Qualche giorno fa ho letto un libro

Qualche giorno fa ho letto un libro, Requiem per un romanzo giallo, un libro che avevo in lista dei desideri di Anobii da un sacco di tempo, che volevo leggere da tantissimo, da quando ho scoperto che Duremmatt ha gia’ detto (e molto meglio) (e molto prima) tutto quello che si possa pensare su me, te, lo Stato, la societa’, lo scrivere, la paura, la desolazione di scrivere quando sei uno che pensa di poter soltanto scrivere nella vita ma abita in un fottuto posto dove non passa mai nessuno e non c’e’ neanche un prete per chiacchierar e anche se ti inventi i personaggi in questo maledetto secolo di introspezione arrivera’ sempre un freudiano de’ noantri che pensando di farti un favore vivisezionera’ quello che scrivi per trovarci le tue inquietudini e le tue ombre e tu non avrai pace e guardando le foglie secche che rotolano sull’asfalto creoato di una stazione di servizio dove non si ferma mai nessuno, penserai che forse era meglio quando scrivevi i tuoi racconti per te e non arrivava mai una minchia di nessuno a dirti che hai se scrivi cosi’ e’ perche’ hai avuto un’infanzia difficile, ecco, questo libro, che volevo leggere da almeno tre anni ma pure di piu’ perche’ la passione per lui mi e’ nata prima di lasciare la Spagna dal momento che me lo ricordo che avevo due libri suoi (scritti da lui, non posseduti da lui) sulla libreria in cartongesso dell’ultima casa in Plaza Prosperidad, e dalla Spagna sono partita il 15 settembre 2009, che una vorrebbe essere una dai ricordi blandi e invece e’ condannata da chissa’ che postilla della legge del contrappasso a ricordarsi tutte le date. tutte, nessuna esclusa, e volevo tantissimo leggerlo quel libro e l’altro giorno, a casa dei miei, nlella libreria all’ultimo piano, dove ci sono i libri che stava leggendo mia sorella nel periodo della tesi e si e’ laureata il 2 dicembre 2005, e ve l’ho detto che mi rcordo le date, anche quelle che non c’entrano, ma qui per un altro motivo, era il mio compleanno due giorni prima ed ero una studentessa fuorisede, cosi’ come con soldi o meno non ho mai smesso di essere dal giorno della mia prima immatricolazione, il 3 settembre 2003, si lo so, l’ho gia’ detto delle date, pazienza, ed era il mo compleanno ma due giorni prima avevo appena trovato casa dopo due mesi di pendolare a cinque ore di treno al giorno e no, non ce la facevo a tornare a casa pero’ visto che si laureava mia sorella mi aveva la famiglia tutta obbligato cosi’ perentoriamente ( e credo sia la prima volta in vita mia che uso questo avverbio) (relatrice, puoi essere orgogliosa di me, guarda che personcina forbita ti sono diventata, dopo neanche un mese) a tornare a casa per assistere alle scene di isteria collettive e personali (spoiler: e’ la stessa sorella che non si e’ presentata a nessuna delle mie due lauree, e no, non sono vendicativa, pero’ anche se metti che domani sei sotto ad un cipresso e devi sempre addormentarti perdonando tutti e volendo bene a tutti, io a lei voglio bene ma anche se domani mi trovo nella tomba, lei lo deve sapere che a fare una cosa cosi’ ci si rimane male poi, anche se si sta sotto ad un cipresso ci si rimane male, ecco, uffa) e quindi questo libro bellissimo che consiglierei a tutte le perosne che si dovessero trovare in una terra dimenticata da Dio tagliate dal mondo e dagli affetti visto che i quattro membri rimanenti della famiglia si trovavano ad almeno un’ora di fuso orario quando non due, e a casa c’erano le scossette telluriche che rassodano i glutei ed il self control, questo libro che volevo leggere da almeno, facciamo quattro anni, se ne stava appollaiato a casa mia senza dire niente da almeno sei di anni.

Ecco, in questo libro il nostro caro Frederick o come picchio si scrive, che chiameremo Ico, per sentirlo piu’ vicino, che c’ha un nome che proprio non ce la fo, io che di nascita sono senza erre (no, non ce l’ho moscia, che sarebbe anche fine, proprio non ce l’ho, ma come, dice, e come fai con il francese? Nel francese la erre si articola da un’altra parte, rispondiamo io e la mia laurea in linguistica applicata) dice chei gialli, i libri gialli servono alle persone. Servono, proprio cosi’, sono necessari, perche’ tutto torna, si scopre sempre l’assassino, la polizia o chi per essa fa il proprio dovere e noi possiamo sentirci rassicurati ed andare a dormire tranquilli.

Ma, dice Ico, c’e’ una cosa che non si considera abbastanza, ed invece non dico governa, ma ecco, tanta parte ha nelle nostre vite ed e’ il caso.

A me questa considerazione e’ sembrata cosi’ naturale e cosi’ ovvia e cosi’ banale che sono almeno cinque giorni che ci penso e che osservo come il caso sia davvero in tutte le cose, e quanto sforzo facciamo per negarci sia cosi’.

Con questo non voglio aggiungere scoramento (eh, relatrice, da baciarsi i gomiti sta laureata, eh!? ) a quello gia’ presente nel mondo, ma solo constatare un dato di fatto. Certo, noi dobbiamo fare tutto quello che possiamo perche’ la nostra vita sia corretta, i nostri obbiettivi siano perseguiti, la civilta’ cresca, si fortifichi e si faccia bella e si migliori, ma una volta fatto tutto questo, o durante, o ancora prima di cominciare ci sara’ sempre almeno un momento in cui scopriremo che da noi dipende ben poco.

Ho chiesto a Google cosa fosse un MAN e mi ha risposto: “Museo d’Arte di Nuoro”

Ci sono state delle chiacchiere con le amiche, un articolo che ho letto e una puntata che ho appena visto. Forse ho associato queste tre cose solo per analogia, forse solo perché in questo periodo, con la testa relativamente vuota sono più ricettiva.

La mia amica parlava del suo ragazzo, sì, ci sono dei problemi, sì, lui è una persona introversa e a cui non va a genio che lei abbia tante attività e tanti impegni, ma lei lo vuole lo stesso (perché, mi chiedo io) e anzi, pensa che le piacerebbe sposarlo ed avere dei bambini da lui.

Il post che ho letto era scritto da un uomo che si chiedeva cosa pensassero le donne sulle donne. Aveva fatto una ricerca tra le sue lettrici chiedendo tre difetti e tre qualità delle donne.

Era emerso che quelli che erano difetti venivano visti anche come pregi. L’alta competitività era un difetto ma la tenacia una qualità, sacrificarsi era un difetto ma se per amore diventava un vanto, la bellezza per ottenere qualcosa era vista come un difetto ma la bellezza naturale o con pochi accorgimenti diventava una qualità. Ma tutte si soffermavano sul primo punto: la competitività che rende le donne cattive tra di loro e pronte ad azzannarsi. L’autore (poi quando ritrovo il post lo linko) dal suo pulpito di uomo ed omosessuale parlava del perché le donne siano spinte a sbranarsi così e lo faceva discendere dall’esigenza primordiale di accaparrarsi il maschio protettivo che salvasse la prole. Quando lo si individua, non lo si lascia scappare e se qualche altra femmina si avvicina, la si sbrana.

La puntata del telefilm (che non so come si chiami, è la prima volta che lo vedo) parlava di come sia difficile definire gli uomini, dal momento che gli uomini sono tutti molto diversi tra loro. Eppure, iniziando a “pensare da uomo” si capiscono molte cose. Per esempio che debbano decidere quando e se assumersi delle responsabilità ed esserne sicuri, non farlo mai a metà. Perché da loro dipende molto e anche se non dipendesse molto, almeno dipendono i loro figli.

Allora mi chiedo: siamo ancora tutti così legati ai nostri bisogni ancestrali?

Cerchiamo in un uomo la protezione, la sicurezza perché pensiamo di voler riprodurci?

Nonostante anni e decenni di femminismo, siamo ancora lì che ci scanniamo (metaforicamente) perché quello che vogliamo, in fondo, per quanto stiamo a raccontarcela, è fare figli?

Mah.

No panic!

Premessa: sono a casa da sola da circa cinque giorni, abito in una casa sperduta in mezzo alla campagna e la prima abitazione è a un chilometro, da circa un’oretta sento al piano di sopra dei rumori, sembrano passi.

Ora io vado a vedere.
Prima però vorrei che: i miei libri venissero donati alla biblioteca ed i miei organi a chi possono servire (sono tutti ben tenuti, non fumo e non mi drogo e ho undici decimi, l’unico su cui non scommetterei è il fegato ma potete farlo ai ferri). Per il funerale non voglio niente di particolare, magari fate entrare la bara con la colonna sonora che trovate sotto il nome “allegria” al mio canale su Youtube. Dite ai miei, a Santuomo ed ai miei amici (sono quelli sotto la lista “stretti” di Facebook) che ho voluto a tutti molto bene. Quando ero scorbutica era solo un atto di ulteriore affetto.

Bene, salgo con la corteazza da salame, ehm, volevo dire con il coltello.

E’ stato bello.

Me – mento

E la memoria, e non bisogna dimenticare, e noi non dimentichiamo.

Io non posso ricordare, perché ricordo solo quello che è successo a me. Quello contribuisce a rendermi persona, ed il resto sono racconti, sono finzioni.

Finché non ho visto la mano bruciare non ho capito che il fuoco scottava, anche se l’avevo visto alla televisione  e me l’avevano detto.

Ma dopo me ne sono ricordata.

La memoria è personale, la memoria collettiva -purtroppo- non esiste.

E – sempre purtroppo, purtroppissimo- esiste la retorica. Che si nutre di finta memoria collettiva e cresce, ingrassa e prima o poi scoppierà vomitandoci addosso tutte le parole vuote che ci siamo detti sulle stragi degli altri che noi non dimentichiamo.

Proprio

E se andiamo all’estero frignate perché “la fuga di cervelli”, “i nostri giovani non hanno più possibilità a casa loro”, “questa esterofilia”, “non rimane nessuno e ai nostri vecchi ci devono pensare i moldavi”,

e se rimaniamo in Italia frignate “guarda che bamboccioni”, “rimangono a casa dei genitori”, “mai che se ne vadano”…

Fate proprio venire voglia di andarsene all’estero, proprio.

Attach me a botton, how to

Se dovete iniziare una conversazione con me, per favore evitate le seguenti tre frasi:

“Ma davvero ti piace il calcio?”

“Io la televisione non la guardo”

“I telefilm? Non ho tempo”

Non ve lo devo spiegare, lo capite da soli, ma sintetizzando: il calcio è il modo che gli uomini hanno di ribadire valori che nella vita vera si calpestano ogni giorno (lealtà, fedeltà, rispetto della parola data e penitenza per aver sbagliato, condanna della violenza, riconoscenza per chi ti supporta, rispetto per gli anziani, spirito di squadra… ) la televisione è uno dei mezzi di comunicazione della nostra società, arriva a tutti e decidere di non usarlo priva di alcuni contenuti che solo lì vengono veicolati;  i telefilm sono intrattenimento (cioè: roba pensata per farti rilassare) spesso ben confezionato, studiato ma soprattutto condensato: più di venti massimo trenta minuti non durano. Non avere tempo per vederli vuol dire non avere venti minuti per rilassarsi, non avere tempo per ascoltare una storia, non avere tempo per l’immaginazione, per l’immedesimazione, per ridere.

Ecco, se iniziate con una di queste frasi una conversazione con me, non stupitevi se faccio un sorriso di circostanza e la concludo subito.

Se non apprezzate le cose belle della vita e non avete tempo per ridere, che ci parlate a fare con me?

E fu sera e fu mattino, terzo giorno.

I miei sono partiti, staranno da mio fratello una settimana.

Mi sento come a dodic’anni, quando andavano via un fine settimana e ci riempivano di raccomandazioni, che però erano divise per tre.

Ora me le ciuccio tutte io.

fortunatamente si sono ridotte a due: annaffia i fiori e dai da mangiare al cane.

Ovvero: esseri viventi indifesi affidati a me.

Tuttavia, ho rassicurato mamma e papà: massì, state via una settimana, cosa potrà mai succedere?

Infatti.

PRIMO GIORNO: Ho forti dolori, nausea, etc. Il cane mi guarda e decide di non mangiare. Annaffio le piante (sono molte -nell’ordine del centinaio e non delle decine- di più di quanto mi aspettassi).

SECONDO GIORNO: Continuo a non stare bene. Il cane continua con lo sciopero della fame. Non ho vog Mi dimentico di annaffiare le piante. Sento dei rumori (porte che scricchiolano, oggetti che si muovono) verso le tre di notte. Credo siano dei ladri (e mi impanico leggermente), invece è un terremoto che dura venti (lunghi) secondi durante il quale l’armadio della mia stanza decide che è rimasto fermo troppo tempo e viene verso di me. Poi ci ripensa. Il cane è spaventato (e non è il solo).

SIAMO SOLO AL TERZO GIORNO.

Entusiasmo

Ero in questo posto stamattina, pieno di stranieri, uno di quei posti risucchiati dal ventre del mondo e risputati fuori in varie zone a caso, e gli stranieri comunicavano tra loro in un idioma mutualmente comprensibile che per loro era italiano e per gli italofoni non era comprensibile, e tra loro c’era uno molto più grande dell’età media che risaltava perché aveva i capelli a  caschetto bianchi e la maglietta arancione ed era allegro mentre chiedeva ad un piccolo giappo-americano di essere invitato a giocare a calcio con lui e il piccolo povero giappo non aveva abbastanza conoscenza dell’idioma simil-italiano per potergli rispondere che non poteva proprio e che quel giorno non ci sarebbe andato a nessuno a giocare a calcio e che lui comunque aveva lezione fino alle sette di sera, e l’altro, il cruccone fuori età massima per andare a giocare a calcio con i pischelli sorrideva nel suo apparente italiano e diceva con tutti i denti che aveva in bocca che andava benissimo andare a giocare facciamo alle sette e mezza magari dopo l’aperitivo e che anche se erano solo loro due che bello, andavano a giocare  a pallone. E muoveva le mani a sottolineare l’acquisita italianità e l’acquisita spontaneità (re degli ossimori, guarda a questa tua umile suddita) mentre il piccolo giappo sempre più impacciato ripeteva va bene va bene apostrofando altri amici a caso tra cui un probabil-kazako ed un probabil-iuesei che gli spernacchiavano in faccia con grazia adducendo improbabilissime scuse come “non posso” “perché no può?” “perchè no posso” “Uhm… ah… domani?” “Domani no” “perché?” “perché no posso”. Ed in tutto ciò per niente umiliato, per niente imbarazzato, per niente empatico il cruccotto fuori età e fuori misura sorrideva e annuiva entusiasta.

Ed io ho pensato: cosa c’è al mondo di peggio di un tedesco entusiasta?

E mi sono risposta: di peggio c’è solo un tedesco entusiasta vecchio.

We are young

Come se essere giovani fosse un diritto.

Ci fanno sentire tutto il tempo come se fossimo il male, beviamo troppo, dobbiamo essere controllati, alle due dai carabinieri (mi ricordo una sera appena tornata da due anni di Spagna, il Filosofo mi porta in questa birreria, beviamo allegramente, beviamo, altro giro, massì, altro giro, offro io, sì però ragazzi solo se bevete entro le due. Come dico io? E credo che in quel momento si sia fermata la musica del locale. Nel senso che stiamo facendo una gara? Ho chiesto. Nel senso che alle due passano i carabinieri a controllare se serviamo ancora alcolici. Coooome??? E lì credo che tutto il locale mi abbia guardato come si guarda un’aliena. Sì, mi disse il Filosofo, sai in Italia c’è questa nuova legge… ed io non sapevo più se ridere o piangere o ri-scappare indietro), dalla guardia di finanza se siamo in macchina il venerdì sera, dai cani alle stazioni…

Come se essere giovani fosse una colpa.

Ma non lo è. E’ un dato anagrafico e basta.

Non è il mio merito, non è il mio vanto. Ma non è neanche la mia colpa.

Ri-dimensioniamoci. O faremo la fine di No childrens’man o come si chiama quel film in cui tutti piangevano perché era morto Junior.

Il temibile ADIMSP

Quando vivi fuori casa da un po’ di tempo, e succede che tu -malauguratamente- abbia da scont  passare un periodo medio-lungo a casa (dalla settimana al mese, per intenderci),  arriva sempre puntualmente lui: l’accumulo delle incombenze mai sbrigate prima.

L’ADIMSP è il nemico di ogni sorriso e si compone di visite ufficialmente volontarie , ma ufficiosamente obbligatorie ai parenti.

Io mi chiedo: ma se questi non li vedevo mai quando stavo qua, perché li devo vedere ora che qua non ci sto mai?

Perché questa sofferenza? Perché?

A testa china, vado ad affrontare il mio destino, composto da una trentina di zii (sì, perché è una famiglia numerosa quella che mi è toccata in sorte).

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