SPOILER: Prima della fine troverete un sacco di parentesi. Lettura non indicato a coloro che soffrono di allergia alla paratassi.

E basta con questa depressione, sto bene, sto benissimo, e starò anche meglio.
Non mi sono mai piaciute le persone che si lamentano senza rendersi conto delle cose che hanno e senza mettere dell'energia per migliorarle.
Sono stata in un periodo un po' così (com'è che si dice? I periodi così ce li hanno tutti, passerà blablabla, ovviamente lo dicono sempre gli altri, tu invece a pensare " grazie tante, ma qui, a me, ora, in questo preciso istante storico e in questa preciso incrocio di coordinate geografiche, a me, non sta passando, comunque, grazie, con i tuoi pat pat sai cosa posso farmi? – Plin! Sono il proposito 2011 di non dire le parolacce! – Mi posso benissimo togliere i pelucchi dalla spalla, comunque, grazie, gentilissimo) ma (come diceva Giacobba, Fingaaar crrrhossaaad) sembra stia passando.
Dal momento però che non è ancora passato, ne aprofitto per lamentarmi.
La lunghezza dell'introduzione avrebbe dovuto scoraggiare chiunque, quindi userò il nome vero del personaggio di cui andrò a parlare.
Dunque, oggi parliamo di lei: Iva.
Iva è un'amica di mia sorella,e come molti nel mio amato Nordest (quando dico amato, sto scherzando, ovviamente… lo sottolineo, perchè ieri sera quando per scherzo ho detto al terrunciello del mio cuor di prepararmi la polenta, tra un po' sbiancava, quindi questo è per te: amore, sto scherzando) la tale personaggia è figlia di un imprenditore.
Ora, non aspettiamoci nè Benetton nè il Signor Luxottica (ce l'ha un nome quello lì poi? A me è sempre sembrato Karl Lagerfield) bensì un modesto imprenditore nordestino (o si dirà nordestense? Settentrionàl-orientale? Mah, e io che pensavo che a italianistica queste cose me le avrebbero insegnate… macchè, una capra sono rimasta, come quando ero partita. Anzi no, di più, che quando mi sono immatricolata all'università almeno sapevo i deponenti e ora… lasciamo perdere che sennò mi riscende la depressione). La giuovine Iva non ha mai avuto rapporti con me, perchè, diciamocelo, qui, tra me e voi, tra me e me, tra me e pure lei, se, nonostante le parentesi e l'introduzione, sta leggendo, m'è sempre stata parecchio antipatica.
Ecco, l'ho detto, che liberazione.
La tale Iva, oltre ad averci il nome di una tassa (che quindi la renderebbe già alla presentazione poco simpatica ai più )(ma essendo nata nella regione dove lo sport più praticato è l'evasione fiscale non godeva di particolari antipatie) era (credo anche sia tuttoggi, non mi risulta nè deceduta nè… ) bella grassa (… dimagrita). 
Ora, apriamo una parentesi (infatti, se ne sentiva la mancanza) sul grasso. 
Dunque, io non sono magra. Non sono neanche particolarmente grassa (nonostante gli specchi dei negozi vorrebbero farmi credere il contrario). Sono una persona normale, o almeno, vengo considerata normale non appena oltrepasso il confine, in quanto in Spagna e Francia mi posso comprare una trentotto, ed in Turchia non ne parliamo… praticamente mancava poco e compravo le magliette dei bambini! 
Ho sempre avuto amiche di tutti i tipi, bionde, more, magre, anoressiche, normali, alte, basse, con un sacco di tette, senza, etc etc etc…. Non è che la persona particolarmente massiccia mi dia fastidio, anzi. Non è il caso di ripeterlo qui (amore, tu salta le prossime tre righe, ok?) ma l'Ispanofono era 77 kg a settembre, quando abbiamo iniziato a frequentarci e a dicembre aveva superato i cento.
E l'ho mollato dopo due anni, solo quando era dimagrito (ovviamente non l'ho mollato perchè era dimagrito, ça va sans dire, l'ho mollato perchè se lo meritava, y punto).
Voglio dire, in genere io non ci faccio neanche caso al grasso corporeo, non me ne po' fregà de meno, proprio.
Ma in alcune persone, non so se mi spiego, il grasso diventa il loro modo di sfidare il mondo. Giacobba era una di loro. E anche Iva.
Ed ora, spiegherò cos'è che di Iva mi dava fastidio (tanto a questo punto della dissertazione anche i più temerari se ne saranno andati).
Iva ce l'aveva con tutti.
Iva aveva sei, sette anni più di me.
Ok, non sono tantissimi, ma per me, che la vedevo entrare in casa da quando io ne avevo dieci, una certa impressione la provocava.
Innanzitutto la stazza. Quando una si porta appresso, trionfante e tronfia, la massa corporea di Iva, beh, non si può non notare.
Ma neanche fingere di non notarla, sarebbe stato possibile.
Iva entrava, si sedeva senza che nessuno le avesse detto "prego, accomodati" (si, lo so, non sembra, perchè io sono una cialtrona, ma i miei, invece, ci tengono alle buone maniere e ancora oggi non c'è nessuna delle mie amiche che si permetta di dar loro del tu, anch'io a volte ho l'impressione che dovrei dargli del lorsignori ai miei, figurati gli altri) sbatacchiava questi ammassi adiposi da una parte all'altra della sedia, le due chiappe iniziavano a pendere tristemente e mollemente verso il basso e lei iniziava.
Iniziava a far che? Si chiederà l'unico lettore rimasto sveglio e senza niente da fare domani (ma senti, ma non ce l'hai un lavoro? Degli amici? Parliamone…).
Beh, Iva inziava a lamentarsi.
Ma non una nenia lagnosa che molte persone hanno quando si lamentano. Macchè.
Magari.
Iva iniziava a lamentarsi con energia, con la consapevolezza che lei, lei sola, lei sì, lei sapeva, lei avrebbe fatto al posto di quello, così così e così, e quell'altro,a aaaaaaaah quell'altro, quell'imbecille, lei invece, era chiaro che al posto suo avrebbe fatto così così così.
E sempre senza fermarsi si accaniva ora su questo ora su quell'altro, e pure sugli amici intimi. O almeno quelli che vedevo spesso in compagnia sua e di mia sorella.
Con una verve, con un'energia, con un pugno quasi sempre chiuso e con un tono di voce decisamente sopra i decibel consentiti, Iva portava avanti le sue finte battaglie contro gli assenti.
Non c'era argomento su cui non trovasse da ridire (ma guai ridire e basta, lei doveva ridire che lei lo avrebbe fatto mille volte meglio), ma quello che maggiormente le faceva versare bile era l'Università.
Ebbene sì, Iva era iscritta all'università.
Ed a quanto pare, v'è rimasta molto a lungo, visto che ha sette anni più di me e s'è laureata un paio d'anni fa, ad un ordinamento che hanno sopresso quasi diec'anni fa.
Iva era iscritta a Lettere, a trenta minuti in treno da casa sua.
Iva c'aveva messo più di quattro anni a dare Filologia Romanza, tanto che quando ho fatto io l'esame tra un po' mia sorella si commuoveva, convinta che fosse l'esame più insuperabile del mondo. (Seriously? Filologia Romanza?) 
Ma uno potrebbe anche obiettare che non è mica una colpa laurearsi in ritardo, e poi da che pulpito, io, qui sottoscritta Virgh, all'ultima laurea mi sono iscritta nel 2007, ce ne sto mettendo anch'io…
No, infatti. Non è una colpa non essere una studentessa brillante, nè essere fuori corso, nè dedicarsi ad altro.
Trovavo però Iva così antipatica perchè per tutto il tempo sembrava proprio che fosse lei il rettore dell'università. Che secondo lei non funzionava per colpa (nell'ordine) dei baroni, dei ragazzi che facevano le centocinquant'ore ("chei centoinquantoristi de me**a") e degli studenti che s'erano iscritti al nuovo ordinamento.
Io ero piccola e all'università non pensavo molto.
Poi quando io ho finito il liceo e mi sono iscritta, beh, anche lei era ancora iscritta, naturalmente. Ma io in quel momento ne capivo un po' di più e mi sfuggivano un sacco di correlazioni che lei faceva così speditamente.
(Tanto che dopo qualche anno, glielo dissi: scusa, ma che colpa ne hanno i ragazzi – come me, tra l'altro- che sono nati quando è stata approvata un'altra riforma e hanno dovuto iscriversi ad un nuovo ordinamento? Non hanno mica potuto scegliere, o no?  Ed infatti Iva era rimasta zitta. Ovviamente per due secondi, poi aveva iniziato a lamentarsi di un'altra cosa).
Ma neanche questo veramente è il motivo per cui Iva mi risulta così insopportabile.
Dunque, Iva, che c'ha messo più di diec'anni a laurearsi ad una quadriennale, con voti non brillanti, Iva, adesso, fa concorrenza a me.
Perchè la sua laurea vale quanto la mia.
L'unica cosa che mi solleva è pensare che ho sempre lavorato per il mio obiettivo, che era un tipo preciso di lavoro, e non mi sono improvvisata, come invece mi sembra stia facendo lei.
Però è una desolazione enorme, faticare, correre, viaggiare, fare l'esperienza qui, farla là, perchè fa punteggio, aggiornarsi, studiare, dare gli esami aggiuntivi, leggersi i decreti, stare sempre all'erta sulle ultime disposizioni, farsi due, tre, lauree, studiare le lingue.
E poi, magari un giorno arriva una Iva qualunque, che nella vita non ha fatto altro che lamentarsi e con una culata, ti sposta e ti passa davanti.

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Un pensiero su “

  1. anonimo ha detto:

    E' vero che domani non vado all'università a causa di un raffreddore devastante, ma le tue righe le leggo sempre con piacere.
    Iva potrà anche fare l'insegnante, un giorno.
    Ma cosa vuoi che abbia davvero da insegnare una che, come unica occupazione, coltiva l'arte del lamento?

    Betelgeuse

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