggi pagati da papà per “reportage”, gli erasmus e gli anni fuori corso da “essersi fatti il mazzo lavorando e viaggiando”.

Non entro nel merito di quanto sia o non sia brava la ragazza in questione, la conosco poco e da ieri, non mi permetterei mai.

Ma mi chiedo: in questo marasma in cui ogni cosa, ogni esperienza, ogni fatto può essere tutto ed il contrario di tutto, travestito e reso luminoso, cosa riesce davvero a contare? Chi davvero conta?

Stiamo lavorando per crearci delle confezioni attorno che ci rendano più irresistibili o per crearci un cervello più critico?

I viaggi, per come la vedo io (e mi posso sbagliare), dovrebbero essere occasioni di crescita. Un modo per paragonare quello che si è visto finora con quello che si sta vedendo, e riflettere.

Quando esco con persone che non conosco succede a volte che qualcuno tiri fuori il fatto “eh, e tu che sei stata in giro” ed io faccio spesso finta di niente. Perché ho paura di passare per quella che “se la tira”. Non ho fatto niente di straordinario e non ho debellato malattie. Ho fatto esperienze che molti alla mia età potrebbero aver fatto se avessero seguito lo stesso obiettivo. Per me, quelli che hanno qualcosa da raccontare sono quelli che hanno delle idee. Io ho solo visto cose. Posso raccontare aneddoti, ritratti di persone, storie che mi sono state a mia volta raccontate, riflessioni che mi hanno fatto fare. Ma spesso, agli altri va bene questo. Va bene il racconto. Non le idee, il racconto.

E allora mi chiedo: ci stiamo adattando a raccontare agli altri e (soprattutto) a noi stessi la storia luccicante e ripulita e travestita di paroloni della nostra vita, invece di viverla per diventare migliori?

Dov’è che ci stiamo vendendo? Quando accettiamo un lavoro da settecento euro al mese o quando raccontiamo di essere bravi, di aver girato, di esserci fatti il mazzo, di essere preparati per essere considerati per un lavoro maggiormente retribuito?

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2 pensieri su “Stran(ier)ezza

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