I colleghi. (Come resistere alla tentazione di rifilare delle cinquine a mano aperta)

Causa trasferimenti, ho cambiato spesso luogo di lavoro. Ma il lavoro che faccio da undici anni è più o meno sempre lo stesso. Siccome ho iniziato“presto” (metto presto tra virgolette, perché 21 anni sono considerati un’età precoce per avere uno stipendio dal Ministero dell’Istruzione, ma a me all’epoca sembrava fosse già tardi… ) mi sono quasi sempre ritrovata ad essere la più giovane.

Dopo poco ho scoperto che molto del mio lavoro era da sola. Non ho praticamente mai avuto dei colleghi, ho sempre avuto un rapporto diretto con il datore di lavoro. Quando ho lavorato nei licei, c’erano naturalmente altri insegnanti, ma io ero sempre: la più giovane (di almeno un decennio, ma più spesso di due o tre), quella straniera, quella che si vedeva poco…

Visto che sono estroversa solo nei giorni dispari della fase lunare crescente, questo tipo di non-confidenza reciproca mi è sempre andato benissimo.

Presente queste immagini che si vedono sempre sui siti aziendali? Mi hanno sempre fatto sentire un certo prurito…

Fino a quando non sono finita in una scuola dove erano tutti giovani e tutti stranieri e lì sì che ho dovuto aprire gli occhi e rendermi conto che fuori dal mio angolino esisteva un mondo con cui dovevo (per forza!) entrare in relazione. Porque vache.

La mia “diversità” non mi proteggeva più. E mò?

Sono passati alcuni anni e io sono sempre circondata – mio malgrado- da colleghi.

E ho imparato, a mie spese, varie strategie per mantenere dei rapporti con questa gente che non mi è stata assegnata dalla lotteria della cicogna (la mia famiglia) né mi sono scelta (i miei amici) ma che mi ritrovo tutti i giorni, nel modo più incruento possibile.

Ohm… respira. “Ambitions”, Pascal

Un po’ per carattere, un po’ gli anni di lavoro in autonomia, mi hanno portato a non “fidarmi” di nessuno. Ho bisogno di essere da sola, in silenzio, per fare le mie cose. Il “lavoro di gruppo” l’ho sempre visto come una perdita di tempo. Perché bisogna essere diplomatici con tutti (anche con gli incompetenti) e combattere la tentazione di dire “lasciate perdere, faccio io”.  Per molto tempo non sono stata in grado di delegare: so che se mi occupo di qualcosa l’unica responsabile sono io, se devo condividere con un altro che non è nella mia testa, non me la posso prendere con nessuno… uffa. Ecco, questi sono i motivi principali per cui trovo così difficile lavorare assieme ad altri.

Questo in generale.

Veniamo poi al particolare, che non è mica da ridere

Non so come sia negli altri settori lavorativi (credo non troppo diverso, in realtà) ma il mondo dell’istruzione catalizza spesso delle categorie speciali.

Eccole:

  • Eroe: io salverò il sistema! (Armi: volontà e immaginario dell’Attimo Fuggente)
Tutti a lamentarsi dei cartoni animati Disney, mai nessuno che dica quanti danni abbia fatto questa scena agli aspiranti insegnanti…
  • Pasionario: io lotterò contro il sistema! (Armi: eloquio e pugno chiuso)
Qui ritratto mentre ripassa la prossima lezione.
  • Marinalarosa: io mi struscerò sul sistema! (Armi: occhioni e complimenti)
Chi dimentica è complice. La gatta morta usa sempre la stessa tattica: ti fa sentire importante facendoti parlare ed ascoltandoti con attenzione, ti sfiora in modo casuale e poi per un po’ ti lascia stare. Calcola tutte le mosse e poi quando ci sei cascato, sbatte gli occhioni e ti dice che avevi frainteso. (Poi esce e va a fare un calendario su Max).
  • Portinaia: io saprò tutti i c*zzi del sistema! (Arma: pettegolezzo spinto)
Vi farà il terzo grado e voi non ve ne accorgerete. Con quell’aria materna e bonaria, in venti secondi saprà farvi confessare anche la taglia delle mutandine.
  • Guardiagiurata*: io f*tto il sistema! (Armi: nullafacenza e paraculaggine)
“Mentre il mare è una tavola bluuu…” “Scusi professore, cos’ha detto?” “Niente, continuate a leggere in silenzio fino a pagina 157” “Ma siamo a pagina 30” “Bene, così potrete continuare durante la prossima lezione!”
  • Ommèmerd’: io mi prenderò i meriti per le tue idee, ricevendo ricompense dal sistema! (Arma: faccia di tolla e pelo sullo stomaco)
E se ti beccano? Negare. Negare sempre.
  • Clara: io farò la vittima e avrò in pugno il sistema! (Armi: vittimismo e lagna continua)
Clara: quella che non si accontenta di venire a romperti le scatole a casa tua in montagna, ma – poverina, già vive tante difficoltà – si fa pure portare sulle spalle dal tuo ragazzo.

 

A queste si aggiungono naturalmente anche le tipologie non peculiari di questo settore ma abbastanza trasversali come:

  • “Sotuttoio” (Non c’è gara, qualsiasi cosa fai loro l’hanno già fatta, e se non l’hanno già fatta, la farebbero comunque meglio di quanto stia facendo tu)

 

  • Marpioni (Che ti seguono ogni volta che entri negli spazi comuni e trovano sempre il modo di essere in pausa quando lo sei tu. Nella mia esperienza, i peggiori sono quelli sposati, che sembrano innocui e quelli provenienti da aree del mondo in cui la donna non è ancora avanzata nella sua emancipazione -prego notare l’ardita circonlocuzione per non passare da razzista. Ma ci passerò comunque, e pazienza-. Rimarrà per me sempre un mistero come un “No, non sono interessata” si sia trasformato in uno che mi aspettava nascosto nell’ombra per sbattermi su una parete tenendomi per un polso. Tranquilli tutti. Non ho subito traumi, lui sì, per il calcione che gli ho rifilato. Stò str*nz.)

 

  • Marpioni livello pro: stalker (che dopo due giorni dalla prima stretta di mano ti chiedono l’amicizia su Facebook, il contatto Linkedin e soprattutto il numero di telefono. Rimarrà per me sempre un mistero come un “No, non sono interessata” si sia trasformato in uno che mi urlava te quiero davanti agli studenti…)
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E c’è ancora gente che mi chiede perché non posto mai niente…

 

  • Megafoni (quando fanno una minima cosa fatta bene, lo devono venire a sapere tutti);

 

  • Spie (Ti sei sfogata accidentalmente una volta con la persona sbagliata, e ta dà. Non lo sapevi ma ti sei automaticamente sfogata con tutti, e soprattutto con i piani alti);

 

  • Snob (“Mah, non so se posso venire alla riunione, parto per fare il week end a Dubai, ho già chiesto il permesso” è una frase che mi sono realmente sentita dire…);

 

  • Antipatici vari, dovuti a casi della vita esterni al lavoro.

 

Ma ora ecco finalmente la buona notizia: la maggioranza non è così.

La grande, stra-grandissima maggioranza dei vostri (e miei, per fortuna) colleghi sarà più o meno come voi: motivati il giusto (sì, anche il mutuo è una motivazione), riservati quanto basta, estroversi 5 giorni al mese, abbastanza (o addirittura molto)  competenti nel lavoro.

Bene, appurato ciò e tirato un bel sospirone di sollievo, ecco la domandona: come fare a sopportare i colleghi molesti?

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Consigli per stare bene

State passando un periodo un po’ così perché siete dall’altra parte del mondo, è arrivato l’autunno, non smette di piovere, e il fidanzato è lontano e magari pure in vacanza in Spagna con gli amici*?

Vita. 2014 – Gabriel Moreno

Ecco i miei consigli per stare meglio.

Funzionano!

  • Fare un bucato di soli bianchi. Il senso di pulito, il profumo e la purezza della composizione appena stesa vi restituirà la pace interiore. Se possibile, stendete i panni di fronte alla finestra sull’Oceano Pacifico. (Di fronte, non sulla terrazza, pena trovare dei resti [e]scatologici dei cocoriti che vi toglieranno la pace dei sensi appena raggiunta)
  • Farvi preparare un tortino di cioccolato da un’amica brava che abita vicino a dove lavorate e autoinvitatevi per il pranzo. La combo cioccolato + amica vi restituirà il sorriso. (Purtroppo poi dovrete tornare a lavoro)

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Ha a che fare con te*

Seduta, gambe incrociate. Anche pensieri incrociati.

Fuori piove da almeno tre settimane. Scroscia la pioggia e si sentono le onde che si infrangono con più forza, il vento che fa sbattere le porte, le finestre, i rami delle palme. Ogni tanto passa una macchina. Fino a qualche ora fa si sentivano anche le urla e le risate dei gruppetti di amici in libera uscita. E’ pur sempre venerdì sera.

Anzi no, non lo è più: è già sabato. Sono le 2:34 di sabato.

Ma lì in Italia è ancora venerdì, è pieno giorno e magari a Milano si vedono anche gli alberi con i primi fiori. Chissà che aria si respira adesso in Italia, con la primavera che sta per arrivare, la gente che inizia ad avere voglia di uscire e andare solo a passeggiare, a fermarsi a chiacchierare o semplicemente guardare i fiori per strada.

Chissà che temperatura c’è adesso in Italia.

Ieri sei partito per Milano, ed è strano, perché non è la prima volta che rimango da sola in terra straniera, ma è come se partendo mi avessero aggiunto il peso di un vuoto.

Nel passato ammetto di aver sentito sollievo quando te ne andavi, a volte avevo proprio bisogno di stare da sola. A volte ho fantasticato di quante cose avrei potuto fare, quali film avrei potuto vedere senza il tuo giudizio, quante maschere per il viso mettermi senza dover chiudermi in bagno per venti minuti.

Questa volta no.

E’ la prima volta che mi trovo così lontana e così da sola.

Non credo di aver mai vissuto male i nostri distacchi, anzi, a volte li ho pure forzati, andandomene. Ma ogni volta sono andata in un posto sicuro, un posto che per me era come “casa”. Sono stata mesi a casa dei miei genitori, mesi a Londra, un mese a Barcellona, senza di te, ma erano tutti, in misura diversa, dei posti in cui mi sentivo sicura, protetta.

Qui no.

Mentre piove fuori io penso che non dovrei scrivere e magari pubblicare, che fa tanto blog su Splinder del 2007, ma non ci posso fare niente: mi manchi.

E non mi manchi perché io non sia più capace di stare da sola, e non mi manchi perché in qualche modo io “abbia bisogno” di te.

Mi manchi perché sei diventato tu “casa” mia.

E adesso mi sento lontana, a casa, ma lontana da casa mia.

 

 

*Questa

Non sapevo di dovermi sposare. Puntata n°2 “Creature fantastiche e dove trovarle”

Dopo il travolgente  (?) successo (?) della puntata pilota, ecco l’attesissimo (?) nuovo appuntamento con il format che ha fatto impazzire (?) milioni di italiani (?) ma soprattutto di italiane:

Non sapevo di dovermi sposare.

In onda su Virgh Real Time.

(Nella precedente puntata eravamo giovani e fieri, pieni di belle idee e di presuntuosi “io non farò così“, com’è andata?

E’ andata che a forza di organizzare tanto giovani non siamo più…)

Questa puntata si concentrerà sulle creature fantastiche in cui vi imbatterete nel meraviglioso viaggio verso le pubblicazioni. (Sì, perché io con le pubblicazioni ritengo adempiuto il mio dovere di organizzatrice, dal momento della firma in comune e dal parroco, mi ritengo assolutamente de-responsabilizzata da qualsiasi altro impiccio riguardante ‘sto matrimonio).

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Le creature.

Ma partiamo dall’inizio.

Dopo aver detto E va bene, dai, ok, ti sposo (con un entusiasmo evidente) io e l’Orso ci siamo guardati un po’ perplessi.

“E mò che si fa?”

Io ero persa in alte elucubrazioni filosofiche (“Ma tipo adesso gliela dovrei dare? Per ringraziare? E’ tradizione?”) invece l’Orso era smarrito nella contemplazione dell’avvenire (“E mò sò c*zzi!”).

Ci siamo guardati, abbiamo riso imbarazzati. Ci sposiamo. Ah. Ah. Che bomba. Ah.

E siamo usciti a fare un brunch in un bistrot francese. La cameriera era probabilmente una modella part-time, alta, sorridente, capelli lucenti e stupenda. Io l’ho guardata, ho ordinato le mie uova con il salmone e ho pensato “Ma come mai, con f*ghe del genere in giro, questo ha deciso di sposare me!?“. L’Orso l’ha guardata, ha ordinato, e ha pensato molto probabilmente: “E con f*ghe del genere in giro, io ho appena chiesto di sposarmi a questa qua!” e avrà guardato nella direzione di una con i capelli crespi, ancora mezza addormentata, vestita dal famoso Fashion brand Scappatadicasa (io).

Ma siccome siamo persone relativamente pratiche, siamo ben presto scesi a terra e abbiamo deciso le linee guida.

Quando e dove sono venuti subito. La lista degli invitati è stata pronta nel giro di un paio di giorni.

Siccome io non mi sono mai sposata (prima d’ora, e con questa maddabastà dice l’Orso), tante cose non le sapevo.

Quindi, una volta decisi quando, dove, chi e abbastanza chiaro il come, ho usato l’approccio della bambina secchiona che sono stata: ho iniziato a studiare.

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(Non proprio come nell’immagine a sinistra, più come nell’immagine a destra…)

  • Mi sono attaccata a TLC (rete televisiva di quaggiù, simile a Real Time) e ho visto tutte le puntate di Say Yes to the Dress, Say Yes to the Dress Atlanta, Say Yes to the Dress Canada, Say Yes to the Dress UK, I found the Gown, Say Yes to the Dress Over size, i consigli di Randy, il fashionista di Say Yes to the Dress, e come se non bastasse pure tutte le repliche di Say Yes to the Dress Australia. Più volte.

 

 

  • Mi sono fideizzata a tutti i siti di oggettistica varia di matrimonio come Etsy, Ebay, Amazon

Ma non ero sola.

Mai.

Anzi….

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E allora?

Casa nuova, vita nuova“, si dice.

E’ da dieci giorni che abbiamo cambiato casa. Siamo passati da un bilocale minuscolo arredato nella zona più ambita della città (quella con i locali, i ristoranti bio, le caffetterie con le sedie in alluminio, le lavagne grandi, i camerieri con le bretelle e i caffé dai quattro dollari in su, le palestre di pilates, gli alimentari con prezzi da gioiellerie, i bistrot vegani, i bar che fanno solo insalate,  la fauna locale composta da italiani, francesi e brasiliani sotto i venticinque anni che sfrecciano sul lungomare in skate e che stanno living the dream – e spending the money of il papà-) ad un appartamento con cinque stanze, terrazza con vista sul mare in un quartiere fuori dal centro. Non arredato.

Sì, lo so a cosa state pensando. No, non è così…

 

“E chi ve l’ha fatta fare ‘sta pazzia?”

Io.

Sono io la responsabile.

Ho pensato che non potevo aver fatto tutta sta strada per venire in Australia per poi ritrovarmi a vivere “all’europea”. A ‘sto punto, vado a stare in Europa.

“Beh, ma spenderai un sacco ad arredare casa, se poi non avete intenzione di abitarci per sempre, non sono soldi buttati via?”

Sì. No.. Insomma, forse.

(Ma quant’è bvutto e volgave parlare di soldi?)

Fuori dal quartiereambito case ammobiliate non se ne trovavano proprio. Quindi, sfruttando il locale mercato fiorente dell’usato, abbiamo comprato subito un letto e una lavatrice. E un paio di sgabelli.

E bon.

E siamo rimasti così.

Profughi a casa nostra.

(Così sono d’accordo sia i leghisti che i socialisti  – ah no, che adesso si chiamano modempro, vabbè io al massimo seguo il Movimento Arturo– ).

Ne è valsa la pena?

“Qué mala suerte” ha commentato la collega spagnola quando le ho detto che non ce la facevo più a sopportare i ragazzi italiani dell’appartamento a fianco che urlavano ad ogni ora del giorno e della notte e picchiavano la porta in continuazione (ma le chiavi!?) nel quartiereambito.

Lei, che come molti europei, ci abita, ha sempre pensato che fosse il luogo ideale dove vivere. Magari ha ragione, ho solo avuto la sfortuna di avere vicini maleducati.

Però volevo provare qualcosa di nuovo, provare ad abitare in un quartiere non turistico. Chissà per quanto tempo staremo qui in Australia, quindi perché non sfruttare quest’occasione per provare a vedere com’è veramente? Certo, siamo in un quartiere semi centrale di una grande città. Sicuramente gli australiani veraci vanno scovati altrove:nel bush, nella campagna assolata ed estrema… ma nel nostro piccolo ci proviamo.

Dal primo giorno di “casa nuova, vita nuova” me ne sono resa conto. Dovevo andare alla posta a ritirare il nuovo modem e in fila c’erano: signora maori quattrostagioni (nel senso di armadio), giovane dall’accento slavo, signora bionda presumibilmente polacca, signore australiano (o perlomeno senza accento riconoscibile), due signore anziane che andavano a pagare l’affitto credo australiane -senza accento-. Agli sportelli capa tailandese e dipendente australiano.

E una veneta che sbirciava incuriosita tutti gli altri…

Ci sono ristoranti e bar aperti fino a tardi (nel quartiereambito chiudevano tutti presto, a parte l’hotel, che da tradizione rimane l’unico autorizzato a servire alcolici fino a tardi) e un autobus che porta alla stazione.

L’attesa dell’autobus è diventata il mio passatempo. Nel quartiereambito gli autobus passavano sempre, scaricavano turisti o giovani europei con i valigioni e caricavano qualche giovane professionista in abito da ufficio e mandrie di tipi da spiaggia con canottiera, infradito e cappellino.

Non so se rendo l’idea. Foto presa da internet.

 

Qui invece no.

All’attesa dell’autobus si è sostituita la speranza dell’autobus.

Ci sono degli orari indicati ma… vengono puntualmente disattesi.

Io quindi ho capito che quando sono pronta scendo e mi metto comoda ad aspettare. Prima o poi passerà.

Alla fermata (visto che nell’attesa posso osservare gli altri con tutto l’agio del mondo) ho confermato le mie impressioni: la zona è a maggioranza bianca, australiani di origine europea, altri di origine filippina e qualche maori. Lo so che questa non è una rappresentazione fedele dell’Australia vera e propria, ma mi sento già più “dentro” l’Australia di prima. E anche le facce pazienti e per niente scocciate che aspettano lo stesso bus mi ricordano che questa parte di mondo è più simile all’Italia di quanto riesca a riconoscere…

Lui è diventato il mio migliore amico.

Ho anche iniziato a lavorare. Non so se si può considerare un lavoro vero, visto che non ho orari fissi e che sono impegnata solo due o tre ore al giorno ma… mi sento fortunata. E’ bello andare a dormire con la sensazione di aver prodotto qualcosa durante la giornata. E del mio ambito. Mi sento meno alienata di quando stavamo nel quartiereambito, inoccupata, circondata da gente in vacanza perenne e con esigenze -forse- diverse dalle mie.

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Per esempio, per essere come loro a me manca… il selfie stick!

Forse sono diventata vecchia, forse mi sono imborghesita, (Vedrai che riusciremo a dare ancora un nome, a tutte le paure che ci fan tremare…), forse tra qualche settimana maledirò le attese dell’autobus, rimpiangerò le case arredate di tutto punto, me la prenderò con l’Orso che mi ha assecondata…

Ma chi se ne frega, tra qualche settimana sarò in Italia, a fare la prova del menù e del vino, a mettere la firma sulle pubblicazioni e a quel punto…

Chi avrà voglia di lamentarsi?

 

 

 

 

 

 

Virgawards: libri

Ho notato che tra le chiavi di ricerca più popolari sul mio blog c’è “Da leggere prima dei 25 anni: libri”.

Wow, che invito a nozze! Io però venticinque anni non li ho più. Allora farò una lista per 25 stati d’animo. Uhm, forse meglio di no, venticinque sono tanti. Facciamo 10. Dieci pensieri che ti possono venire in libreria (o biblioteca, una delle istituzioni sociali di cui l’essere umano dovrebbe essere orgoglioso) e che ti possono spingere all’acquisto di un libro. Con conseguente suggerimento.

  1. “Devo riflettere su un rapporto di amicizia”

  • Storia del nuovo cognome, Elena Ferrante. (Il secondo di Elena Ferrante, non “L’amica geniale”, quello dopo. Non mi addentrerò a spiegare o a recensire, in giro si trova tantissimo, scritto molto meglio di quello che potrei mai produrre io. Dirò solo che: per capirlo bisogna aver letto il primo. E dopo averlo finito, leggersi anche il terzo e il quarto. Insomma, dovete avere molto tempo. E molta voglia di addentrarvi in una casa di specchi in cui vi sentirete nei panni della protagonista/narratrice, per poi avere voglia di prenderla a sberle. Buona fortuna).

2. “Chissà com’è quando si lotta per una causa”

  • Donna abitata – Gioconda Belli (Preparatevi a piangere. E a ridere. E a sentirvi travolti, come se vi togliessero il cuore dal petto per buttarlo in mezzo ad una strada. Ne avevo già parlato qui)

3. “Devo immedesimarmi in altri punti di vista, senza perdere il buonumore”

  • Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio, Amara Lakhous. (No, la E/O non mi paga. Magari. Io l’ho letto in aereo, e devo dire che è stata una lettura piacevole. Per chi non ha tanto tempo né voglia di immergersi a fondo in una storia, è un buon punto di partenza per riuscire a capire gli altri e il razzismo dilagante. O almeno provarci. Senza perdere il sorriso.)

4. “Mi sento arido. Ho bisogno di meraviglia”

  • Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano, Eric-Emmanuel Schmitt. (Magari avete visto il film, magari ne avete sentito parlare anni fa. Dimenticate tutto e cominciate da pagina uno. E’ impossibile finirlo senza sentirsi più buoni. Poi, ok, io ho un debole per l’autore, ma questo non mi impedisce di essere obiettiva. No, macché, ma non prendiamoci in giro, è un libro sensazionale, è pure veloce da leggere, io mi chiedo come facciate a non averne almeno tre versioni in libreria.)

5. “Mi sento femminista”

Casa di bambola

  • Casa di bambola, Henrik Ibsen. (Un giorno vi capiterà di avere in casa un cretino qualsiasi che se ne uscirà con un nome di un romanziere siberiano a voi sconosciuto -e forse inesistente- e con faccia stupita vi dirà:”Ma come fai a non avere capito il Novecento/ la politica migratoria/ l’associazionismo anni ’70/ Tangentopoli/ La guerra dei Punici [inserire a caso *tema di non attualità*] se non l’hai letto!?”. A cui voi risponderete, beffarde, dopo cinque secondi lunghissimi di silenzio, e tu, l’hai letto Ibsen?” Pausa. “E che ci fai ancora qui in casa mia?”. Si vive anche per sotterrare con l’ascia della classe gli ex fuoricorso del DAMS che ancora infestano i nostri salotti dopo i trent’anni).

6. “Ho bisogno di ridere ma comunque darmi un’aria da intellettuale”

Come la Madonna arrivò sulla Luna

  • Come la madonna arrivò sulla luna, Rolf Bauerdick. (Se verso la fine degli anni Novanta siete stati travolti dalla leggerezza agrodolce dei film di Kusturica, forse questa copertina potrebbe parlarvi. Ma io vi consiglio di leggerlo senza pregiudizi. Perché sarà come vedere cinque film di Kusturica sparati in contemporanea, in una sala in cui la gente attorno a voi si scatena in danze balcaniche, con il sole fuori, il rumore dei piatti e dei bicchieri, intervallati dalla pace che dà solo chi sa narrare una storia come si faceva una volta: facendoti innamorare dei protagonisti, soffrire per loro, gioire per loro, crescere con loro).

7. “Non ho un’opinione sulle generazioni che si scontrano e non si capiscono. Voglio naturalmente avere un  bel titolo che faccia bella mostra di sé nella libreria del soggiorno ma non ho voglia di letture faticose”

Palomar

  • Palomar, Italo Calvino. (Purtroppo questo l’avrà letto anche il fuoricorso DAMS che vi siete ritrovate a cena, amico di amici di amici e che vi hanno messo vicino perché “voi che avete fatto Lettere vi capite tra di voi”. Consolatevi leggendolo con la tranquillità e il tempo che vi è dato ora che non è più qualcosa “da sapere per l’esame” ma è diventato qualcosa “da assaporare d’estate, con tutto il tempo del mondo”).

8. “Non ho un’opinione sugli sbarchi dei clandestini. Ma non ho voglia che qualche espertone venga a farmi la morale. Magari mi leggerei più volentieri una storia”

  • Ulisse da Baghdad, Eric- Emmanuel Schmitt. (Dico solo che quando ho finito di leggerlo sono corsa in libreria e poi in posta. L’ho spedito a Londra da mia sorella con una scritta: “Leggilo”. E’ una storia che conoscete bene, ed è una storia che non lascia indifferenti. Sfido, è l’Odissea. Ma di oggi. In molti ci hanno provato, a renderla attuale. Ma questo è uno dei miei autori preferiti – nel caso non si fosse capito-, e secondo me, ci è riuscito senza inchini né inutili salamelecchi a Omero. E Itaca non è quella che pensate. O forse sì. Anche per voi vale lo stesso consiglio dato a mia sorella. Leggetelo.)

 

9. “Non ho mai vissuto una guerra. Com’è?”

Insciallah - Libro - Oriana Fallaci

  • Insciallah, Oriana Fallaci. (“La giornalista che ama la guerra perché le ricorda quand’era giovane e bella”. Una caduta di stile questa descrizione di Jovanotti, che ci ha altrimenti sempre abituato a voler bene a tutto e a tutti. Eppure Oriana Fallaci non è stata solo quella penna tagliente e arrabbiata degli ultimi anni, descritta da gente inacidita con un terzo del suo valore tra le pagine di Repubblica. E’ stata una che in mezzo alla guerra c’è stata davvero. E solo chi conosce l’atrocità da dentro può descriverla. Se vi serve capire qualcosa della guerra in Libano -e di tutte le guerre del mondo- con il piglio dei soldati italiani, o anche se vi serve dire al fuoricorso DAMS che vi ha seguite in cucina per chiedervi se avete degli aperitivi vegani da servire che voi avete letto un romanzo di 900 -novecento- pagine di Oriana Fallaci, leggetelo. In certi momenti fa male, ma come tutte le ferite, poi ci sente più forti. Fosse anche solo per sbatterglielo in testa appena [il fuoricorso del DAMS] dice qualcosa come “Ma no, la Fallaci, quella guerrafondaia di destra…!”. Vi assicuro che 900 pagine di libro – specie se prendete quello con la copertina rigida- gli faranno passare la voglia di commentare ulteriormente.)

10. “Voglio piangere, ridere, piangere dal ridere e ridere mentre piango” (per tutti). / “Ho bisogno di capire da dove vengo.” (Solo per i veneti meridionali e i veneto-pontini)

Canale Mussolini

  • Canale Mussolini, Antonio Pennacchi. (Un libro che mi ha fatto fare pace con i miei nonni, con i miei zii, con i miei genitori, con il passato. Dando letterarietà pure all’argine di un fiume e ad un periodo storico che troppo facilmente rifiutiamo di comprendere. E’ come se tutti i personaggi fossero della mia famiglia.)

Buone letture!

(Magari consigliatele pure al vostro amico fuoricorso del DAMS).

(Precedenti Virgawards qui.)

Un centimetro e mezzo

 

Ci siamo trasferiti in una nuova casa.

Al momento è vuota.

Cioè, esclusi pacchi e pacchetti, tre valigioni, un aspirapolvere (che non ho nessuna intenzione di usare, almeno finché non si dimostrerà dotato di vita propria e verrà a bussarmi sulla spalla con il tubo per chiedermi se li vedo anch’io quei gatti di polvere laggiù in un angolo) ed eccetto due sgabelli ancora imballati, è vuota.

C’è una terrazza, ampia, che corre lungo il lato est. Le due porte a vetri scorrono, e ci si trova fuori, all’aria aperta, ma in alto.

Sotto alla terrazza c’è un giardino, si vede che il prato è mantenuto da qualcuno di bravo perché non supera mai i tre centimetri.

Se vado in terrazza e guardo fisso davanti a me trovo le palme. Alte, alte, che arrivano fino al terzo piano.

Se osservo bene le palme, tra le fronde che sventolano si vede l’Oceano Pacifico.

 

Un centimetro e mezzo di Oceano Pacifico.