Un anno fa, ho provato la più profonda e paurosa solitudine

Un anno fa, ho provato la più profonda e paurosa solitudine.

Avevo sempre conosciuto la solitudine take-away, quella in cui comunque quando ti stufi puoi uscire e farti un giro, magari fare due chiacchere stupide col barista, o almeno sorridere alla cassiera del supermercato, leggerti un libro, chiamare la mamma o il papà, mandare un messaggio a qualcuno, collegarti a Facebook.

Ma la prima volta in vita mia in cui ho sentito la solitudine pura è stata un anno fa. Non avrei potuto uscire, paralizzata dalla paura che il mio abbigliamento, o il mio modo di guardare negli occhi le persone, o un gesto qualsiasi potessero essere fraintesi, l’impossibilità di parlare, di farmi capire, di capire quello che mi dicevano. Impossibilità di mandare messaggi o chiamare (Telefòn yok, yarin yarin – non c’è il telefono, domani domani- non c’è mai stato un domani). Impossibilità di usare internet. Avevo dei film portati da casa, una sera ho guardato “Mio fratello è figlio unico”, pensando che, almeno durante il tempo del film, mi sarei distratta. La domenica ho fatto forza su tutte le mie abilità diplomatiche e usando tutti i salamelecchi e le adulazioni del caso ho chiesto dove potessi andare per assistere ad una messa (sentiremo, ci informeremo, ti faremo sapere, per domenica prossima saprai – la domenica “prossima” non è mai arrivata). La domenica sera, ho pianto. Un pianto corto. Ma parecchio disperato.

Poi sono passati i mesi, mi sono integrata, ho iniziato a capire un po’ di turco, ho iniziato a sciogliermi ed ad apprezzare senza criticare.

Ma la sensazione di paura solida, cieca e sorda che ho avuto quando mi sono sentita sola al mondo, quella paura così stupida, insensata e umana, quella forse è stato il momento più formativo di tutta l’esperienza.

Quella paura che non si può controllare, perchè ti assale la gola e se ne sta lì seduta, seduta sul groppo e non ti permette di deglutire, quella paura lì, quella che ti fa pensare: sono sola al mondo, posso contare solo su di me, quella, mi ha aiutata a crescere più di mille esami di maturità.

Autore: virginiamanda

Arrivata per ultima in una famiglia dove il regalo più frequente è una valigia, si ritrova con tutti i difetti della figlia minore (ehi! Guardatemi! Sono qui! Sono divertente anche! Sto su un piede solo! Guardatemi!) più tutti i difetti della vagabonda (ma in quale casa avrò lasciato quella valigia/quei libri/quei vestiti/questi stivali). Pur essendo veneta non è leghista, pur avendo fatto il classico non sa il greco, pur avendo fatto l'università non sa ancora scrivere correttamente, pur avendo un papà che legge il Giornale non è berlusconiana, pur avendo lavorato al check-in di un aeroporto non ha ancora imparato a non farsi sgamare con i kg di troppo in valigia, pur avendo preso parecchi treni ed aerei non ha ancora imparato a non perderli, pur avendo traslocato almeno trenta volte non ha ancora imparato a farsi una valigia essenziale, pur amando viaggiare non ha ancora imparato a guidare, pur avendo avuto "varie" storie sentimentali continua a dire: è la prima volta che sono così cotta/perduta/innamorata. Spera di re-incarnarsi un giorno in Amanda Lear e/o in Shakira

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