#10librichenonriescoafinire

Stamattina ho visto #10librichenonriescoafinire scritto sul Corriere e non ho potuto resistere…

Cos’è? Una lista? Mmm, ma io adoro le liste!

Quelli che non riesco a finire sono ben più di dieci (ho una libreria apposita a casa dei miei, si chiama “libreria dei libri che non ho finito”):

1) Una stanza tutta per sè, V. Woolf (iniziato in concomitanza con l’esame di critica letteraria, quindi luglio 2004… solo perché per l’esame ne avevamo letto un brano e mi era piaciuto tanto. Inutile dire che le antologie fanno un pessimo servizio ai lettori. Ti promettono chissà che libro e invece è solo una parte.)

2) Siddarta (iniziato tipo quindic’anni fa… no non ce la faccio. E’ ancora sul comodino, quello della camera in casa dei miei.)

3) Bibbia (iniziato tipo nel 2002/2001. Uau, sono dieci anni. Ripresa per l’esame di Letteratura Ebraica su Giobbe. E ri-abbandonata. Papà s’è pure rifiutato di mettermela in valigia, nella valigia che mi sono fatta recapitare in Svezia, per dire.)

4) Don Chisciotte (nella versione spagnola, perché quando una vuole fare la figa, fa la figa in modo completo. Me l’ha regalato un’amica quando lavoravo in aeroporto, in Spagna, quindi uhm… 2007/2008. Alla faccia)

5) Una donna, Sibilla Aleramo (comprato poco dopo aver visto il film di cui mi ricordo solo la faccia del Poeta – non quello sullo schermo, ma quello che mi accompagnava- interdetta e una fase “sei il lavacro sessuale della letteratura italiana!”. So di aver -arrogantemente- pensato: se devo leggere qualcosa che avrei potuto scrivere anch’io, prima lo scrivo anch’io, e poi lo leggo per trovare le differenze. Comunque bei tempi, quando uscivo con il Poeta. Uscivamo assieme solo quando ci eravamo lasciati con qualcuno, non ci sfioravamo mai, passavamo il tempo a parlare di poesia e lui diceva che ero la sua musa. Bisognerebbe impedire ai liceali di avere troppo tempo libero. Oppure potrebbero finire come me e il Poeta. Di lui so solo che nel frattempo ha vinto un sacco di premi di poesia ed ha iniziato ad insegnare poesia nelle scuole)

6) La Repubblica, Platone (iniziato in concomitanza con l’estate del primo anno dell’università. Mai finito. Ha ancora il segno fatto con una pagina a quadretti strappata da un blocco di appunti)

7) Lolita, Nabokov (comprato ad una delle bancarelle della Cuesta de Mojano salendo verso il Parco del Retiro, pagato pochissimo e quasi nuovo. Lo leggevo in metro, spostandomi da una parte all’altra della città, o seduta al parco con una clara con limòn a fianco. Ero riuscita ad arrivare a buon punto. Ma poi c’erano i pensieri a distrarmi. L’avevo comprato in spagnolo, sarà stato il secondo anno che stavo in Spagna, forse il 2008. E per me lo spagnolo era la lingua della mia relazione malconcia, malmessa, malridotta e graffiata con l’altro sesso. Era la lingua in cui litigavo e piangevo. Ed ogni volta che leggevo, pensavo a quanto fossi inadatta a stare in un rapporto sano a cosa ci fosse di sbagliato in me. Era un libro che non riusciva a tenere la mia attenzione ferma. Lo aprivo seduta nel vagone della metro e venivo distratta da quello che entrava, da quello a fianco, da quante fermate mancavano, da se mi ero depilata o no, dalla notte prima, da quella che doveva venire. Ero spesso stanca. Piangevo poco ma quando lo facevo scendevano tutte le lacrime del mondo.)

8) I fiori blu, Queneau nella traduzione di Calvino (l’avevo preso in prestito dalla mia biblioteca preferita, era l’estate scorsa. Dico scorsa, e quasi non ci credo che sia passato così poco tempo e siano successe così tante cose. Ero appena tornata dalla Turchia, avevo gli occhi pieni di mare e sole, uno stato di esaltazione permanente, e  dopo tanti anni finalmente una pelle un po’ abbronzata a giugno, invece che scottata ad agosto. Avevo visto posti meravigliosi, imparato -anche se poco- a vivere con meno ed ad essere contenta. Era un periodo in cui sorridevo tanto. Ma forse perché in Turchia, con la settimana lavorativa di tre giorni, il sole, il mare vicino, le barche, la crema solare, gli ostelli ed il couchsurfing in realtà ero in vacanza. Tornata in Italia iniziai a rendermi conto che una vita non bastava per finire la tesi specialistica che mi ero proposta e neanche gli esami che mi mancavano. Storia Romana mi sembrava lontana, difficile e per niente utile. Dov’erano le persone con cui si poteva parlare d’amore? Dov’erano le persone contente con poco? Dov’erano tutti? E quell’andare e venire dalla biblioteca (per me) più bella del mondo, con la vista su una delle città più belle del mondo (non lo direi “una”, se non fossi stata anche  felice a Istanbul, meditabonda a Barcellona, sconsolata a Madrid, confusa a Parigi, triste a Venezia, sorpresa a Napoli e innamorata a Stoccolma)  mi metteva ansia, quell’ansia che da nove mesi non provavo più, sentivo la pressione sul collo del dover finire quella maledetta specialistica, di doverla finire bene di doverla finire ora. E di non riuscirci. Di avere i pensieri che vagavano, le emozioni che non stavano mai ferme. Allora mi ero girata e  in mezzo al manuale aperto di Storia Romana avevo messo questo libro, lo leggevo e dicevo è lui, è lui il libro che mi ridà fiducia nel genere umano! E una sera, con quel libro sopra al letto mi sono vestita di fretta, sono uscita ho alzato gli occhi e uno dentro una camicia nera mi ha abbracciato forte. Io ho sentito che non volevo più andare da nessuna parte senza quell’uomo lì. Volevo stare dentro a quello stesso abbraccio. Quello della persona che ha capito che non sei perfetta, che lo sa che per tenerti non deve metterti il guinzaglio, che lo sa che hai un sacco di difetti tra cui quello di voler essere perfezionista per poi stancarti e buttare tutto all’aria, eppure, eppure, quell’uomo lì ti vuole lo stesso. Ti vuole e ti ri-vuole. E ci siamo abbracciati e ci siamo trovati più belli di quando c’eravamo lasciati. Ci siamo piaciuti ancora di più. E abbiamo iniziato a riprendere treni ed autostrade per sfiorarci di nuovo, per annusarci intorno e scoprire un odore che non avevamo dimenticato. E per guardarci negli occhi e dirci: voglio stare con te. Torna con me. E ce lo siamo detti così bene che adesso siamo qui. Lontani dalla biblioteca più bella del mondo, lontani dalla città (tra quelle) più bell(e)a del mondo. Però insieme.)

9) Mi sono commossa, gli altri libri non contano più.

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