Compilation delle mie peggiori gaffes linguistiche

Nei momenti di pace e relax (per esempio l’ora prima di dormire) cosa fanno le persone? Escono e vanno a correre o si riposano dedicandosi ai loro hobbies, o si applicano una crema idratante alle erbe malesi.

Io penso alle figuracce che ho fatto nella mia vita.

E visto che ogni descrizione di me a sconosciuti da parte di conoscenti include sempre la frase “parla tante lingue” detta con ammirazione, ecco il lato B. Ovvero le figuracce peggiori che ho fatto (o almeno quelle che mi ricordo) parlando foresto.

  • In Spagna sono stata convinta per un bel pezzo che il nome proprio “Iker” (un portatore famoso è per esempio Iker Casillas) fosse inglese. Visto che anche in Italia c’è un sacco di gente italianissima che chiama i figli Kevin, Michelle, Brandon… non mi ha scalfita neanche un dubbio quando continuavano a presentarmi gente che si chiamava Iker e lo pronunciava “Icher”. Anzi, pensavo fossero dei buzzurri che non avevano neanche avuto voglia di informarsi sulla pronuncia straniera del proprio nome. Quindi per molti mesi li ho chiamati fieramente tutti AICHER.

Salvo poi scoprire che Iker è un nome basco, quindi perfettamente spagnolissimo.

(Questa la faccia che fa Iker quando un’italiana cretina lo chiama Aicher per la quindicesima volta).

 

  • Uno dei miei primi approcci con l’altro sesso parlando un altra lingua è stato con un irlandesino amico di amici che conobbi in Francia. Lui per sciogliere il ghiaccio mi chiese che tipo di gruppi musicali mi piacessero (sì, avevo ancora quell’età in cui parli di musica e ti infervori e ti sembra un buon criterio per conoscere le persone…) e mi disse qualcosa tipo: “What kind of BANDS do you like?” che io compresi imbarazzata e balbettante come una richiesta su che tipo di indumenti intimi mi piacessero (“What kind of pants do you like?”)

Bands vs Pants

 

 

 

 

 

 

  • In Svezia. Un giorno una nuova collega si presentò, alla domanda di dove fosse mi disse qualcosa come SCALLA. Siccome era parecchio biancuccia e parlava inglese da madrelingua esclusi mentalmente venisse dall’Africa o dall’Asia. Ma anche così mi rimanevano molti Paesi. Le dissi “Scusa, non ho capito, da dov’è che vieni?” e lei: “Scalla, Scalla!”. Al che, continuando a non capire le chiesi: “E IN QUALE PARTE DEL MONDO si trova?”.

Lei offesissima, mi disse che era incredibile che non lo sapessi.

Dopo qualche mese, aprendo la pagina aziendale e trovando le descrizioni del nuovo personale assunto vidi vicino al suo nome la bandierina e capii.

Aveva detto: “Scotland” tutto il tempo.

From Scalla with love.

  • Sempre in Svezia un collega di Manchester una mattina mi saluta dicendo: “Hi darling, how are you?” e io “Fine, thanks, what about you?“.

E si mette a ridere. Spiegandomi: “Tesoro, quando chiediamo come stai non vogliamo veramente sapere come stai. E’ da considerarsi parte del saluto.”

(Ma perché non dire semplicemente CIAO, allora?)

  • In Spagna, tornata dopo quattro anni senza più parlare spagnolo né studiarlo, inizio a non ricordarmi più le parole e i loro significati. Alcune espressioni mi sembravano familiari, ma non mi ricordavo più la loro traduzione in italiano. Uno dei primi giorni sono al ristorante con un’amica nutrizionista, con un passato alimentare turbolento, particolarmente attenta a quello che mangia. Mi chiede cosa sia questo pesce “con aceite” che vede sul menù. E io: “Uhm, credo aceto!”. “Sei sicura?” “Certo!!!”. Lo ordina. E le arriva una vasca jacuzzi piena fino all’orlo di olio extravergine d’oliva in cui nuotano alcuni pezzettini di pesce.

“Aceite” in spagnolo

 

Io e il mio “parla tante lingue” siamo andati a sotterrarci lì vicino…

  • Per molto tempo sono stata convinta che “aka“, l’acronimo che si usa per chi è conosciuto con un altro nome (per esempio Valentina Parlabenelelingue, aka – also known as – Virginiamanda) fosse una parola giapponese.

 

  • Per molto tempo sono stata convinta che il granchio in inglese invece di chiamarsi “crab” si dicesse “crap“. Quindi lodavo dei buonissimi piatti alla… pupù.

Crab linguine vs crap linguine

 

Qui dalla Repubblica della Vergogna dell’Ora Prima di Andare a Dormire è tutto, passo la line a voi Studio.

Cosa fare quando sei triste

(Torniamo al motivo principale per cui la bellezza di nove – e passa- anni fa ho aperto un blog. Cioè trovare le risposte che non trovavo da nessuna parte. Scrivere quello che mi sarebbe piaciuto leggere. )

  1. Esci a fare una passeggiata. Potresti tornare con un lavoro (fatto realmente successo a me, lunedì)
  2. Invece di parlare del motivo per cui sei triste, inizia ad ascoltare gli altri (potresti scoprire un sacco di cose nuove, come è successo a me, martedì)
  3. Prova strade alternative alla solita. Ma non in senso figurato, veramente prova a non tornare a casa per la stessa strada, ma a cambiare mezzo, cambiare via, girare all’incrocio prima. (Potresti scoprire un sentiero pieno di draghi d’acqua, come è successo a me mercoledì)
  4. Non concentrarti sul passato, evita frasi come “ero”, “facevo”, “stavo”. Sostituiscile con “sono”, “faccio”, “sto”. Fosse anche per dire solo “sto… bene”.
  5. Fatti un’ora extra di sonno con la copertina riscaldante. (Questa è solo per intenditori freddolosi). E al risveglio scaldati un croissant e farciscilo con la Nutella (questa solo per intenditori buongustai).
  6. Inventati un motivo per brindare, anche se fittizio (potresti brindare alla macchina che vogliamo comprare e non compreremo mai, per esempio) oppure non inventarti niente e brinda a un motivo reale (potresti brindare al fatto che dopo cinque anni vi amate più di prima, chi l’avrebbe mai detto?)
  7. Scrivi. Le emozioni negative sono delle fetentone, si coalizzano tra di loro e si istallano con le loro valigie tutte nel petto. Bloccando il passaggio a quelle positive, che non escono più, né via bocca (voce) né via mani (scittura). Sbloccale distraendole, scrivendo per esempio un decalogo sulle cose da fare quando sei triste. E poi zac! Infliggi il colpo finale di buttarle fuori con un bel calcione*!
  8. Gira la frittata. In senso figurato -ma se ti piace mangiare la frittata, anche in senso reale!-. Potresti trovarti non più a rattristarti del fatto che diventi zia mentre sei dall’altra parte del mondo ma a rallegrarti del fatto che chi l’avrebbe mai detto diventi zia, e che la mamma sembra stare bene  e non essere affatto preoccupata.
  9. Non pensare ai soldi. I soldi non fanno la felicità, dice un famoso detto popolare, e di questo non ne sono completamente certa, ma pensarci e basta non li farà aumentare. Esci, divertiti, sorridi, parla. (Potresti incontrare uno che ti vuole offrire un lavoro).
  10. Inizia a pensare alla tua situazione come ad un’opportunità. Indietro non si può tornare, quindi perché non rendere il futuro ancora meglio? (Potrebbe capitarti sul serio).

Foto:

(Perché sennò il post era troppo serio)

 

 

 

 

*Un bel calcione è espressione copyright di quella fine di mia mamma

A disfrutar de cada momento

Così mi ha scritto un’amica che non vedo da troppo tempo.

Per un lungo periodo ho pensato: andrà meglio quando lascerò la Svezia, poi ho lasciato la Svezia e ho iniziato a pensare andrà meglio quando ci trasferiremo, andrà meglio quando succederanno le cose che spero, andrà meglio quando mi prenderanno al corso, andrà meglio quando cambieremo casa, andrà meglio quando mi istalleranno la connessione, andrà meglio quando mi arriverà il visto nuovo, andrà meglio quando inizierò a lavorare, andrà meglio quando…

Ed è un discorso trito e ri-trito quello che bisogna accettare il giorno che sorge adesso e goderselo ora, senza chiedergli di essere diverso da quello che è, che quasi mi annoio da sola a metterlo per iscritto.

“Siamo sempre portati a pensare al domani per essere felici, eh?”: una ragazza che ho conosciuto oggi, tra una birra e l’altra, guardando il tramonto sulla spiaggia, mi faceva così da contrappunto, forse senza volerlo veramente.

E oggi la mia amica spagnola me lo ricorda, lei con il suo sorriso disarmante.

E’ in questo momento che devo vivere. Punto.

Prometto di provarci.

No one ever accomplished anything sitting down. A quote by Chris Hadfield, a canadian astronaut, from his book "An Astronaut's Guide to Life on Earth" Illustrations of 2015 by Kathrin Honesta on Behance:

(Kathrin Honesta)

 

Un etto di entusiasmo, grazie!

 :

Mentre sono impegnata in questa attività che mi occupa le giornate in attesa del visto che si chiama “ozio”, ho il tempo di pensare.

Specialmente a quello che mi manca.

E in questo momento mi manca l’entusiasmo.

Per questo nuovo Paese, per questa nuova avventura, per quello che succederà.

Sono contenta di: stare in un Posto dove la gente mi sorride e mi parla, trovare verdura e frutta di stagione NON importata, uscire in pigiama per andare in spiaggia senza che nessuno noti la differenza con il proprio outfit (questi girano scalzi e con le magliette bucate, i miei pantaloni del pigiama sono chic, al confronto), poter decidere di mangiare o bere fuori senza spendere un patrimonio, anzi, di avere a disposizione tanti Paesi raggiungibili con poche ore di aereo, di capire (abbastanza) quello che mi dicono e quello che leggo o sento.

♡♡♡:

Ma proprio l’entusiasmo, lo stupore, la gioia di affrontare questa nuova tappa, non lo trovo.

Che sia rimasto negli scatoloni del trasloco?

42andpointless:

Figli di ciabattini

Una cosa (delle tante) a cui non ero preparata.

Qui la gente gira scalza.

Ma non in spiaggia, o nel baretto in spiaggia (che come concetto credo esista solo nella nostra testa e nei resort fatti ad immagine e somiglianza della nostra testa…), no, qua ci girano per strada  (o… – astenersi stomaci deboli- entrano da McDonald’s) scalzi.

Così, palmi dei piedi al vento.

Chi non ha mai visto i nonni giocare a bocce al Circolo Arci a piedi nudi?

Chi non ha un amico che gira con il colbacco in testa e scalzo?

Software company Atlassian was named Australia's best place to work in a national survey of 28,000 workers

Chi non è mai andato al lavoro o a prelevare a piedi nudi?

(Qui si riassume come la vedo io al riguardo.)

Ad un certo punto, non trovando spiegazione, ho immaginato che sia per rendere i piedi così ruvidi da migliorare la presa sulla tavola da surf.

Ma è solo una mia ipotesi…

Come rendere questo tempo produttivo?

“Devi dimostrare qualcosa a qualcuno?” mi aveva chiesto mio fratello un giorno al parco, durante il periodo inglese.

Era un giorno in cui non mi sentivo molto in forze, o, forse, ne sentivo fin troppe, ma tutte opposte e nello stomaco.

Il pensiero dell’anno universitario da frequentare in Inghilterra, il trasloco dalla Svezia, il bisogno di trovare qualcosa da fare, la necessità urgente di non sentire di sprecare il mio tempo.

Guardavo il Tamigi, bevevo acqua a piccoli sorsi e mi sembrava di scoppiare dalla gola in giù. Non riuscivo a fermare i pensieri, mi sembravano tutti ugualmente prioritari.

Ed ora eccomi, sono passati (li devo contare, che neanche me ne rendo conto, mi sembra sia passato un millennio e mezzo) tre mesi. Tre miseri mesucci.

Il trasloco dalla Svezia è stato fatto, la rinuncia al corso di studi in Inghilterra è appena stata inviata (lacrimina), le decisioni sono state prese.

E adesso?

 

E adesso mi ritrovo in questa terra di nessuno che è il periodo in cui attendi il visto nuovo, che me lo immagino in oro zecchino scolpito a mano intarsiato di zaffiri e rubini per quanto ci sta mettendo ad arrivare. Con quel brillantissimo pezzo di gioielleria potrò finalmente lavorare.

Per il momento sto buona buona.

Per come sono le leggi qui (ovvero: sono cattivi cattivi cattivi che mia mamma quando mi spegneva la televisione mentre guardavo Dawson’s Creek per mandarmi a fare i compiti urlando al confronto è un agnellino) non potrei neanche mandare curriculum in giro.

 

Quindi da qui il titolo: come rendere produttivo questo tempo?

A scuola non ci posso andare (il visto che ho non me lo consente), a lavorare non ci posso andare (il visto che ho non me lo consente): iscriversi a corsi o master o fare un tirocinio non retribuito (espressione che aborro, se lavoro mi paghi e sennò non lavoro e sto a casa mia) quindi è fuori discussione.

Oltretutto c’è quell’aspetto irrisorio per cui se non lavoro i soldi non entrano, per cui sperperare quelli che ho in corsi “solo per tenermi impegnata” non mi sembra il caso.

Lavorare on line? Sempre per il discorso delle leggi meglio evitare.

Studiare on line? Con la connessione a manovella anche no…

Quindi: fidati ed illuminati lettori silenti che passate ogni tanto di qui… me lo volete dare un consiglio?

 

(Sentitamente ringrazio)

Un’estate al mareee…

E’ da cinque settimane che mi trovo qui. Nel frattempo voi (cioè tutta la gente di cui posso seguire le gesta perché generosamente condivise sul social) vi siete arrostiti di sole, vi siete stancati dell’afa, avete fatto gli aperitivi sventolandovi, siete andati al mare, vi siete rotti le scatole dei vicini d’ombrellone, siete rimasti a casa a fare yoga perché il mare è troppo mainstream, vi siete battuti il petto l’ultimo giorno delle ferie (mai capito perché non si possano semplicemente chiamare “vacanze“… “Ferie” fa così tanto impiegato statale. Categoria che ormai sappiamo non esistere più), siete tornati con la pelle abbronzata e la faccia imbronciata sul posto di lavoro.

Bene.

E ora parliamo di me. (No, perché avevate dubbi?) Come ho affrontato il mio sesto inverno consecutivo?

Sì, lo so, lo so. Me la sono cercata io.

Certo. Ma è andata così: Inverno 2013/2014 Svezia (gelo), estate 2014 Australia e quindi inverno australe (freschetto), inverno 2014/2015 Svezia (freddo), estate 2015 Argentina e quindi inverno australe (freschetto), inverno 2015/ 2016 Spagna- Italia (freddo), estate 2016 Australia quindi inverno australe (freschetto).

Ok, è pur sempre vero che è meglio sei inverni consecutivi di cui due in Australia e uno in Sudamerica piuttosto di quattro stagioni ben scandite da nebbia – freddo – sudore – afa- nebbia della Pianura Padana.

E che vissuti così sono sempre meglio di sei inverni consecutivi con neve costante in ogni emisfero, certamente.

 E infatti, chi si lamenta? Eh.

(Comunque sei inverni consecutivi per una freddolosa la dicono lunga sulla mia capacità di adattamento, spero di poterlo scrivere nel curriculum).

Dunque dicevamo: come ho passato il mio sesto inverno consecutivo?

Ecco, io…

ho abitato in Mongolia per un mese.

Cioè i miei coinquilini erano tutti mongoli di Mongolia, Gengis Khan.

( Conversazioni esilaranti con i miei a riguardo, non ne parliamo!

Faccia sgomenta di mamma: “Come sarebbe a dire che abiti con dei mongoli?”

– “Sì, mamma, sono mongoli.”

– “Ma tutti – tutti- tutti mongoli?”

– “Sì Mamma.”

– “Ma in che senso?”

– “Nel senso che vengono dalla Mongolia”)

E io ero tutta emozionata ed entusiasta: la Mongolia è da anni un mio pallino. Nella mia testa vedevo serate a parlare dei pascoli di montone e della nostalgia per le praterie della loro terra.

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A parlare.

Bene.

Nessuno di loro parlava inglese. Nè altra lingua di mutua comprensione.

Ci siamo capiti a gesti, per le poche cose che hanno voluto mostrarmi ed illustrarmi.

Per il resto è stato come abitare in un condominio svedese: io passo e tu fai finta di non vedermi, io sono qui ma cerco di darti il minor fastidio possibile e tu apprezzi e ricambi facendo finta di non percepire la mia presenza.

L’unica sera in cui siamo riusciti ad avere una parvenza di comunicazione è stata quando una delle ragazze (erano due coppie di ventenni) stava su Skype con una bambina. Io ho sentito la voce infantile che rideva e le ho chiesto se fosse un bambino. Naturalmente ad un certo punto elimini tutti gli articoli e la grammatica che hai faticato tanto ad imparare e passi a: indicare telefono, sorridere, dire “Baby?” (che – ho pensato- è parola abbastanza universale perché in mille e più canzoni). L’altra ragazza mi ha guardato interrogativa (come la maggior parte del tempo) e dopo lunghissimi cinque minuti (che ha passato a fissarmi) ha indicato l’amica che stava facendo la videochiamata dicendo “She baby!” e me l’hanno passato.

Era sua figlia ed era più o meno così:

(Ok, senza cavalli dietro e in una stanza, ma pacciocchissima così).

E io: “Oh, che bella! Ma che bea putina!” (tanto, per quanto ci capivamo in inglese, potevo pure giocarmi il veneto…) . Io l’ho salutata, la bambina ha riso, le ho ripassato sua madre.

Fine.

Questa è stata l’interazione in inglese più lunga di tutto il soggiorno del mese. Altro che pascoli di montoni. Altro che scambio. E vabbè.

Ho quindi tralasciato i sogni di montoni e ho guardato il mio animale di riferimento (l’Orso). E ci siamo dati da fare per cercare casa.

Ed è così che adesso scrivo il primo post seduta comodamente su questa sedia, nella cucina della nostra nuova casetta!

E dove?

In riva al mare! Sulla spiaggia!

(Sììììì!) (Si percepisce contentezza?)

(Sotto il sole la pelle brucc…)

Ed è una spiaggia vera, non come in Scandinavia che quando dicevo “Abito a due minuti a piedi dalla spiaggia” (cosa vera, tra l’altro) mi ridevano tutti dietro e dicevano “Si sì, e quando ci vai?”. Mai, effettivamente.

E, a dirla tutta, non era neanche una spiaggia vera, era un prato che ad un certo punto lasciava posto al mare. Ha il suo fascino, senza dubbio, ma per me la spiaggia è sabbia, sudore e puzza di fritto.  (Come so essere poetica io…)

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(Questa è la spiaggia swedish, in doppia versione: estiva e invernale. Ovvero: Questo è quello che pensa uno svedese quando gli nominano la “spiaggia”)

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(Questo è quello che invece penso io quando qualcuno dice: “Spiaggia!”)

(E so che da qualche parte nel mondo pure Babbo Natale la pensa come me, ma lui – si sa- è finlandese).

Insomma, sto in una spiaggia vera. Con la sabbia, il bagnino (ehm…) e – ebbene sì!– il fritto.

(Ok, qui non si chiama fritto misto, si chiama “Fish & Chips” e te lo devi litigare con gabbiani dall’aria famelica – e tucani, pellicani, cacatoa etc etc- ma non sottilizziamo!)

 

Bene, quindi ho tutto: spiaggia, sabbia, mare azzurro, gabbiani, bagnino e fritto.

 

Adesso devo solo aspettare l’estate.

 

(Il titolo è, come sempre, una citazione).