Ho sempre voluto

Ho sempre voluto le risposte perfette.
Le mie domande non lo erano quasi mai, ça va sans dire.
Eppure.
Ho, abbiamo, questa mania di sentirci protagonisti di questo romanzo bellissimo, in cui tutto è seminato di segni e siamo noi che siamo ciechi e non li sappiamo interpretare.
Invece no.
Io, almeno, non vedo segni.
Vedo volontà, e una grande, grandissima dose di malizia. Forse le uniche due armi vincenti in questo finto romanzo in cui ci illudiamo di vivere.
Stavo con una persona. Pensavo fosse l’uomo perfetto, perchè aveva le risposte perfette alle mie domande, la vita perfetta che volevo avesse la persona che mi doveva stare accanto, amava perfettamente le stesse cose che amavo io. E, naturalmente, amava me.
Una delle prime sere in cui ci vedevamo gli avevo chiesto di portarmi un film e mentre io avevo preparato “Tutto su mia madre” lui mi aveva portato “Mio padre”. Destino.
Al primo compleanno mi aveva regalato i biglietti per la mostra che volevo così tanto vedere e al primo san valentino il libro che proprio quel giorno avevo letto. Destino.
Una sega.
Ripeto: destino, una sega.
Voleva così tanto stare con me che si era adattato ai miei gusti, alle mie esigenze e sapeva perfettamente cosa volevo sentirmi dire.
Siamo stati assieme più di tre anni e lasciarci non è stato duro solo per la fine di una storia d’amore, ma lo è stato per la scoperta di essere stata assieme ad una persona che non era reale. Era immaginaria, finta, creata ad arte.
Il fantastico romanzo che ci illudiamo di vivere da protagonisti è senza dubbio avvincente e pieno di colpi di scena.
Ma purtroppo non ha un codice, una cifra per farsi capire, interpretare, decifrare.
Resta ignoto.
La risposta perfetta colpisce. E’ quello che vogliamo sentirci dire. Se non la sentiamo esattamente come l’abbiamo immaginata nella nostra testa, ci rimaniamo male.
C’era un tempo in cui i grandi discorsi inventati mi sembravano bellissimi.
Le risposte perfette mi sembrano così romantiche.
Ora, quando mi volto prima di addormentarmi, o quando mi accompagni a casa, o quando rallenti al casello, o quando arrivi a casa per pranzo, o quando mi prendi in giro e ti volti a me basta una frase banale, per capire che sto bene, che stai bene, che stiamo bene.
Mi piacevano molto i romanzi.
Ma quel tuo “ti voglio bene” detto così sicuro abbranciandomi ma sussurrato ogni volta che ce n’è bisogno ed anche quando non ce n’è di bisogno per me ha mille volte più perfezione di tutti i segnali presunti che ci si può sforzare di leggere.
Quel tuo ti voglio bene per me, è la storia, la scrive, la fa, la legge, la interpreta. Non li voglio più i segnali.
Ho già te.

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