Vabbè, parliamo di preistoria.
Nella preistoria sono successe un sacco di cose, di alcune mi ricordo, di altre non mi voglio ricordare, altre invece non me le ricordo proprio.
Poi, alcune sono storie che posso raccontare ai miei amici e loro ridono. Loro.
Perchè loro i personaggi in questione li hanno conosciuti e hanno dovuto pure fare finta che gli stessero simpatici. Quindi ora ci possono ridere su, e dire finalmente quello che pensavano fin dall'inizio. Ma che per gentilezza hanno taciuto.
Una delle storie da top ten è quella del tiramisù. Ovvio che la può capire solo chi era con me in quel preciso periodo storico (trattasi veramente di preistoria in quanto non avevo neppure il blog) e agli altri non può fare neanche sorridere.
Ma insomma, per sintetizzare.
Stavo con una persona, e stavamo molto bene assieme sotto vari aspetti. Cantavamo le stesse canzoni in macchina, ridevamo alle stesse battute e avevamo voglia di dirci le cose nello stesso momento. Mi ascoltava tantissimo e mi cercava con una costanza che non ho più trovato (cioè si, ma non c'entra, era proprio tutto diverso), ricevevo messaggi e mails di una romantica originalità quotidianamente e sapevo che sarebbe corso per me dovunque, come poi in effetti faceva e fece fino alla fine. Insomma, se non avessi avuto quel piccolo impegno che passa sotto il nome di università, me lo sarei sposato il giorno dopo e c'avrei fatto un numero di bambini variabile dalla squadra di rugby a quella di calcio con riserve… ma insomma, all'epoca ero solo contenta d'aver trovato l'uomo perfetto e me lo godevo così.
Se non fosse stato per un particolare.
Il ragazzo era affetto da una gravissima forma di tiramisite, che non gli permetteva di entrare in una caffetteria/bar/ristorante… senza ordinare una fetta di tiramisù.
Ma la cosa incresciosa non finiva qui.
Puntualmente alla prima forchettata (o cucchiaiata, dipende da cosa decide il cameriere in quel momento) la faccia si induriva, la forchetta rimaneva due secondi a mezz'aria per poi venir appoggiata con disappunto sul bordo del piattino ed ascoltarsi le memorabili parole: "è meglio quello che fa mia madre".
Siamo stati assieme al di là ed al di quà degli Appennini ancora per un bel po' prima di lasciarci alla stazione di Bologna definitivamente un giorno d'ottobre di quattro anni fa.
Il motivo della rottura non è stato il tiramisù.
Ma ogni volta che vedevo e che vedo un tiramisù mi viene in mente la pantomima di lui che appoggia la forchetta e sentenzia "è meglio quello di mia madre" e non riesco a mangiarlo.
Chi mi conosce personalmente sa quanto sia difficile che io non mangi qualcosa. Se ho fame posso mangiarmi anche una tovaglia (a patto di salarla un po' prima)… ma il tiramisù… il tiramisù no.
Poi, il tempo è passato, altra gente ed altre pantomime i miei occhi hanno sopportato, e ci sono state cose belle  e meno belle.
Ma il tiramisù, ecco, il tiramisù niente.
Non riuscivo a mangiarlo.
Poi è arrivata altra gente (non troppa eh, il giusto), ho fatto altri lavori, ho cambiato Paese di domicilio qualche volta ed appartamento qualche volta in più, ma ecco, il tiramisù niente.
Ci siamo rivisti, io e l'omino in questione, ci vogliamo bene, non ci sono mai stati rancori, di quel bene che ti abbracci e che sei davvero felice se l'altro è felice. Ma ecco, il tiramisù no.
Tutta sta introduzione per dire che a scuola mi hanno chiesto di preparare qualcosa per il pranzo del martedì. Ho fatto il tiramisù.
Amici miei, vicini e lontani, io ho preso la ricetta del tiramisù ed ho fatto il tiramisù.
Io, signore e signori, gentilissimi e vi ringrazio per l'attenzione, io ho fatto il tiramisù oggi e l'ho pure mangiato.
Io forse sto diventando grande.

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