Cartoline curiose

E’ uno di quei giorni in cui sono così stanca, ma così stanca, e invece ho così tanta voglia di scrivere.

Negli ultimi mesi ho intrapreso una carriera di abitatrice di case d’altri e mi sono trovata a confrontarmi con libri, posti, cartine, cartoline, biglietti, magliette appese, sciarpe, poster che non erano i miei ma che avrebbero potuto esserlo se solo quel momento ci fosse stata una percentuale di cromosoma diversa (non lo so se siano i cromosomi, se fossi stata brava a biologia col fischio che andavo a fare lettere) (no scherzo, io non ho fatto lettere, ho fatto italianistica) (ah beh, allora).

E mi sono trovata davanti a infiniti futuri che non ho avuto. Infinite possibilità, alternative, che non ho scelto. Solo perchè in un momento boh, magari ho letto un libro diverso.

E’ una cosa stupida far definire il proprio futuro sulla base di una scelta di un momento, un tempo ero più fatalista ora non so. In più ho recentemente scoperto che cambiare idea vuol dire essere intelligenti e allora mi pregio di farlo spesso.

Però per esempio ho (avevo) un’amica che a quindic’anni ha letto Dostojevsky (fatemi il piacere di essere buoni, non posso andare a controllare, rischio di perdere il filo del discorso) e aveva deciso che il suo futuro sarebbe stato la Russia. Così, un desiderio senza capo né coda, Russia, mi piace Dostojevskiy, allora Russia, boh, voglio la Russia. Ora si è laureata in russo, abita a San Pietroburgo da qualche anno.

Io non lo so se ci sia stato un libro a farmi prendere una direzione piuttosto che un’altra, lo vorrei tanto, così anch’io potrei spendermi socialmente e sarei magari più interessante.

Io a quindic’anni leggevo pellegrinaggio in oriente, la ragazza di Bube, uno nessuno e centomila, uno di tre, westwood dj, Otello. Prendevo quello che trovavo in casa, e spesso non aveva nessun filo logico, visto che papà è appassionato di filosofia, politica e storia (infatti ho letto il manifesto di Marx a 17 anni, non capendoci una beata minchia), mamma di autori di romanzacci scolastici (infatti ho letto i Malavoglia a otto anni, anche lì, non capendoci una sega), e Sorellondra (prima di diventare sorelLONDRA)  appassionata di qualsiasi cosa vendessero alla Feltrinelli al reparto tascabili (infatti ho letto Banana Yoshimoto a dodic’anni, capendoci questa volta sì, ma non che la cosa mi sia servita) e parlasse di filosofia (infatti ho letto Lo straniero a diciott’anni, stupendomi di capire tutto, e proprio per questo, appunto, non capendoci una pippa).

Non lo so dove sia stata e se c’è stata la svolta. Il momento in cui ho deciso cosa avrei fatto da grande, concentrandomi su quella strada e non sulle altre, anche se potevano essere scorciatoie o parallele o vicoletti appena più in là.

C’è stata la Spagna in gita (scambio in famiglia) in quarta superiore, e la consapevolezza che prima o poi sarei andata a viverci (fatto, due anni, what’s next?), c’è stato un giro a Firenze, e la consapevolezza che prima o poi sarei andata a viverci (fatto, vari anni, what’s next?), e tanti altri viaggi e gite in cui buttando l’occhio in un posto ho pensato che prima o poi sarei andata a viverci.

Non lo so quando sia stato il momento in cui ho deciso e non so neanche se poi l’abbia veramente deciso io quello che sono diventata e quello che voglio fare nella vita.

Di sicuro, la curiosità ha fatto la sua parte nel cromosoma che alla fine mi ha fatto diventare quella che sono. Senza una casa vera, ma con un sacco di cartoline colorate appese ai muri della testa.

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