Il bello di questo periodo di silenzio forzato ( briefing: devo studiare e non mi piacciono molto le persone) e’ che mi sta portanto a fare grosse riflessioni antropologiche sulla gente che mi sta intorno. Le loro reazioni al mio silenzio sono bizzarre.
Premesso che io forse li ho viziati, tendendo sempre a sdramatizzare, fare la battuta o la faccetta in altre occasioni in cui le cose non mi andavano propriamente bene, ma un attimo di partecipazione/empatia/pat pat sulla spalla, dico, un attimo, no, gnente.
E’ chiaro che come sono entrata da sola nel tunnell ho il dovere di uscirci da sola, e che non pretendo l’aiuto di nessuno, pero’ sai, una parola buona, un abbraccetto… gnente.
Fatto: con le modalita’ che mi sono consone (mail o skype, ho gia’ detto che non parlo con nessuno) ho fatto arrivare alle persone che (in teoria) mi sono generalmente piu’ vicine il tale messaggio: sono giuissimo, non esco, non parlo e piango tanto, mi passera’.
Risposte:
– nessuna risposta
– eeeeeee vabbeeeeeee’
– ah. Ma pensa.
e poi le due migliori:
– ahahahahahahahahaah, beh, a me non sembra che tu stia cosi’ male
e la vincitrice, ovvero mia sorella con il suo partecipatissimo
– non deprimermi.

Beh, delle due l’una:
O davvero non ho niente e sono cosi’ abituata a far vedere che prendo tutto alla leggera che sembro il ritratto della felicita’ o devo cambiare amici ( e parenti)…

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