Nuovo avvincente format su Real Time: “Non sapevo di dovermi sposare” – Puntata Pilota

Su Virgh Educational Channel

 

Chi ha letto l’ultimo post ha capito perché negli ultimi quattro mesi blaterassi del più e del meno, menando il can per l’aia: aspettavo di andare in Italia per dire di persona ad amici e parenti che…

mi sposo.

La frase mi fa ridere, soprattutto perché io non ho mai pensato/immaginato/desiderato di sposarmi. (Ebbene sì, nella mia personale Bucket List c’è “mangiare la torta Pistocchi” ma non c’è sposarmi).

12006157_959501454117575_3508969119883053853_n:
 

Infatti il nonno ottantaseienne alla notizia ha ordinato tanto di quell’alcol da farmi dubitare di arrivarci vivo.

 

Sì, è vero, lo ammetto: volevo che l’Orso me lo chiedesse.

Ma non ero mai arrivata a pensare che: a) succedesse davvero; b) cosa sarebbe successo dopo.

 

In esclusiva una diapositiva del mio cervello nel momento in cui immaginavo il mio matrimonio. (Disegnatore: Sebastian Eberlein)

 

 

Eccomi quindi proiettata in quel mondo surreale che si chiama “preparazione di un matrimonio”.

Io, a dirla tutta, i matrimoni -se posso, cioè quando non è il mio (inserire faccia sconvolta: il mio,  oh Santo Cielo!)– li evito.

Negli anni credo di aver scritto più volte su questo blog quanto mi metta in difficoltà il ricevere inviti a matrimoni e quindi riassumo: sono giornate faticose, che mettono assieme alcune tra le abilità che non possiedo. Ovvero: essere presentabile, bere ma non troppo, vestirmi bene e/o in modo elegante (!?), essere affabile con sconosciuti (!?). Per molte ore (!?). E non dimentichiamo il non poter mangiare e bere quando e quanto voglio io.

Not enough food, or just tiny appetisers but no full meals.
 

Oh Robin, lo so, io e te ci eravamo promesse che questo giorno non sarebbe mai arrivato e invece hai visto?

 

Alla fine empatizzo sempre con i più deboli: i camerieri e i bambini urlanti.

Anche io mi sento come loro: in un posto che non mi piace, dove mi ci hanno portato controvoglia e devo pure essere vestita in modo scomodo.

creative wedding ideas keeping kids entertained at the reception

Eccoli: i veri martiri.

Ecco perché negli anni ho declinato parecchi inviti (Benedetto Estero, che mi hai permesso di ripetere varie volte la formula: Nonpossomidispiacesonotroppolontana).

Dal 2012 ho quindi partecipato a soli cinque matrimoni selezionatissimi. Che sono stati:

  1. matrimonio “Vorrei ma non posso“: sfavillanti e costosissimi gli abiti e la macchina ma ricevimento con grigliata e birra.
  2. matrimonio “Non lo capisce chi è nato a Milano“: sfavillanti e costosissimi gli abiti, la macchina, gli addobbi, la villa, l’aperitivo di tre ore servito da camerieri impinguinati nel parco, cena, buffet infinito di dolci, taglio della torta in mezzo ad una fontana (!), fuochi d’artificio (!), open bar, discoteca, bomboniere di gronclass. Durata: infinita.
  3. matrimonio “internazionale“: abiti belli ma non costosissimi, ricevimento in campagna, pranzo italiano, alcol internazionale, open bar e discoteca. Grigliata anzi, meat indulgence (!) per gli irriducibili. Durata: all night long.
  4. matrimonio “Arrivederci e grazie“: sfavillanti e costosissimi abiti, addobbi e villa. Aperitivo, pranzo e taglio della torta nel giro di un paio d’ore, bomboniere di gronclass e arrivederci.
  5. matrimonio “Non vorrei e non posso“: abiti economici, no inviti, no bomboniere, no addobbi, no auto, no open bar, no frills, pic nic a buffet in un parco.

E ogni volta, ho pensato: “No, io no“.

E invece toh: tu sì.

Hug! Uaaaahhhhuuuggg:
D’altronde, come dire di no?

Cosa fare? Come funziona? Cosa devo fare?

Mi sono quindi affidata al Sacro Motore di tutte le scelte al giorno d’oggi: il Sentito Dire.

Ecco quindi cosa sapevo dei matrimoni (intesi come “giorno dell’evento/ Wedding” e non come “unione duratura di due persone che promettono davanti a Dio e allo Stato di essersi fedeli sempre, finché morte non li separi e di optare per un sistema patrimoniale congiunto/Marriage“, perché il secondo mi produce già tutta una carrellata di ansie, degne di almeno altre quindici puntate della serie “Non sapevo di dovermi sposare”):

  • L’organizzazione del matrimonio ricade unicamente sulla sposa (cioè io!?), lo sposo non c’è, se c’è non risponde, se risponde dice: “Quello che va bene a te
  • Si litiga molto
  • La sposa diventa isterica. (Corollario: dimagrisce tantissimo)
  • La (futura) suocera fa ammattire la sposa che diventa isterica e dimagrisce
  • I testimoni organizzano feste imbarazzanti che si chiamano addio al nubilato/celibato
  • Gli sposi finiscono per non mangiare mai.
  • La sposa dice sempre che il suo abito è “semplice”, anche se prevede di vestirsi da meringa roccocò.

In questa puntata pilota mi sento di smentire tali luoghi comuni.

Innanzitutto io ho come compagno d’avventura in questa follia chiamata matrimonio un super fighetto che vuole dire la sua su tutta l’organizzazione, anzi, fa praticamente più lui di me. Ma quale carta bianca? Ma quale “Quello che va bene a te”?

Magari.

Poi, il tizio in questione abita con me da più di cinque anni e -per fortuna o purtroppo- la vede come me su parecchie cose. Quindi negli ultimi quattro mesi (cioè dal giorno in cui me lo sono ritrovata davanti pallido con un cofanetto in mano) litigi pervenuti: nessuno.

La Signora Mamma non ci sperava più di vedere il figliolo all’altare (vedere scheletri dei miei famigliari nella foto sopra). Ho sentito uscire dalla sua bocca solo frasi come: “Ma che belle idee, ma che bravi, ma che bello, ottima scelta” su qualsiasi cosa coinvolga quel giorno.

E per finire: dimagrire?

Ah ah ah.

Non ci sperate. (Sono pur sempre quella che ha in Bucket List: mangiare la Torta Pistocchi)

Torta Pistocchi:
Ciao, sono la torta Pistocchi. E ti aiuterò a non entrare mai nel tuo abito da sposa…

Visto che i luoghi comuni non mi aiutavano, sono allora passata alla cosa che mi viene meglio: pensare negativo.

No, cioè, voglio dire… pensare a tutte le cose che non mi erano piaciute dei matrimoni a cui avevo partecipato e tenerle bene a mente per non replicarle.

  • E’ il MIO giorno e voi dovete fare quello che dico io“. No, un bel niente. Niente temi, niente dress code da rispettare, niente richieste di regali esplicite (liste nozze, viaggio di nozze con IBAN dell’agenzia, “ma perché non mi regali” detto a voce). Porca vacca, ma perché vi esce questo egoismo cafone quando vi sposate? Se invitate delle persone ad un avvenimento così importante della vostra vita è perché ci tenete, quindi perché le dovete mettere in imbarazzo con richieste assurde? (Venite vestiti di blu, è una delle più allucinanti che ho sentito).
  • Menefreghismo sulle intolleranze alimentari. Io sono un po’ fissata con questo e lo ammetto, ma in famiglia ho una persona che può mangiare pochissimi alimenti e ho amici celiaci. Perché non c’è mai (davvero) l’opzione senza glutine, senza carne, senza lattosio? Ho visto invitati non poter mangiare nulla a tavole imbandite e l’ho trovato davvero triste.
  • Voglio essere principessa, voglio la favola“. Posso dirlo? Certo che posso dirlo, è il mio blog. Allora, se volete vestirvi da barbie lucidistelle, con un’acconciatura alla Moira Orfei, camminare su un tappeto rosso e ballare con uno vestito da principe quello che dovete fare è una FESTA IN MASCHERA, non un matrimonio. Dai che Carnevale  è vicino.
  • L’incoerenza. Se non sei credente, se lo sei ma in modo saltuario e non praticante, se non sei mai stato in chiesa dopo il battesimo… perché sposarti in chiesa?
  • L’incoerenza 2. Se decidi di fare un matrimonio semplice, “alla buona” allora tutto deve essere alla buona, semplice: il luogo della cerimonia, gli abiti, il ricevimento, il numero degli invitati, il tipo di cibo. Perché dire agli invitati che non hai fatto le bomboniere perché “sono una spesa inutile” e che il pranzo sarà ridotto se poi ti presenti con un’automobile costosissima e un abito da migliaia di euro?
  • Far sentire gli ospiti a disagio. In molti aspetti: nei discorsi (parlare di soldi, sparlare di altri invitati), nell’assenza di indicazioni precise (non sapere luogo, ora, indicazioni stradali, svolgimento della giornata genera confusione e frustrazione), nella lunghezza infinita delle attese (gli sposi che stanno mille ore a farsi le foto… eddai!), nell’assenza di condivisione del tempo con gli ospiti. Sono venuti per te, dedicagli del tempo, una risata, un abbraccio, un bacio. Sennò invitane di meno.
  • Lo spreco. Certo, è una festa e non si deve contare al millimetro quello che si mangia e beve. Ma mi piange il cuore davanti a quegli infiniti buffet di dolci con cascate di cioccolato e never ending confettate che nessuno assaggia perché sazi o stanchi. Perché buttare via tanto cibo (e tanto lavoro)? E’ davvero tradizione? Porta davvero fortuna?
  • Il troppo. Ora non si fanno più, ma ricordo con orrore certi matrimoni a cui ho partecipato da bambina in cui c’erano più di trecento invitati. Ricordo con altrettanto orrore certi matrimoni di provincia a cui ho partecipato da ventenne in cui lo sposo veniva strattonato tra una portata e l’altra per fargli fare cose ridicole e insensate come il taglio della cravatta, scherzi di cattivo gusto, scoppiare palloncini con forme imbarazzanti… Il troppo storpia.
  • La gente che non c’entra niente. Sarà che io proprio non stravedo per i matrimoni, ma non ho mai capito perché la gente si faccia in quattro per partecipare a matrimoni se poi deve stare tutto il giorno con il muso lungo perché non conosce nessuno, non è calcolata dagli sposi, non è di suo gradimento… (sì, io qui mi sto lamentando, ma non mi sono mai permessa di dire alcunché agli sposi nel loro giorno. Io, quelle poche volte in cui vado, cerco di essere carina, educata ma soprattutto di far star bene gli sposi quelle poche volte che durante quel giorno li incrocio, poi, che io farei delle cose in modo diverso sono solo pensieri miei, punto) dico io: se non ci vuoi andare a quel matrimonio, perché ci vai? E voi sposi: perché li invitate?
  • La retribuzione. Ok, qui esce la mia anima un po’ d’altri tempi. Ma quando si ingaggiano persone per effettuare dei servizi queste persone vanno pagate. Se il catering fa un prezzo molto conveniente da qualche parte sta risparmiando. Se non lo fa sul cibo lo farà sul personale. Ragazzi pagati cinquanta euro a fine giornata per stare in uniforme a versare vino e portare vassoi per dodici ore non lo faranno con eleganza, con classe o con voglia. Lo faranno tanto per fare e non vedranno l’ora di andarsene. Stessa cosa per tutti gli altri: se il dj ti chiede molto poco forse non sta pagando la Siae, forse non sa fare il suo mestiere e lo fa tanto per fare. Allora anche quel poco è troppo, perché forse non lo merita, e tanto vale la funzione “casuale” della playlist di Youtube. Insomma, se qualcuno lavora per voi va pagato.
  • Gli amici che si occupano dell’evento. A meno che uno non abbia la fortuna di avere un pasticciere professionista o un dj che lo fa di mestiere in famiglia, rivolgersi agli amici è un’arma a doppio taglio. Siccome difficilmente ti chiederanno di pagarli, ti devi accontentare di quello che fanno. Se sono dei dilettanti, il prezzo lo paghi tu, ma in un altro senso. Inoltre, se sono tuoi amici, vuoi che si divertano, non che stiano in ansia perché devono cantare, intrattenere, cucinare, etc…

 

Ecco, per fortuna su queste cose l’Orso era (ed è) d’accordo con me.

This polar bear can dance… we should be dance partners. He matches my moves.:
Qui c’è l’Orso che si allena al Primo Ballo, con la sua consueta grazia.

Ora rimaneva solo una cosa da fare.

 

Ed era chiedergli:

“Orso, ma ci hai pensato bene? Sei proprio sicuro di volerti sposare con me?”

 

_Fine puntata pilota_

 

 

Quella notte in cui mi sentivo sola (un post che spiega tante cose)

Faccio un po’ fatica a scrivere questo post e qualcosa mi dice che non sarà breve.

Partiamo da lontano.

C’è stato un momento in cui mi sono guardata intorno e tutte le persone che conoscevo stavano comprando casa, facendo figli, sposandosi… la cosa lì per lì non mi aveva toccata. Ma poi, sono passati i mesi. Ed ho iniziato anch’io a farci caso.

Le conversazioni erano più o meno così:

  • Ah, hai sentito che Caterina è incinta? – Dai, che bella notizia, loro stanno assieme da un sacco di tempo… – Beh insomma, non tantissimo, quando io e te ci siamo messi assieme loro si frequentavano solo da un paio d’anni.
  • Ah, hai sentito che Corinna e Alberto aspettano un bambino? – Dai! Beh, ma non sarà un po’ presto? -Beh, insomma, effettivamente si sono conosciuti nello stesso periodo in cui ci siamo conosciuti noi! – Appunto!
  • Ah, ma lo sai che Sara e Lorenzo si sposano? – Era ora! Da quanto tempo stanno assieme? – Beh, almeno da cinque anni. – Ma no, sarà meno, stavano già assieme quando ci siamo messi assieme noi? – Boh…
  • Ah, hai sentito che Sofia e Giacomo si sposano? – Uhm, non sarà un po’ troppo presto? – Perché? – Beh, si sono conosciuti dopo di noi, mi sembra prematuro… – Beh, faranno come gli pare! – Certo…

E poi ad un certo punto sono diventate così:

  • Ah, lo sai che Carla e Antonio hanno avuto una bambina? – Dai, e pensare che si sono conosciuti dopo di noi.
  • Ah, hai sentito che Pino e Enrica hanno comprato casa assieme? – Ma dai, e pensare che quando io e te ci siamo messi assieme Pino stava ancora con la fidanzata di prima! – Quale? Ah sì, Matilde, quella che poi ha avuto il figlio da Andrea? – Sì, proprio lei.
  • Ah, hai sentito che Marco e Mariella aspettano un bambino? – Dai! Ma se si sono appena messi assieme!? – Beh non è proprio vero! – Ma dai, quando siamo andati a convivere non si conoscevano ancora! – Eh, ma saranno almeno due anni che stanno assieme… – Ma pensa!
  • Ah, sai che Alvaro e Ilaria si sposano? – Non ci credo! Ma se quando siamo andati a convivere erano ancora lì che tentennavano con un tira e molla infinito? – Eh, a quanto pare lui si è deciso… – Ma pensa! Hanno fatto in fretta però! – Beh, non tanto in fretta, saranno passati almeno tre anni. – Ah! Veramente!?
  • Hai sentito che Corinna e Alberto aspettano una bambina? – Un’altra? – Ma questi quando siamo andati a convivere si conoscevano appena! – Come è possibile che siano già al secondo figlio!? – Eh…
  • Ah, hai sentito che Carmen e Giampiero si sposano? – Ma come si sposano? Ma se lui ce l’ha presentata quando abbiamo fatto quella festa… – Eh, saranno passati tre anni. – Ma dai?
  • Ah, hai sentito che Costanza aspetta un bambino? – Ma dai? Pensa che quando l’abbiamo conosciuta stava ancora con quello di prima… – Già, ma saranno almeno due anni che sta con questo… – Ma dai?
  • Ah, sai che Marina e Niccolò hanno comprato casa assieme? – Di già? Ma se quando io e te siamo andati a convivere Niccolò stava ancora con Lara? – Eh, sì, ma adesso sta con Marina da almeno tre anni…

Insomma, io ho sempre creduto di essere impermeabile ai racconti di vita delle altre persone, però ad un certo punto mi è sembrato che tutti andassero avanti e io no. Noi no.

A dirla tutta, ho sempre pensato che nella vita, il progresso della coppia non fosse una cosa di mia competenza.

Voglio dire: io mi posso impegnare per traguardi che riguardino me e me sola (laurearmi, studiare, ottenere un determinato risultato nel lavoro) ma non posso forzare tappe che riguardano anche un’altra persona.

Per molto tempo sono stata molto zen su questo argomento.

Il primo anno non ci ho mai pensato.

Il secondo anno ci ho pensato forse un paio di volte e poi mi sono risposta da sola: “Non mi interessa”.

Il terzo anno ci ho pensato.

Il quarto anno gliel’ho chiesto: “Ma perché non mi sposi? C’è qualche motivo particolare?”.

L’Orso, che mi aveva proposto la convivenza dopo solo qualche mese di frequentazione, che aveva un conto cointestato con me e un citofono con entrambi i cognomi da almeno tre anni mi ha guardata con una faccia sorpresa e mi ha risposto: “Eh!?”.

Io ho interpretato quella risposta come “Non ci penso proprio”.

Abbiamo un po’ litigato controvoglia, io ho un po’ pestato i piedi, ma insomma, com’è possibile che la Pina, la Gina, la Nina, la Pinta e la Santa Maria si siano tutte sposate con gente improbabile che conoscevano da qualche mese e proprio io e te che ci vogliamo così tanto bene dobbiamo fare finta che il matrimonio non esista? Cos’è? Non mi vuoi bene abbastanza? Non vuoi promettere di stare con me finché morte non ci separi? (“Ma se hai sempre detto che morirai a 32 anni? Ma chi me la fa fare sta fatica per un anno solo?”) E ci abbiamo riso un po’ su.

Quel pomeriggio di Maggio io ci sono un po’ rimasta male ma la cosa è finita lì. In fondo la gente non si sposa perché “deve” o perché “lo fanno gli amici”. E poi, a dirla tutta, io neanche volevo sposarmi. (Volevo solo che lui me lo chiedesse, ecco.)

Ma mi era rimasto un po’ di amaro in bocca.

Ma com’è possibile, rimuginavo tra me e me, che dopo quasi quattro anni siamo ancora al punto di “Eh!?”, mi chiedevo. Ok, è vero che io ho sempre detto di non volermi sposare. Giusto. Ma almeno uno sforzo, uno per finta, non lo potevi fare? (E poi una come me? Come fa a volersela lasciare scappare? Ma non lo sa che c’è la fila là fuori?) E invece niente, neanche per finta. “Eh!?” era l’unica risposta che avevo. Un po’ pochino.

Avrei dovuto essere io a rispondere sdegnata e dire “No, grazie, ma chi ti vuole?” e invece no. Io sarei sempre stata quella che gli aveva chiesto “Perché non mi sposi?” e lui quello che mi aveva risposto “Eh!?”. Niente storie romantiche da tramandare ai nipotini.

Solo un banalissimo “Eh!?” stupefatto (e forse pure un po’ spaventato) un sabato pomeriggio sul divano.

Rimugina e rimugina, ero arrivata ad un corto circuito di pensieri, che faceva più o meno così: “Ah sì, e così tu non mi vuoi sposare, eh? La mettiamo così? Bene. E allora io faccio quello che mi pare, ciao!”. Non era un ciao che implicasse un addio, ma sicuramente quell’ “Eh!?” mi ha dato una spinta per lasciare una situazione che non mi piaceva e in cui non mi sentivo a mio agio: la Svezia. Mi sono licenziata e sono andata in un posto dove da tempo volevo andare : Barcellona. Ciao bello!

L’Orso è rimasto un po’ spiazzato e senza fare né a né bah ha preso quattro aerei in un mese per venirmi a trovare.

Io intanto rimuginavo… e così mi hai detto “Eh!?”, ora ti faccio vedere io!

Naturalmente, non avevamo più toccato l’argomento. Per me con quell‘ “Eh!?” si era chiusa ogni possibilità di affrontare l’argomento in modo pacato e maturo. Un “Eh!?” non lascia molto spazio al resto.

Di ritorno da Barcellona, l’Orso mi riempie di fiori e di coccole, e di quanto mi sei mancata. Io come niente e mi altero per ogni sciocchezza.

E decido di non tornare in Svezia. Stacci tu con il tuo “Eh!?”, pensavo.

Passo un paio di mesi in Italia e l’Orso prende l’aereo ogni settimana per vedermi. Io, come niente, ho sempre quell’“Eh!?” che mi rimbomba in testa e non mi rendo conto dello sforzo. Anzi, vado in Inghilterra. Bye darling!

L’Orso si prende le ferie e parecchi aerei. Nei due mesi che sto in Inghilterra lui ci sta venti giorni.

E’ il giorno del compleanno di Shakespeare e stiamo passeggiando sulla riva del Tamigi. Finalmente, con la miccia del passaggio in Australia che iniziava a profilarsi all’orizzonte, esplode tutto in una litigata così furiosa che ancora mi complimento con me stessa per non averlo scaraventato dentro il Tamigi (e lui si complimenta ancora con se stesso per non aver scaraventato me dentro il Tamigi).

C’è tutto: urla, pianti, recriminazioni, persino disegnini su un tovagliolo di Starbuck’s: “Lo capisci che se io sono venuta in Svezia e ora vengo in Australia per te, tu prima o poi dovrai dimostrare qualcosa a me?” sento dire alla versione più viziata ed egoista mai esistita di me, a voce alta.

L’Orso sgrana gli occhi, si scusa, un po’ balbetta, dopo un po’ urla pure lui (massì facciamole ‘ste scenneggiate napoletane ogni tanto!). Io sarò pure andata in Svezia per lui ma lui sono sei mesi che mi segue per l’Europa, senza capire dove voglio andare e cosa voglio fare e che mi seguirebbe ovunque, basta solo che gli dica cosa voglio fare perché lui non l’ha ancora capito.

Finiamo all’ultimo piano della Tate Modern, a fare la pace dandoci i bacini, guardando le luci di Londra dall’alto e scattarci i selfies come gli adolescente cretini (con il prosecco sul tavolo) per ricordarci “di quella volta che era il compleanno di Shakespeare e abbiamo litigato e poi abbiamo fatto pace”.

In quel momento mi rendo conto di aver esagerato, in generale, e lui chissà di cosa si rende conto.

Da lì in poi le cose migliorano decisamente, non siamo più due bambini che si fanno i dispetti e dopo qualche giorno andiamo ad Edimburgo. Abbiamo bisogno di stare solo noi due, in un posto nuovo, neutro, senza tracce.

Ad Edimburgo, nella fredda, grigia e gelida Scozia troviamo invece un sole splendente che sembra aspettarci. Davanti ad una birra gli dico che va bene, va bene l’Australia.

Lui non ci crede, è contento. Sono contenta anch’io. Dopo un paio di settimane torno in Svezia per preparare il trasloco.

Mi accolgono tantissime rose rosse e l’Orso che mi abbraccia dicendo “Bentornata a casa”. Giugno trascorre così, tra gli scatoloni e l’entusiasmo.

A Luglio atterriamo qui, nella terra dei canguri.

Dopo i primi giorni di assestamento, usciamo con alcuni amici che abitano qui. Una serata tranquilla, abbiamo preso per il fine settimana un appartamento sulla spiaggia. Al check in però c’è qualcosa che non va. L’appartamento (massì, prendiamoci una cosa bella, anche se costa di più, faremo economie quando non avremo più soldi!) non è stato pulito e siamo costretti ad aspettare che gli inservienti vengano a sistemarlo prima di entrarci (carichi con tutte le valigie che ci portavamo dall’Italia).

Quella sera usciamo e io mi sento un po’ giù.

La notte non riesco a prendere sonno.

All’improvviso mi sembra di essere stata avventata, di non aver fatto bene i conti, in fondo sono qui, in un altro Paese, un’altra volta, un’altra volta ad ambientarmi.

Lui sta dormendo.

Io sono sul divano a scrivere e a piangere.

Forse è la tensione accumulata che deve scendere, forse lo stress, il nervosismo, forse mi sento solo molto triste.

Chissà se ce la farò mai.

Chissà se mi ama davvero come dice.

Chissà se sto facendo tutto questo per la persona giusta.

Chissà se ne vale la pena.

Chissà quanto ci vorrà ad integrarmi.

Chissà quando arriverà il visto, il lavoro, il riconoscimento dei titoli, chissà se ho fatto bene.

Scrivo questo post.

Ormai è quasi mattina e torno a letto.

L’Orso si sveglia e mi chiede che succede. “Mi sento triste”, rispondo. Mi abbraccia e mi addormento.

Dopo poche ore vengo svegliata nel mezzo del sonno.

C’è una mano che mi scuote.

Scapigliata e con gli occhi cisposi mi giro e chiedo, assonnatissima: “Ma che c’è?”

“Devo dirti una cosa”.

 

 

Non capisco.

Sono addormentata.

Cosa è successo?

Ecco, ora mi dice che ha un’altra.

E io ho fatto tutta sta strada per venire qui in Australia per lui e lui…

 

 

“Mi vuoi sposare?”

E davanti a me c’è l’Orso inginocchiato con un cofanetto in mano.

 

E io ho risposto:

“Eh!?”

 

 

(Ebbene sì, questa è la storia. Quel cofanetto era da due mesi che aspettava di essere aperto. Era stato destinato alla sera del nostro quinto anniversario, che sarebbe stato dopo un paio di settimane, ma come ha aggiunto l’Orso “Ho sentito che piangevi questa notte e io non voglio che tu pianga più. Voglio che d’ora in avanti ci siano solo lacrime di gioia.”)

Risultati immagini per bondi beach

 

 

 

 

Leggero

– “Amore, mangiamo leggero stasera che domani abbiamo l’aereo…”

Certo.

  • prosciutto crudo
  • gorgonzola
  • brie
  • sopressa
  • focaccia
  • pomodorini con olio d’oliva
  • frittata rucola e basilico

 

“Beh dai, magari se avanza qualcosa ci facciamo i panini per domani”.

E’ avanzata solo la rucola scondita.

Immagine naturalmente suggerita da Google.

Direi che siamo pronti per tornare in Italia.

Domani torno in Italia

Domani pomeriggio prendo l’aereo e sabato mattina atterrerò a Milano. Torno in Italia.

Era un viaggio che era stato pianificato per fine agosto (“Sto un mesetto con te e poi vado in Inghilterra a studiare”) e che poi è stato spostato a fine Novembre (“Visto che l’abbiamo già pagato sto viaggio, almeno facciamolo coincidere con il derby” – è chiaro che i due virgolettati non sono stati pronunciati dallo stesso componente della coppia, no?).

Risultati immagini

Ho fatto una lista delle cose che dovrò arraffare in Italia, ribattezzata “Shopping nel mio armadio”, visto che qui sono venuta con una valigia smilza che doveva servirmi per un mese, in un periodo di mezza stagione (l’inverno australiano verso la primavera, praticamente il corrispettivo del nostro marzo/aprile) e sono resistita quattro mesi.

Ebbene sì, in questo devo darmi delle sentite pacche sulle spalle da sola: sono riuscita nella mirabile impresa di non acquistare mai niente.

Il trasloco dalla Svezia mi aveva sfibrata: tutti quei pacchi di vestiti (alcuni con le etichette ancora attaccate) messi una volta sola o messi soltanto in vacanza, da piegare e spedire. E poi, una volta arrivata in Italia trovare altri vestiti comprati nei momenti più assurdi o per effettiva necessità. L’anno scorso, quando siamo tornati dall’Argentina siamo atterrati a Roma. In Argentina c’erano si e no 15°, a Roma 45°. Mi ero dovuta comprare vestiti estivi che non avevo in valigia.

E poi li ho usati solo quei dieci giorni, perché al ritorno in Svezia ad agosto (simile al nostro fine settembre/ottobre) erano già inservibili.

Quindi, all’arrivo in Italia dopo il trasloco svedese con tutti i pacchi di vestiti seminuovi, mi sono ritrovata con quelli che avevo acquistato l’anno prima, seminuovi pure quelli.

E mi sono detta: “Basta! Non compro più niente!”

E ce l’ho fatta! Quattro mesi in cui sono andata avanti con: due paia di jeans, tre vestitini, sette magliette tra maniche corte e maniche a tra quarti, tre pullover, un giacchino in pelle e un piumino leggero. Stop. Ah sì, vabbè, e cinque paia di scarpe.

Sono fierissima di me ma adesso non vedo l’ora di tuffarmi nel mio armadio e riprendermi “Tutto chill ché nuostr!”.

Non credo di essere una persona veniale, né eccessivamente preoccupata della moda, ma mi sono resa conto che lo shopping era una delle attività a cui più mi dedicavo per contrastare la difficoltà della vita in Svezia. Appena tornavo in Italia era tutto un vorticoso giro per i negozi. Chissà, forse mi rassicurava la convinzione di portarmi in Svezia qualcosa che mi avrebbe ricordato l’Italia.

In questi quattro mesi qui, sono un po’ tornata quello che ero prima: senza pretese. Esco da casa e vado in spiaggia. Ma chi ha bisogno di trucco, tacchi e vestiti attillati? La stessa cosa si è rispecchiata anche nella ricerca del lavoro: mi sono molto rilassata, ho mandato qualche curriculum nel mio settore, ho trovato lavoro in un chiosco sulla spiaggia un giorno che ho fatto una passeggiata più lunga del solito, e, nonostante lo sconforto iniziale… non ci sto neanche così male.

Anche il nostro ritmo di coppia ne ha risentito in modo positivo. In Svezia i nostri weekend erano spesso in casa, passati a cercare la nuova serie da guardare mentre provavo nuove ricette.

Ora, al primo accenno di computer sul divano di uno dei due l’altro chiede: “Che si fa oggi?”. In meno di cinque minuti siamo pronti per uscire, e anche un semplice pomeriggio sulla spiaggia o una semplice passeggiata sulla scogliera ci fa tornare a casa sorridenti.

Immagino e un po’ temo le domande che riceverò una volta a casa: i miei genitori e i genitori dell’Orso si aspettano una carriera folgorante per me e credo li abbia messi in difficoltà sentirmi dire che faccio caffé in un chiosco sulla spiaggia.

Chissà come sarà il passaggio da questo rilassamento di vita, abiti e abitudini sulla spiaggia estiva, al ritmo frenetico e cupo del Novembre milanese e veneto.

Per sicurezza, sto affrontando la preparazione al volo come mai prima, sono quattro giorni che ho diminuito il caffé, e oggi e domani cercherò di non berlo affatto, per aiutare il sonno a bordo. Almeno arriverò “riposata” (per quanto riposati si possa essere dopo un volo di ventiquattr’ore).

E poi, quando torno, prometto di scrivere un po’ meglio di tante altre cose che non ho detto.

Risultati immagini

Meraviglia: fragilità immaginata che fa trattenere il fiato e si trasforma in applauso

Qualche giorno fa sono andata al circo.

E, come sempre, mi sono commossa, emozionata e ho applaudito con tantissimo (sì, venire al circo con me è più imbarazzante che andarci con una bambinetta di cinque anni, regredisco completamente) entusiasmo.

Da bambina mi affascinavano i colori, mi colpiva l’odore, rimanevo imbambolata a fissare dettagli inutili come quella macchietta sulla tenda del sipario, o il trucco delle sopracciglia della danzatrice… poi mi perdevo ad osservare le uscite dei vari personaggi, volevo sapere se dal sipario che si chiudeva si riusciva ad intravedere quanto ci mettevano a trasformarsi di nuovo in persone comuni, quanto mantenessero la parte e quanto non vedessero l’ora di togliersi il costume di scena.

Adesso sono più grande (sì, una bambina di cinque anni imprigionata nel corpo di un’adulta, povero Orso) ma al circo ci vado lo stesso.

A luglio, pochi giorni dopo esserci trasferiti in Australia, avevo notato una pubblicità molto ammiccante…

Risultati immagini per kooza

E così, sono andata a vedere Kooza, del Cirque du Soleil.

Kooza racconta la storia di un piccolo clown che sta crescendo e vuole imparare come fare i grandi numeri circensi.

Risultati immagini

Lui è il piccolo clown che deve crescere. (Non è adorabile? Tra l’altro ho scoperto che a volte  a interpretarlo è un’italiana, tale Alessandra Gonzales, unica italiana di tutto l’ambaradan, che generalmente nello spettacolo fa la cantante [Qui una sua intervista].

Voce incredibile, viaggia per tutto il mondo, vive con il circo. Da uno a dieci la invidio duecentoquaranta. – E curiosando sul suo profilo instagram scopro pure un bel pezzettone di fidanzato australiano jazzista- Invidia a mille!)

aerial-hoop

Lo spettacolo è tutto composto da numeri di equilibrismo, in varie forme.

chair-balancing-act

Risultati immagini

Risultati immagini

charivari

Risultati immagini

Io guardavo questi artisti eccezionali e rimanevo a bocca aperta.

E non è una frase fatta: ero come paralizzata dallo stupore, le labbra si distanziavano da sole, il fiato si bloccava.

Ho avuto la fortuna di vedere a teatro Mariangela Melato, quando ero già abbastanza matura da poterla apprezzare.

Ma non solo lei, sono stata a teatro e a vedere spettacoli dal vivo altre volte, ma ogni volta, ogni messinscena, rimango sospesa in un preciso momento, che è quando mi chiedo: “Ce la farà?”.

Gli attori sono davanti a te, su quel palco e tu sai che sono bravissimi perché ti hanno fatto immedesimare e ora stai vivendo quella storia assieme a loro.

Poi arriva un momento in cui ti scolli da quel coinvolgimento perché percepisci -o ti sembra di percepire- la voce che si incrina, una pausa dove non dovrebbe essercene una, un movimento strano o un’assenza di movimento dove te l’aspettavi.

Eccolo, il dubbio allarmato che si insinua: “Si sarà dimenticato la battuta? Ce la farà?“.

Rimango in allerta, perché per un attimo mi metto nei panni di quell’attore, famoso, acclamato, che si trova in un teatro gremito e non si ricorda più la battuta. E magari i colleghi non se ne accorgono, presi ed emozionati come sono dal proprio ruolo e dai mille pensieri che hai (il vestito, non si deve vedere che è strappato, aspetta mi devo spostare che nella prossima scena deve entrare quell’altro, questa luce mi disturba, nelle prove non era così intensa, ora devo camminare, fare il pensieroso, mi sposto, questa è la scena del monologo, devo solo camminare, e in quella dopo devo dire, magari stasera lo faccio più sofferto e meno sarcastico, no?) quando sei in piedi du quelle assi e tanta gente pende dalla tua bocca.

E l’attore sembra essersi dimenticato, tu ti rendi conto che ormai non devi più essere l’unico ad essersene accorto, e ti giri verso il vicino per provare a verificare dalla sua espressione se anche lui è incredulo o se non è vero e ti sei immaginato tutto tu.

E nell’attimo in cui ti giri, Zac! L’attore riprende a parlare, perfettamente nella parte e tu senti che il respiro teso della platea si distende in un sospiro di sollievo.

Di attimi così, di momenti di sospensione passati a chiederti: “Ce la farà?” lo spettacolo Kooza è pieno.

Mi sono chiesta se fosse un caso o se tutti gli acrobati avessero dei piccoli momenti di perplessità durante i loro numeri in cielo attaccati ad una fune, ad un braccio, ad una bici, ad una sedia, ad un nastro…

(No, non è un caso, lo spettacolo è pensato e voluto così, ho scoperto dopo).

Quel momento in cui tutto il pubblico smette di respirare (mozzafiato diciamo in italiano, e non c’è parola più azzeccata per quell’istante) e si chiede: “Ce la farà?” per me vale il prezzo del biglietto.

Io vado a vedere gli spettacoli circensi, quelli teatrali, in generale, quelli dal vivo per quel preciso istante.

In quell’attimo in cui mi sembra di riconoscere una sbavatura, un’imprecisione, un’incertezza dell’artista io vedo me, vedo tutti noi.

La nostra fragilità, nuda, davanti al numero che stiamo per affrontare, in equilibrio sospesi sul nulla.

E ci riusciamo.

Ce la facciamo, sempre.

E il tendone tira un sospiro di sollievo e parte un fragoroso applauso.

 

 

 

______________

(Foto da qui)

Virgawards 13: special edition “Vivir para contarla”

E’ passato un po’ di tempo dall’ultimo Virgawards.

Questa volta parliamo di storie, di belle storie.

(Che è anche il motivo per cui ho aperto il blog: volevo raccontare delle storie che mi piacesse leggere.)

Ecco alcune delle storie lette che mi sono piaciute così tanto che vorrei che tutti le leggessero, divise per sezioni (sezioni che naturalmente rispecchiano gli ambiti che più mi appassionano nella vita).

Sezione: In volo

  • Spremute senza zucchero – In un aereo: che dire? Che le ho vissute tutte, ma lei le racconta meglio!
  • Ci vuole Costanza – 24 ore: prima o poi ricapiterà qualcuno che me la mena con la storia che volare è bello, che è bella la sensazione del decollo, che puoi riposarti etc (e questa è l’unica ragione che reggo: riposarmi senza dover parlare né rispondere telematicamente a nessuno), qualcuno che mi chiederà come si fa a stare in volo tutte quelle ore e quanto ci vuole ad arrivare in Australia e com’è. E io senza parlare gli allungherò un foglio su cui avrò stampato questo memorabile post.

Sezione: La gente è strana

  • Mammitudine – All’ONU: una storia che fa sorridere, e… che spirito di osservazione!
  • Stella d’Occidente – Loro non si integrano: un post breve, per riflettere simpaticamente su quello che crediamo di essere.
  • Bibolotty Moments – E’ il tempo giusto: l’umanità lascia sempre un po’ perplessi. Da quando vive le ripicche, i rancori e le relazioni dietro uno schermo, pure di più.
  • Non può essere vero – Il pacco terrone: una risata fa sempre bene. Anche per cercare di dimenticare di essermi presa l’unico fidanzato terrone che tristemente non riceve nessun tipo di pacco. L’unico “pacco” (di un altro tipo però) è quello di ritrovarmi i suoceri a casa. A mani vuote (“E se ci fermavano all’aeroporto con la robba in valigia?” Manco fosse droga. No comment.)

Sezione: Quello che poteva essere

  • Bellezza rara – Aggiustate i sogni: un post che ispira. La vita a volte fa giri veramente strani. Non per questo meno belli di quelli immaginati.
  • Pendolante – La donna seduta in vagone: una signora, passeggera ignara si trova ad essere descritta. La sue labbra verso il basso che trattengono gli sforzi e un sorriso che non ci si può permettere mi hanno fatto ricordare quante volte ho temuto di diventare una così. Chissà come sarò io alla sua età.
  • The chef is on the table – Changefulness: il tempo e il suo scorrere dipendono da noi e dalle nostre “strategie”? A volte i mesi languono, a volte rincorriamo i minuti per riuscire a fare tutto, quanto c’entriamo veramente noi? Non sarà forse la prospettiva a dover cambiare? Perché invece di concentrarci sul tempo, non ci concentriamo sul cambiamento? Ecco. Come l’avrei detto io? No, lei lo dice di sicuro molto meglio.
  • Volevo fare la rockstar – Fa strano: cosa c’è di più struggente e di più evidente di un trasloco per personificare il concetto di “quello che poteva essere”? Poco, effettivamente. Lei non scrive, pennella la realtà e sembra di essere lì, in mezzo ai suoi scatoloni.

Sezione: Crescere

Sezione: La vita che capita

  • Orbettini and co. – Succede: un post magistrale, di quelli che mi fanno pensare tutto il tempo “Ma come scrive bene, ma quanto è brava, ma che chiarezza, ma che nitidezza, che eleganza e delicatezza nello scrivere” e che alla fine mi commuovono sempre. Perché è raro trovare penne così sincere che riescono a non cadere mai nell’amarezza ma che mantengono tutta la loro narrazione sul filo delicato della grazia.

 

Ho finito.

(Qui i precedenti Virgawards)

Corso per fidanzati parac*lo di fidanzate puntigliose: lezione n°3

Titolo della lezione:

“Cosa rispondere quando la tua fidanzata convivente ti accusa di non aver fatto niente in casa mentre lei si è smazzata tutto il lavoro”


 

Amico Fidanzato Parac*lo di Fidanzata Puntigliosa, d’ora in poi FPdFP, sappi che nella vita in generale, e nella tua relazione di coppia in particolare, il segreto è: minimizzare.

Esempio pratico:

FidPuntigliosa: “Com’è possibile che io oggi sono andata a lavorare, ho fatto la spesa, ho cucinato e ho apparecchiato e tu non hai fatto niente?

FidParac*lo: “Io ho mescolato“.

 

 

_____________________________________________________________

Lezioni precedenti del corso:

Lezione uno qui “Cosa rispondere alla domanda A cosa stai pensando?

Lezione due qui “Cosa rispondere alla domanda Perché non mi sposi?